Come raggiungere il livello avanzato in italiano

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    Impara TUTTI i SUONI dell'italiano in 70 minuti | Migliora la pronuncia

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    June 21, 2026
    Trascrizione
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    Se ogni volta che parli in italiano gli italiani ti capiscono ma riconoscono subito il tuo accento e per questo magari ti rispondono in inglese, questo video è per te.

    Oggi facciamo una cosa rara, mettiamo in ordine tutti i suoni dell’italiano in un unico video: vocali, consonanti, suoni difficili, doppie e vediamo consigli specifici anche per chi parla inglese come madrelingua.

    E anche se studi italiano da anni, ti prometto che scoprirai qualcosa di nuovo. Una regola, un suono, un errore invisibile che ti sta frenando e che nessuno ti ha mai spiegato bene prima di questo video. E se così non è, ti compro una birra!

    Io sono Davide, questo è Podcast Italiano, un canale per imparare l’italiano. Attiva i sottotitoli se ti aiutano, la trascrizione è sul mio sito e ho anche preparato un PDF che riassume tutto quello che sentirai in questo video. Con il PDF avrai accesso gratuito a una serie di file audio che ti permetteranno di esercitarti attivamente con tutti i suoni dell’italiano. Una risorsa davvero utile e che rende questo video molto più utile. E la cosa migliore è che è totalmente gratuita. Ti lascio il link in descrizione, ma puoi anche scansionare il codice QR qui di lato.

    Trascrizione e glossario sul Podcast Italiano Club

    In questo video vedremo tutti i suoni dell’italiano, ma anche dopo aver visto questo video potrai continuare ad avere un po’ di difficoltà a pronunciare i suoni dell’italiano. Questo perché la tua madrelingua influisce su come produci i suoni in italiano e questo è normale che succeda.

    Un consiglio che do: per evitare che questo accada, o accada un po’ di meno, devi cercare di capire come esattamente la tua madrelingua influenza i suoni che produci in italiano.

    E se la tua madrelingua è l’inglese, abbiamo pensato a un programma che potrebbe interessarti.

    Presto lanceremo un programma di coaching incentrato proprio sulla riduzione del tuo accento inglese o americano o australiano, che terrà la mia amica e accent coach Elissa Dell’Aera, che hai visto nell’ultimo video.

    Elissa è la persona anglofona con la migliore pronuncia in italiano che io conosca, tanto che gli italiani spesso la scambiano per una madrelingua. Lei ha imparato l’italiano da zero come te e l’ha portato a un livello davvero eccezionale. E siccome di lavoro fa l’accent coach, è la persona giusta per aiutarti a ridurre il tuo accento anglofono in italiano.

    E dunque lanceremo questo programma di coaching di gruppo molto presto, arriveranno notizie a brevissimo e, se ti interessa saperne di più, iscriviti al link che ti lascio in descrizione oppure nel primo commento qua sotto.

    Prima di partire con i suoni, voglio spiegarti il modello di italiano a cui farò riferimento, che è la pronuncia neutra moderna ideata dal linguista Luciano Canepari. La pronuncia neutra è un modello di riferimento, non è l’accento naturale di una regione o di una città specifica. Cioè, nessun italiano cresce parlando così in modo spontaneo.

    Storicamente, deriva dal fiorentino, ma ripulito di alcune caratteristiche regionali, corrisponde grosso modo a come parlano i doppiatori, gli speaker radiofonici e i professionisti della parola in generale.

    È uno strumento che io considero utile, anche per chi impara l’italiano, da usare quando si vuole avere un modello di riferimento a cui ispirarsi per imparare e migliorare la pronuncia dell’italiano.

    Un’altra precisazione prima di incominciare: nel video parlerò sempre di suoni e non di lettere. Cioè, parlerò anche di lettere, ma le lettere appartengono all’ortografia, che è come rappresentiamo graficamente i suoni.

    L’ortografia italiana è abbastanza regolare, ma non bisogna fidarsi troppo dell’ortografia perché è una convenzione, una tecnologia per scrivere i suoni, ma ha delle limitazioni. Quindi noi oggi non ci distrarremo troppo dall’ortografia e partiremo dai suoni.

    Per descrivere ogni suono userò l’IPA o AFI, alfabeto fonetico internazionale, che è un sistema di simboli che permette di rappresentare in modo preciso i suoni di una lingua. Lo userò perché è scientifico, chiaro e utile. Aiuta a rendere visibili caratteristiche fonetiche che l’ortografia, ma a volte anche l’orecchio, non sempre colgono. Non è indispensabile per imparare bene la pronuncia di una lingua, ma è uno strumento molto potente.

    Bene, partiamo dalle vocali.

    Una vocale è un suono prodotto senza ostacoli al passaggio dell’aria, quindi a, i, u, eccetera. Per spiegartele menzionerò tre parametri:

    1) Apertura, chiusura, cioè quanto la lingua è in alto o in basso nella bocca. /I/ per esempio è una vocale dove la lingua è alta e quindi una vocale chiusa. Mentre /a/ è una vocale dove la lingua è bassa, quindi una vocale aperta.

    2) Secondo parametro: anteriorità, posteriorità, cioè avanti o indietro. Quanto la lingua è avanti o indietro. /I/ è una vocale anteriore, la lingua è avanti, mentre /u/ è una vocale posteriore, la lingua è indietro nella bocca.

    3) Arrotondamento delle labbra, se le labbra sono distese o arrotondate. /I/: se dico /i/, vedi che le labbra non sono arrotondate, mentre se dico /u/ vedi che le labbra sono arrotondate.

    Ogni vocale è quindi il risultato della combinazione di questi tre movimenti: verticale (su e giù), orizzontale (avanti e indietro) e poi la posizione delle labbra.

    Partiamo da /i/.

    /I/ è una vocale chiusa e anteriore.

    La lingua si trova in avanti, in alto, molto vicina al palato.

    Quando la pronunciamo, le labbra non si arrotondano, sono leggermente distese.

    E ovviamente si scrive con la lettera I.

    È importante che la lingua rimanga ferma, ok? Non deve muoversi perché altrimenti rischiamo di creare un piccolo dittongo, cioè una combinazione di vocali. Quindi non deve essere /ei/ come magari in inglese, ma deve essere un suono puro e continuo. La troviamo in parole come queste, e ti invito a pronunciarle dopo di me, ok?

    Inviti, ritiri, vicini, firmi, cibi, tinti.

    La troviamo anche in posizione finale accentata, per esempio:

    lunedì, martedì, mercoledì, colibrì.

    Sai cos’è un colibrì? È questa cosa qui!

    E la troviamo anche nei dittonghi, cioè combinazioni di vocali, come:

    bugia, fantasia, mio, noi, vuoi.

    Mi raccomando, se parli inglese o tedesco, fai attenzione perché in quelle lingue la I può avere suoni diversi da questo. Per esempio potresti pronunciarla come in "kit" o in "bitte". Ma in italiano invece è sempre I, quindi molto tesa.

    Passiamo a /u/, che si scrive con la lettera U, ovviamente.

    È una vocale chiusa, posteriore, con la lingua indietro, e arrotondata.

    Proviamo a confrontarla con /i/, passando da un suono all’altro.

    /iuiuiuiuuiuiuiu/.

    Che cosa cambia? Beh, la lingua va avanti e indietro.

    Lo senti? E le labbra poi si arrotondano.

    Il suono della U italiana, come I, deve essere stabile, uniforme, senza movimento.

    E deve essere molto indietro. La troviamo in parole come:

    uno, tu, più, tutto, luna, muro, fumo, scuro, qualcuno, chiuso, giù, ultimo.

    Come per I, anche U si pronuncia sempre allo stesso modo in qualsiasi posizione.

    Attenzione solo se parli inglese, perché il suono deve rimanere fermo, senza modificarsi.

    Quindi non come "moon" "goose". Senti che in inglese non è /u/ ma /uː/, quindi c’è un movimento della lingua.

    /A/ : questa è una vocale aperta, centrale e non arrotondata.

    La lingua si trova in basso, ed è la vocale più aperta dell’italiano, e in posizione centrale.

    /a/, /a/, /a/. Le labbra non si arrotondano.

    Si scrive con la lettera A, quindi nessuna sorpresa finora.

    E rispetto a /i/ e /u/ la bocca è più aperta: /a/.

    Può aiutare esagerare un po’ con l’apertura della bocca.

    /a/, /a/, /a/.

    Attenzione a non portare la lingua troppo indietro. In italiano la /a/ è più anteriore del suono /a/ di "father" in inglese. Ma attenzione a non portarla troppo in avanti come la /a/ di "cat" in inglese, dove invece è troppo avanti. Deve essere una via di mezzo.

    La troviamo in parole come:  fare, quando, grazie, allora, casa, parlare, mamma, italiano, papà, avanti, ragazza, fantastica, andata.

    Anche /a/, come le altre vocali italiane, si pronuncia sempre allo stesso modo in qualsiasi posizione.

    Parliamo ora dei due suoni che può rappresentare la lettera E.

    Sono due: la /e/ chiusa e la /e/ aperta.

    Iniziamo da É, la /e/ chiusa.

    È una vocale anteriore, medio alta e non arrotondata.

    Quindi la lingua è in avanti, un po’ più bassa rispetto a /i/.

    Nei dizionari spesso trovi l’accento acuto, "é".

    E quando vedi E con l’accento acuto alla fine di una parola, per esempio perché, poiché, affinché, la pronuncia è chiusa. Puoi partire da /i/ e abbassare leggermente la lingua.

    La lingua rimane in avanti, si abbassa solo un po’; /e/.

    Ora, la cosa più importante: quando la /e/ non è accentata, cioè non ci cade sopra la forza della parola, si pronuncia sempre chiusa: /é/. Per esempio: cose, dice, dorme, brave, regalo, teatro, vivere, evoluzione.

    Ecco, in queste parole le E non accentate sono sempre chiuse. Questa è la regola più semplice e più importante da ricordare per capire come si pronuncia la E in una parola.

    Quando invece la E è accentata, quindi ci cade sopra la forza della parola, abbiamo due opzioni: può essere chiusa (é) oppure aperta (è), che è il prossimo suono che vediamo.

    Passiamo quindi alla E aperta come nella parola bello.

    Nel simbolo fonetico si scrive [ɛ], che è proprio una specie di "è" aperta, mentre nei dizionari spesso trovi l’accento grave "è".

    Quando vedi È alla fine di una parola, per esempio caffè, cioè, è, la pronuncia è aperta. È una vocale anteriore, medio-bassa e non arrotondata.

    La lingua è in avanti, ma più in basso rispetto alla /e/ chiusa.

    Proviamo a passare da "é" a "è".

    La lingua si abbassa leggermente. Puoi anche fare una piccola scala.

    Man mano, come vedi, la lingua scende.

    Ora alcune parole con "è" accentata: "è" può essere solo in una sillaba accentata, ricordi?

    Quindi: festa, certo, lei, sempre, senza, gente, terra, sento, vengo, spero.

    Ricorda la regola fondamentale. La È può comparire solo in sillaba accentata.

    Le altre E della parola, se non sono accentate, saranno chiuse automaticamente.

    Per esempio: bene, presente, attento, gemello, sorelle, Firenze.

    La E su cui cade l’accento può essere aperta, le altre sono chiuse, ok?

    Le regole per sapere quando usare É o È in una sillaba accentata non sono sempre semplici, ma per ora l’importante è riconoscere la differenza e allenare l’orecchio. Vediamo ora alcune coppie minime con É (quindi E chiusa) ed È (la E aperta). Parole in cui l’unico suono che cambia è proprio la pronuncia della vocale.

    Attenzione, mi riferisco ora al modello che ho introdotto all’inizio del video, la pronuncia neutra. Queste coppie sono tipiche dell’italiano standard e dell’Italia centrale in generale. In molte altre varietà regionali la distinzione non si fa realmente, dipende dalla varietà comunque.

    La coppia più semplice è questa:

    E, congiunzione, come io e te.

    È, il verbo essere, come Roma è bella.

    Altre coppie utili:

    Légge, come “la legge è uguale per tutti”, e lègge, come “Luca legge un libro”.

    , come “ho visto te”, e , come “mi bevo un tè”.

    Vénti, come il numero, “venti persone”, e vènti, come “i venti del deserto”.

    Pésca, come lo sport, “andare a pesca”, e pèsca, come il frutto, “mi mangio una pesca”.

    Colléga, quindi “lui collega i cavi”, e collèga, “il mio collega di lavoro”.

    Affétto, il verbo affetto, quindi forma del verbo affettare, come “io affetto la carne”, e affètto, come l’affetto che proviamo per una persona.

    Ménte, quindi il cervello, e mènte, come “Luca mente”, non dice la verità.

    Ce ne sono altre, ma non sono tante.

    Per questo motivo, a livello pratico, confondere É ed È raramente crea problemi di comprensione. Però queste coppie sono utili per allenare l’orecchio e la pronuncia.

    Passiamo ora alla O chiusa, come in Roma.

    /O/ è una vocale medio alta, posteriore e arrotondata.

    La lingua è indietro e abbastanza in alto.

    Le labbra sono arrotondate.

    Si trova a metà strada tra U e Ò, la O aperta che vedremo tra poco.

    Rispetto a /u/, la lingua è un po’ più bassa e le labbra leggermente meno arrotondate.

    Prova a passare da /u/ a /o/.

    Ora, la regola importante. Quando la /o/ non è accentata, si pronuncia sempre chiusa: /o/.

    Proprio come la E, che quando non è accentata si pronuncia é, chiusa.

    Per esempio: vado, scendo, vengo, bravo, buono, ragazzo, locale, modello, coniglio.

    Se invece la O è accentata, può essere O chiusa oppure Ò aperta.

    Lo vediamo tra poco. Funziona proprio come per la E.

    Alcune parole comuni con O accentata chiusa sono:

    sono, solo, molto, Roma, lavoro, nome, pronto, giorno.

    Vediamo ora [ɔ] , la /o/ aperta, come in cosa.

    Ò è una vocale medio-bassa, posteriore e arrotondata.

    La lingua è indietro e più in basso rispetto a /o/, la O chiusa.

    Le labbra sono arrotondate ma meno rispetto a O.

    Un po’ meno arrotondate, e ancora meno rispetto a U, dove sono molto arrotondate.

    Possiamo fare una piccola scala: /uuuoooɔɔɔ/.

    La lingua scende progressivamente e le labbra, se vedi, si arrotondano sempre meno.

    /uuuoooɔɔɔ/.

    Nell’ortografia, nella scrittura, trovi l’accento grave solo alla fine di parola, dove la O è sempre aperta: andrò, tornerò, però, pensò.

    Ricorda: Ò può comparire solo in sillaba accentata.

    Le altre O della parola, se non sono accentate, sono chiuse.

    Alcune parole comuni con Ò sono: ho, no, cosa, so, donna, oggi, notte, porta.

    In parole con più O, solo quella accentata può essere aperta:

    voglio, posso, uomo, ricordo, troppo, orologio.

    Come per la E, non è facile sapere dalla grafia se la /o/ accentata sia aperta o chiusa.

    Per ora, l’importante è riconoscere e sentire la differenza tra O e Ò.

    Vediamo ora alcune coppie minime con O chiusa e O aperta.

    Anche qui le coppie non sono molte, anzi sono anche meno rispetto alle coppie con la E.

    E sbagliare raramente crea problemi di comprensione, però sono utili per allenare l’orecchio.

    La coppia più importante è:

    O, congiunzione: “Luca o Giovanni”, e ho, il verbo avere, come “ho tempo”.

    Altre coppie sono:

    Bótte, come una botte di vino, e bòtte, le botte che diamo a una persona che ci fa arrabbiare.

    Cólla, quindi “sono andato colla macchina” (anche se spesso scriviamo “con la macchina”, anche se nel parlato frequentemente si dice proprio “colla macchina”), e còlla, come la colla con cui incolliamo qualcosa.

    Fósse, verbo essere al congiuntivo imperfetto, “speravo che fosse così”, e le fòsse, le fosse scavate dai cani.

    Vólto, come sinonimo di faccia, e vòlto, come “mi volto per guardare indietro”, verbo voltarsi.

    Cólto, come “un uomo colto”, e còlto, participio passato di cogliere, “ho colto quel riferimento”.

    Come per la E, questa distinzione è tipica dell’italiano standard, della pronuncia neutra, ed è anche tipica dell’Italia centrale. In altre varietà di italiano regionale le cose possono funzionare in maniera un po’ diversa.

    Ma quindi serve imparare le vocali aperte e chiuse?

    Chiudiamo con un chiarimento sulle vocali medie, quindi proprio queste che abbiamo appena visto, E ed O, aperte e chiuse. Perché sono così problematiche, innanzitutto?

    Primo motivo, perché l’ortografia quasi mai ci aiuta.

    All’interno della parola non possiamo mai sapere dalla grafia se la vocale accentata sia aperta o chiusa. Solo alla fine di parola l’accento grafico ci dà un’indicazione. È e Ò con l’accento grave, come abbiamo visto, sono aperte, mentre É con l’accento acuto è chiusa.

    Secondo motivo: c’è molta variabilità regionale, come abbiamo visto. Quindi vale la pena imparare le regole dell’italiano standard? La mia risposta è: dipende. Se il tuo obiettivo è farti capire e avere una pronuncia chiara e comprensibile in italiano, la priorità è eliminare l’influenza della tua lingua madre sui suoni fondamentali. Quindi la distinzione tra vocali aperte e chiuse raramente crea incomprensioni.

    Non deve essere la tua priorità.

    Ma se hai già una pronuncia buona e vuoi avvicinarti all’italiano neutro o avere una pronuncia più elegante, più raffinata, perché non c’è nulla di male, secondo me, a considerare così la pronuncia neutra, allora puoi senz’altro lavorarci. Ma ripeto: non è la priorità, ok? È qualcosa di avanzato e piuttosto raffinato. Conosco pochi studenti che praticamente sanno fare questa distinzione, ma è interessante comunque parlarne, perché la sentirai.

    Se vuoi imparare questa distinzione e quindi avvicinarti alla pronuncia standard delle vocali medie, puoi fare quattro cose.

    1) La prima è consultare un dizionario di pronuncia come il DP o il DOP. Il primo di questi usa i simboli IPA, il secondo no, ma comunque capirai bene. Anche un buon dizionario come lo Zingarelli ti può aiutare. Ti lascio tutti i link a queste risorse nel PDF.

    2) Studiare alcune regole di base, sapendo però che sono complesse e piene di eccezioni. Mi riferisco ad altre regole per capire, nelle sillabe accentate, quale suono fare. Ma te ne parlo più approfonditamente nel mio corso di pronuncia, Fonetica Italiana Semplice. Te lo lascio qui sotto in descrizione.

    3) Puoi ascoltare e fare attenzione a come parlano le persone dell’Italia centrale, quindi dalla Toscana, Lazio, Umbria e Marche del Sud, dove la distinzione tra vocali aperte e chiuse funziona proprio come nell’italiano standard.

    4) Ascoltare parlanti con una pronuncia neutra, che parlano in dizione, cioè persone che hanno lavorato consapevolmente sulla pronuncia, come doppiatori, speaker radiofonici e professionisti della parola, come dicevamo all’inizio di questo video. Ma ancora una volta questa non deve essere la priorità, secondo me.

    I e U, tradizionalmente si chiamano "semiconsonanti", ma si possono anche considerare consonanti "approssimanti". Cioè consonanti che, a differenza delle consonanti vere e proprie che vedremo dopo, non hanno una vera e propria frizione come /ʃ/ o /r/.

    Te ne parlo qui, dopo le vocali, perché sono di fatto molto vicine a I e U.

    Sono proprio le lettere con cui si scrivono, dopo tutto.

    Infatti /j/ è molto simile a /i/, ma con la lingua ancora più vicina al palato.

    Mentre /w/ è simile a /u/, ma con la lingua ancora più vicina al velo, al palato molle, e con forte arrotondamento.

    Troviamo /j/ nelle combinazioni:

    I + A: siamo, piano.

    I + E: ieri, pieno.

    I + O: fiore, iodio.

    I + U: aiuto, fiuto.

    Troviamo /w/ nelle combinazioni:

    U + A: quando, acqua.

    U + E: questo, quello.

    U + I: quindi, guidare.

    U + O: uomo, cuore.

    Bene, abbiamo visto tutte le vocali. Abbiamo parlato anche di due suoni che erano forse più simili a consonanti, o comunque a metà strada. Non ho parlato di concetti come iato e dittonghi, ma per approfondire ed esercitarti davvero andando in profondità nella pronuncia italiana c’è, per l’appunto, il nostro corso completo Fonetica Italiana Semplice che, se ti interessa l’argomento della pronuncia, devi fare.

    Qui voglio parlarti solamente dei suoni, senza andare troppo nel dettaglio di tutti i fenomeni fonetici dell’italiano. Ti lascio il link in descrizione per scoprire Fonetica Italiana Semplice.

    Bene, passiamo ora alle consonanti.

    Una consonante è un suono prodotto creando un ostacolo al flusso dell’aria.

    A differenza delle vocali, in cui l’aria passa libera, nelle consonanti la lingua e altri organi articolatori si avvicinano molto o entrano in contatto, quindi la lingua con i denti, alveoli, palato, eccetera.

    Ogni consonante è definita da tre parametri:

    1) Tipo di fonazione, quindi se le corde vocali vibrano, quindi abbiamo un suono sonoro, come /v/, o non vibrano, e abbiamo un suono sordo, non sonoro (come /f/). Senti che, in questa coppia, solo /v/ ha una vibrazione che puoi sentire proprio se metti la mano qui, mentre se dici /f/ non senti nessuna vibrazione: le corde vocali non vibrano.

    2) Il punto di articolazione, cioè dove avviene il contatto o l’avvicinamento.

    Per esempio, abbiamo suoni bilabiali, quindi le labbra si chiudono /b/, oppure suoni velari, come /k/: quindi abbiamo la parte posteriore della lingua che tocca il velo palatino, cioè il palato molle dietro nella bocca.

    3) E poi abbiamo il modo di articolazione, cioè come viene modificato il flusso dell’aria. Abbiamo il modo occlusivo, quindi con un’esplosione, diciamo così, l’aria esce in maniera esplosiva (/p/, /t/, /k/); abbiamo il modo fricativo, quindi c’è una frizione (/sh/, /s/, /f/); e abbiamo il modo affricato, che è una combinazione che inizia con una parte occlusiva e poi una parte fricativa (/c/, /ts/, /dz/) ecc.

    Ora non entro nel dettaglio di ciascuno di questi termini in questo video: lo facciamo nel corso Fonetica Italiana Semplice. Detto questo, vedremo le consonanti in coppie, quindi coppie composte da un suono sordo e da un suono sonoro. E appunto l’unica differenza che distingue i suoni in queste due coppie è la vibrazione delle corde vocali, se vibrano o se sono a riposo.

    Incominciamo dalle occlusive /p/ e /b/, che si scrivono con la lettera P e la B.

    Sono consonanti bilabiali: si producono chiudendo le labbra e poi rilasciando l’aria.

    La lingua è a riposo. /P/ , /b/.

    La differenza è questa: /p/ è sorda. Le corde vocali non vibrano.

    Se senti una vibrazione è perché stai dicendo una vocale dopo, stai dicendo “pa”.

    Ma la P da sola è questo suono, /p/. Basta.

    /B/ è sonora. Le corde vocali vibrano subito. Basta, basta.

    Attenzione, perché in inglese /p/ è spesso un suono aspirato, come in pick.

    Senti che c’è questa aspirazione? Pick. Prova a mettere la mano davanti alla bocca. La sentirai. In italiano non c’è nessuna aspirazione. Quindi non diciamo “phasta”, ma pasta.

    Un trucchetto: puoi anche mettere un foglietto davanti alla bocca. Se si muove molto quando dici pasta, stai aspirando troppo. Pasta, pasta. Troppa aspirazione. Pasta, pasta. Meno movimento, quindi va bene.

    Un altro trucchetto: pensa alla P inglese in spin. Quella è molto simile alla P italiana, non c’è aspirazione. Sp, sp.

    Per ogni consonante ti voglio parlare anche di come produrla nella sua versione doppia. Si scrive con la stessa lettera due volte, quindi con un suono lungo o tecnicamente geminato.

    Nelle doppie P e B c’è una fase di chiusura più lunga, una piccola pausa.

    Papa, pappa.

    Senti quella piccola pausa nel suono? Papa, pappa.

    In pappa la consonante è più lunga e la vocale prima è più corta. Quindi si accorcia quella A. Pappa, pappa. Senti com’è corta la A prima? In papa la consonante è breve e la vocale è più lunga.

    Oppure babo (che non è una parola esistente, ma ce la inventiamo giusto per mostrare la differenza) e babbo. Con /b/ la differenza è che, durante la pausa, quindi mentre non stiamo emettendo aria e le labbra sono chiuse, la vibrazione continua. Perché è questo che succede con i suoni sonori.

    Quindi /b/ /b/ /b/; chiudo le labbra, ma senti… le corde vocali continuano a vibrare.

    Passiamo ora alle occlusive dentali /t/ sorda e /d/ sonora.

    Sono dentali: la punta della lingua tocca i denti superiori.

    Non si producono con la punta della lingua sugli alveoli, come in inglese.

    In inglese si chiamano suoni alveolari.

    /T/, /d/. Ma proprio contro i denti: /t/, /d/.

    Quindi qualche millimetro più avanti. La differenza è molto sottile.

    Quindi /t/ non ha nessuna vibrazione, come in tanto, tanto.

    /D/ invece ha la vibrazione, come in dove.

    Come per /p/ anche la /t/ inglese è spesso aspirata: test, talk.

    In italiano non c’è nessuna aspirazione, quindi non “thanto”, ma "tanto".

    Thanto: sbagliato. Tanto: corretto.

    Un trucco: pensa alla /t/ inglese in stick. Anche qui il trucchetto funziona perché quella /t/ è molto più vicina alla /t/ italiana. Stick, tanto. Devi cercare di isolare il suono della /t/ in inglese dopo la /s/, perché dopo la /s/ non lo aspiri se parli inglese come madrelingua. Non dici “sthick”, ma stick.

    Vediamo ora la versione doppia di queste consonanti.

    Tuta, tutta.

    Feta, fetta.

    Nella doppia, di nuovo, senti questa pausa, questa fase di chiusura, e la vocale prima si accorcia.

    Tutta. Fetta.

    Mentre con /d/, la nostra doppia /d/, la vibrazione continua durante la chiusura.

    Freddo.

    Senti invece che in fretta la vibrazione non continua, cioè si interrompe.

    Passiamo ora alle occlusive velari: /c/ sorda, e /g/ sonora.

    Si articolano nella parte posteriore della bocca.

    La parte posteriore della lingua tocca il velo palatino o palato molle.

    E da "velo palatino", o velo e basta, viene la parola "velare".

    Per esempio: /c/ come in casa, cosa, che, chi.

    Oppure /g/ come in gatto, gonna, pagare.

    Ricorda anche quando compare questo suono: quando abbiamo C + A, O, U, ma anche CH + E o I. Questo suono può essere rappresentato anche dalla lettera Q, che si usa solo nelle sequenze con /w/: quando, questo, quindi.

    Come /p/ e /t/, anche la K in inglese è spesso aspirata. Pensa a kiss o car.

    In italiano però non c’è aspirazione, quindi non diciamo “kharo”, ma caro.

    Di nuovo, pensa allo stesso trucco di prima: a /k/ dopo una S, come skip in inglese.

    Oppure alla parola italiana scusa, no? Lì la /c/ non è aspirata, proprio come in italiano.

    Quindi se isoli quel suono, /sc/, /sc/, /sc/, sarai in grado di dire la /c/ che devi dire in italiano. Quindi, al posto di dire “kharo”, dirai caro.

    Vediamo ora questi suoni doppi, quindi lunghi.

    Beh, funzionano come le altre occlusive, quindi: Paco, pacco. Lago, laggo (che, vabbè, nel linguaggio dell’informatica esiste, ma non è una parola comune).

    Comunque, per capirci; quindi, di nuovo, nella doppia, c’è una fase di chiusura più lunga e la prima vocale invece si accorcia. Pacco. Attacco.

    Per la /g/ lunga, come sempre, la vibrazione continua durante la fase di chiusura.

    Aggancio. Agguato.

    E con questo abbiamo completato le occlusive dell’italiano.

    Bene, vediamo ora le nasali e partiamo da /m/, la nasale bilabiale.

    Si articola nello stesso punto di /p/ e /b/. Chiudiamo le labbra e la lingua è a riposo.

    La differenza è che il velo si abbassa e l’aria passa dal naso.

    Se ti tocchi il naso, senti proprio che il naso vibra.

    Mentre se dici /p/ o /b/ no, perché l’aria in quel caso esce dalla bocca.

    È un suono comunque molto comune nelle lingue, sicuramente ce l’hai nella tua lingua e in genere non crea molti problemi. Degli esempi sono:

    mare, mio, come, molto, abbiamo.

    Ora, con le nasali, la geminazione, quindi la versione doppia o lunga di queste consonanti, non crea una pausa come nelle occlusive. Il suono viene semplicemente allungato. Quindi confronta mama con mamma. In mamma la /m/ è più lunga e la vocale prima è più corta. Questo è importante anche grammaticalmente per distinguere la prima persona plurale del futuro semplice e del condizionale presente: faremo e faremmo, diremo e diremmo, prenderemo e prenderemmo.

    **

    Passiamo a /n/, la nasale alveolare.

    La punta della lingua tocca gli alveoli, subito dopo i denti superiori.

    Lo stesso punto dove articoliamo, e lo vedremo tra poco, le consonanti /l/ e /r/.

    Oppure dove si fa la /t/ e la /d/ in inglese, che sono un po’ più indietro rispetto all’italiano, quindi non dentali ma alveolari. Ecco, sempre in questo punto si articola /n/.

    Anche /n/ è un suono comunissimo nelle lingue e quindi non avrai problemi a pronunciarlo.

    Bene, mano, lana, Siena.

    La cosa interessante è che ha delle varianti, tecnicamente chiamate "allofoni", perché il suono base è /n/, ma cambia leggermente davanti ad alcune consonanti. Questi cambiamenti comunque sono abbastanza automatici o naturali, ma è interessante osservarli.

    Davanti a /p/ e /b/ diventa /m/, cioè il suono bilabiale.

    Lo vediamo tra parole vicine: coMPietro, iMBarca, noMBevo, saMBernardo.

    Lo vediamo anche nel nome Giampietro, che sarebbe Gianni e Pietro, la combinazione, che si può scrivere sia separato con la N (Gian Pietro) oppure come unico nome, Giampietro. Ma, in ogni caso, quella N si pronuncia /m/: Giampietro.

    Davanti a /f/ e /v/, diventa [ɱ]: iɱfatti, iɱvece, coɱ Fabrizio, coɱ Veronica.

    Comunque ti verrà naturalmente se proverai a dire una N seguita da una F o una V.

    L’importante è non dire “con Fabrizio” o “con Veronica”, non è necessario separare e dire una vera /n/, ma coɱ Fabrizio, coɱ Veronica.

    Davanti a /c/ e /g/ diventa [ŋ], velare, che è il suono NG dell’inglese, sing.

    Quindi: anche, fango, non capisco, non guardo.

    Di nuovo, non diciamo “an-che” o “fan-go”, o "non-capisco", o "non-guardo" ma non capisco, non guardo.

    Poi abbiamo la /n/ doppia o geminata.

    Come per /m/, anche qui abbiamo un suono continuo che viene semplicemente allungato, quindi non ci sono pause. Come sempre, però, la vocale prima si accorcia. Nono, nonno. Oppure un grande classico dell’ironia dei bambini: ano e anno, due parole diverse.

    Passiamo alla nasale palatale /ɲ/ di ragno o lasagne.

    In ortografia è scritta GN, ma questa combinazione non si pronuncia G-N, attenzione, bensì, appunto, /ɲ/. È un suono palatale, quindi il dorso, che sarebbe la parte centrale della lingua, tocca il palato duro, quindi dopo gli alveoli: stiamo tornando indietro nella bocca.

    Essendo un suono nasale, l’aria passa dal naso. /ɲ/ /ɲ/.

    Attenzione perché in italiano standard, tra due vocali, /ɲ/ è sempre lungo. Quindi ragno si pronuncia raɲɲo, e non raɲo. Oppure bagno, bisogno, montagna. Adesso esagero, ma per aiutarti a capire.

    Però, in alcune varietà del nord, la pronuncia può essere più breve, quindi raɲo. Ok?

    Attenzione a non confonderla con /nj/, perché c’è differenza tra campagna e Campania.

    Nel secondo caso abbiamo una /n/ normale più /j/: /nj/; che non è uguale a GNA, che è il suono /ɲ/.

    Davanti a parole che iniziano con GN si usa l’articolo maschile LO: lo gnomo, lo gnu.

    Quindi non si usa IL.

    Anche qui, il suono della GN è lungo: lo gnomo.

    E l’articolo LO al plurale è GLI, quindi: gli gnomi e gli gnu.

    Passiamo ora a /f/, suono sordo, e /v/, che è l’equivalente sonoro.

    Sono fricative (c'è una frizione) labiodentali (cioè il labbro inferiore tocca i denti superiori). La lingua è a riposo. La differenza tra i due, come sempre, è la vibrazione, che c’è solo in /v/ ma non in /f/

    Quindi: fare, fuori, vero, voglio, lavoro.

    **

    Vediamo ora le doppie. Essendo suoni continui, la doppia qui si realizza allungando semplicemente il suono. E quindi gufo e buffo (non ho trovato coppie minime). Uovo, ovvio.

    Nella doppia la consonante è più lunga e la vocale che viene prima si accorcia, come abbiamo sempre visto finora. Facciamo altri esempi: soffiare, truffa, caffè, davvero, avviso, improvviso.

    Passiamo a /s/ sordo e /z/ sonoro, che sono i due suoni rappresentati dalla lettera S.

    Sono fricative dentali. La punta della lingua è molto vicina ai denti superiori.

    La differenza sta nella vibrazione.

    In /s/ non c’è vibrazione: sera.

    In /z/ c’è vibrazione: rosa.

    In italiano la stessa lettera S può indicare /s/ o /z/. Quindi come scegliere?

    All’inizio di parola si dirà sempre /s/, quindi: sera, sapere, sono.

    Quindi attenzione a non dire “io zono”, che è un errore tipico che fa chi parla tedesco, ma io sono. Se la S è doppia è /s/, pronunciata però un po’ più lunga: spesso, messo, tasso.

    Il suono /z/  sonoro invece non esiste geminato, non si può allungare. Ok?

    Dopo una consonante abbiamo /s/, quindi: polso, senso, falso.

    Tra due vocali, nella pronuncia standard tradizionale, diciamo, potremmo avere entrambi; ma nella pronuncia neutra moderna, quindi il modello che ho introdotto all’inizio, si tende ad avere sempre /z/ tra vocali. Quindi: casa, così, inglese, peso, scusa, cosa.

    Davanti a una consonante sorda abbiamo sempre /s/, quindi: sparare, scatto.

    Ma davanti a una consonante sonora abbiamo /z/: sbagliare, svelare.

    Tra poco torniamo su questo aspetto.

    Comunque, come abbiamo detto, per pronunciare la doppia S dobbiamo semplicemente allungare la consonante, la /s/, e accorciare la vocale precedente, come abbiamo visto già tante volte, quindi: sasso, fossa, posso, messo.

    Ricorda: come ho detto, /z/ non può mai essere lungo, non esiste.

    Bene, parliamo dell’assimilazione della S, che ho introdotto un attimo fa.

    Quando la S è seguita da una consonante sorda, come /p/, /t/, /k/, /f/, resta /s/.

    Quindi: sparare, storto, scusa, sforzo.

    Quando invece è seguita da una consonante sonora, quindi /b/, /d/, /g/, /v/, /m/, /n/, /r/, /l/, /dʒ/ diventa /z/. Quindi: sbagliare, sdentato, svelare, smettere, snervante, slegare.

    Se parli inglese, fai attenzione a questo dettaglio.

    In inglese esistono le combinazioni /sm/, /sn/, /sl/, quindi con S sorda: smart, snack, slick.

    In italiano invece abbiamo /zm/, /zn/, e /zl/, quindi: smettere, snervante, slovacco.

    Quindi se hai mai sentito un italiano dire smart con una /zm/, zmart, questo è il motivo.

    Infine, davanti a S + consonante si usano gli articoli maschili, quindi LO e GLI, non IL e I.

    Lo sbaglio, lo sforzo, gli studenti, gli spari.

    Bene, passiamo ora a /∫/ e /ʒ/, suoni fricativi, di nuovo.

    Sono il suono di scena, scelta, lasciare, sciopero.

    Questo per /∫/ , che è un suono che si articola tra alveoli e palato.

    La lingua è un po’ più indietro rispetto a /s/ e le labbra sono leggermente protruse; e il dorso della lingua si trova tra alveoli e palato. /∫/  /∫/  /∫/ . Questo, almeno in italiano standard.

    A livello di ortografia, quindi di scrittura, ricorda che abbiamo questo suono quando abbiamo le combinazioni SC + E e I, come scena e sci.

    A volte abbiamo anche SCIE, come in scienza o coscienza, ma quella I è muta, non si pronuncia.

    E poi abbiamo SCI + A, O, U: lasciare, sciopero, asciugare.

    Ecco, la I qui non si pronuncia. Serve solo a indicare che dobbiamo dire /∫/  e non prounciare /sk/: quindi sciarpa è diverso da scarpa.

    /∫/ , come abbiamo già visto per /ɲ/, tra vocali è sempre lungo, almeno in italiano standard, di nuovo.

    Quindi: lasciare, uscire, coscia.

    Anche tra due parole, come un articolo e un nome, quindi: lo sciocco, gli sciocchi, la scena, le scene.

    Poi abbiamo anche /ʒ/, che è la versione sonora di /∫/, ma non è un suono tipico dell’italiano. Si trova solo in parole straniere, in prestiti. Quindi: garage, abat-jour, vision.

    Poi abbiamo /ts/ e /dz/, le affricate dentali, /ts/ suono sordo e /dz/ sonoro, sono i due possibili suoni della lettera Z.

    Si articolano come /t/, /d/, /s/, e /z/, cioè abbiamo la punta della lingua che tocca i denti superiori. Sono suoni dentali.

    /Ts/ è una combinazione rapidissima di una fase di chiusura, tipo quello della /t/, e un rilascio fricativo tipo /s/. Quindi /ts/, /ts/: è come se fondessi i due suoni; ma senza dire /t/s/, ma /ts/.

    Grazie, pazzo, stanza, forza.

    Attenzione che, se hai sentito bene, tra due vocali questo suono è sempre lungo, anche se lo scriviamo con una sola Z.

    Ragazzo. Qui scriviamo due Z e il suono è lungo. Ma, per esempio, in azione, azione, scriviamo una sola Z ma comunque è come se fossero due Z, cioè il suono è lungo.

    E per questo a volte gli italiani si sbagliano e scrivono due Z: azzione, o anche grazzie.

    /Dz/ è la sua versione sonora. Avremo quindi una fase di chiusura tipo /d/, /d/, questa fase iniziale prima di far esplodere il suono, e un rilascio tipo /z/, /z/.

    Zero, zona, mezzo, azienda.

    Anche qui, tra vocali, questo suono è sempre lungo. Mezzo, azienda.

    Anche quando è singolo: una parola, per esempio, rara, può essere ozono, ozono.

    Davanti alla Z si usano sempre gli articoli maschili LO e GLI, non IL o I.

    Lo zaino, lo zero, gli zaini, gli zeri.

    Ora, dall’ortografia, non si capisce se la Z si pronuncia /ts/ o /dz/.

    Bisogna impararlo parola per parola.

    Le regole sono tante, possiamo vederne qualcuna di particolarmente utile.

    Vediamo quando usare /ts/, il suono sordo:

    Quando la parola finisce per -zione e simili, quindi: situazione, stazione, grazie.

    Quando abbiamo la combinazione NZ, quindi: senza, danza, stanza.

    Quando abbiamo LZ, come: alzare, calza.

    Quando abbiamo A e una doppia Z: pazzo, tazza, ammazzare.

    Quando abbiamo EZZ, un suffisso tipico per creare dei nomi, dei sostantivi, quindi: bellezza, sicurezza.

    Ma anche in una parola come prezzo.

    Attenzione però a mezzo, che ha /dz/, mezzo.

    Vediamo quando usare /dz/, il suono sonoro.

    Per esempio nei verbi che finiscono per -izzare, come: realizzare, organizzare.

    Ma spesso anche all’inizio di parola, come: zona, zero, zaino, zoo.

    Io ti consiglio, quando vedi una Z all’inizio di una parola, di pronunciarla /dz/.

    Quando abbiamo una sola Z tra due vocali, come: azalea, azoto, bazar, nazismo.

    Nota che la Z qui comunque si pronuncia lunga, anche se se ne scrive una soltanto.

    Come sempre puoi verificare la pronuncia su un dizionario di pronuncia o un dizionario normale, troverai l'indicazione della pronuncia della Z.

    Passiamo ora alle affricate /tʃ/, suono sordo, e /dʒ/, la versione sonora.

    Si articolano nello stesso punto di /ʃ/, quella zona tra gli alveoli e il palato duro, con le labbra leggermente protruse.  /tʃ/ e /dʒ/ sono suoni affricati, quindi hanno una fase di chiusura e un rilascio fricativo.

    Iniziamo da  /tʃ/.

    In ortografia si scrive CE o CI come in cena, Cina, oppure CIA, CIO e CIU come in ciao, ciò e ciurma. Ricorda che quella I in CIA, CIO e CIU non si pronuncia, ok?

    Vediamo degli esempi: cena, certo, ciocca, ciurma.

    Vediamo ora /dʒ/, che è rappresentato dalle combinazioni grafiche GE e GI, come Genova o giro, ma anche GIA, GIO e GIU come Gianni, gioco, giungla.

    Anche qui la I non si pronuncia, quindi GIA, GIO, GIÙ, non GI-A, GI-O, ok?

    Per fare la versione doppia di questi suoni, come sempre nelle affricate, si allunga la fase di chiusura e si accorcia la vocale precedente. Quindi: cacio> caccio.

    Facciamo altri esempi: faccia, doccia, uccello, spiaggia, peggio, maggiore.

    Passiamo a /r/, l’unico suono vibrante dell’italiano.

    È un suono alveolare, quindi la punta della lingua tocca gli alveoli come /n/ e /l/.

    Sì, quindi la /r/ si pronuncia con la lingua nella stessa posizione di /n/ e /l/: /r/.

    È un suono prodotto da uno (/r/) o più battiti [r] della lingua.

    Ecco, quindi sono due realizzazioni: /r/, monovibrante, un solo battito, come in caro, vero;

    [r], polivibrante, più battiti, per esempio in carro.

    In certi casi, anche quando la R è singola, sentirai che viene leggermente allungata, per esempio in casi come carta o Roma.

    Ora, le regole sono un po’ complicate, lasciamo questa parte al corso Fonetica Italiana Semplice.

    Il mio consiglio però è: se tu vedi una singola R, pronunciala come una R monovibrante, quindi carta, carta; mentre se vedi una R doppia, allungala: carro, carro.

    Ma ricorda che potrai sentire cose come carta, con qualche battito in più di uno, o Roma, Roma, di nuovo, con qualche battito in più.

    Esercitiamoci con alcune coppie, come:

    caro, carro;

    poro, porro.

    La vocale prima si accorcia, come sempre quando abbiamo una geminata, e la R si allunga.C

    carro, carro.

    Attenzione, se parli inglese, ché la R inglese non è vibrante.

    E in molti casi la R inglese scritta non si pronuncia in base al tuo accento.

    Quindi, se parli inglese britannico, al posto di carta potrebbe venirti da dire ca_ta.

    Ma in italiano la R si pronuncia sempre, anche in parole come certo, parco, corto.

    Se non sai come produrla, un trucchetto può essere che la R monovibrante è simile al suono dell’inglese americano in parole come better o daddy. Better, daddy, caro.

    Pronunciare però la versione polivibrante, quindi il trillo, è decisamente più complicato.

    /R/ è uno dei suoni più difficili da acquisire anche per i madrelingua, che a volte hanno anche dei difetti di pronuncia o comunque delle pronunce alternative.

    /L/ è una consonante alveolare, laterale, sonora. La punta della lingua tocca gli alveoli come /n/ e /r/, ma l’aria esce lateralmente. Le corde vocali vibrano. Per esempio: lago, lento, lode, luna, reale.

    Attenzione se parli inglese, ché nella tua lingua esiste la cosiddetta dark L.

    Quando pronunci questa L, la parte posteriore della lingua si alza verso gli alveoli. Abbiamo una pronuncia velarizzata, si dice; soprattutto a fine sillaba.

    Feel, milk.

    In italiano la L è sempre chiara. Non è mai velarizzata. Quindi non sollevare la parte posteriore della lingua. Se ti viene da dire una "l", attenzione soprattutto in casi come molto, caldo, felpa.

    Attenzione a non dire “molto”, “caldo” o “felpa”. Ok?

    Per fare la doppia, trattandosi di un suono continuo, si allunga semplicemente. Ok?

    Quindi: pala, palla.

    Come vedi, la vocale prima si accorcia.

    E concludiamo con l’ultimo suono che è /ʎ/, come in figlio o tagliare, che è una consonante laterale palatale sonora. Ed è uno dei suoni più difficili dell’italiano. Quindi è laterale come /l/: l’aria esce ai lati.

    Anche in /ʎ/, l’aria passa dai lati. È un suono palatale: la lingua quindi tocca il palato più indietro rispetto a /l/, sul palato duro. Il dorso della lingua, appunto, tocca il palato.

    Puoi trovare questo suono partendo da /l/, una /l/ chiara dell’italiano e aggiungendo mentalmente a questo suono /j/, il suono di ieri o di yesterday in inglese, o di yes, cercando di fondere i due suoni.

    Quindi parti da /l/ e prova ad aggiungere /j/: /ʎ/.

    Oppure puoi partire anche da /ɲ/, il suono di ragno, che è un suono palatale, quindi la lingua tocca il palato nella stessa posizione, ma devi fare un suono non nasale, come /ɲ/; /ʎ/.  =Invece di far uscire l’aria dal naso, devi farla uscire lateralmente. So che è difficile, /ʎ/, ma ti può aiutare pensare che /ɲ/ e /ʎ/ hanno la lingua nella stessa posizione.

    /ʎ/  è un suono che tra vocali è sempre lungo.

    Quindi abbiamo: togliere, sbagliare, aglio.

    Passando all’ortografia, si scrive GLI + vocale, quindi: taglia, meglio, foglio.

    Di nuovo, la I non si pronuncia.

    Ma anche GL + I in casi come gli, sbagli, quegli.

    Quando abbiamo l’articolo GLI seguito da una parola che inizia per vocale, quella I si tende a non pronunciare. Quindi: gl'amici, gl'amici. Oppure: quegl'altri, quegl'altri (al posto di quegli altri).

    Un errore comune è che molti pronunciano /ʎ/ come se fosse /l/j/.

    Ma attenzione che voliamo non è uguale a vogliamo: voliamo, vogliamo.

    Un’altra pronuncia diffusa anche in Italia è /ʎ/ pronunciato lungo, quindi famiglia può diventare famijjja. Non è la pronuncia standard, ma è molto comune, per esempio, a Roma. Ed è anche un errore di pronuncia molto comune, perché anche questo è un suono un po' difficile da pronunciare anche per alcuni madrelingua.

    E siamo arrivati alla fine di questo video molto lungo.

    Adesso hai una mappa chiara dei suoni dell’italiano, delle vocali, delle consonanti e delle consonanti nelle loro versioni doppie. Ma ti dico una cosa importante. Se vuoi fare tuo quello che hai imparato, devi metterlo in pratica.

    E per questo ti ricordo che ho preparato un PDF gratuito che riassume tutto quello che abbiamo visto oggi e che ti dà accesso a una serie di file audio gratuiti per esercitarti attivamente con i suoni, per ripetere e confrontare la tua pronuncia con la mia.

    Lo trovi nel link in descrizione, ma ti lascio di nuovo anche il codice QR.

    In particolare gli audio ti aiuteranno molto.

    E se invece vuoi fare il salto di qualità vero e proprio e lavorare in modo completo sulla pronuncia dell’italiano, andando più in profondità per quanto riguarda tutti i suoni, ma anche per quanto riguarda accento, ritmo e altri fenomeni fonetici di cui qui non abbiamo parlato, allora dai un’occhiata a Fonetica Italiana Semplice, che è il nostro corso completo di pronuncia, pieno di esercizi, quiz e lezioni passo passo pensato proprio per chi vuole smettere di sentirsi tradito dal proprio accento.

    Se sei arrivato o arrivata fino a qui, chiaramente la pronuncia italiana è un argomento che ti interessa e, se la tua madrelingua è l’inglese, ti ricordo che a breve lanceremo un programma di coaching di gruppo proprio per aiutarti a ridurre l’influenza della tua madrelingua nel modo in cui pronunci l’italiano.

    Il programma con Elissa inizierà molto presto, quindi iscriviti alla lista d'attesa per non perderti gli aggiornamenti che daremo molto a breve.

    Trovi il link in descrizione oppure nel primo commento qui sotto.

    Questo è tutto per oggi.

    Spero che questo mega video ti sia piaciuto.

    Alla prossima.

    Se ogni volta che parli in italiano gli italiani ti capiscono ma riconoscono subito il tuo accento e per questo magari ti rispondono in inglese, questo video è per te.

    Oggi facciamo una cosa rara, mettiamo in ordine tutti i suoni dell’italiano in un unico video: vocali, consonanti, suoni difficili, doppie e vediamo consigli specifici anche per chi parla inglese come madrelingua.

    E anche se studi italiano da anni, ti prometto che scoprirai qualcosa di nuovo. Una regola, un suono, un errore invisibile che ti sta frenando e che nessuno ti ha mai spiegato bene prima di questo video. E se così non è, ti compro una birra!

    Io sono Davide, questo è Podcast Italiano, un canale per imparare l’italiano. Attiva i sottotitoli se ti aiutano, la trascrizione è sul mio sito e ho anche preparato un PDF che riassume tutto quello che sentirai in questo video. Con il PDF avrai accesso gratuito a una serie di file audio che ti permetteranno di esercitarti attivamente con tutti i suoni dell’italiano. Una risorsa davvero utile e che rende questo video molto più utile. E la cosa migliore è che è totalmente gratuita. Ti lascio il link in descrizione, ma puoi anche scansionare il codice QR qui di lato.

    Trascrizione e glossario sul Podcast Italiano Club

    In questo video vedremo tutti i suoni dell’italiano, ma anche dopo aver visto questo video potrai continuare ad avere un po’ di difficoltà a pronunciare i suoni dell’italiano. Questo perché la tua madrelingua influisce su come produci i suoni in italiano e questo è normale che succeda.

    Un consiglio che do: per evitare che questo accada, o accada un po’ di meno, devi cercare di capire come esattamente la tua madrelingua influenza i suoni che produci in italiano.

    E se la tua madrelingua è l’inglese, abbiamo pensato a un programma che potrebbe interessarti.

    Presto lanceremo un programma di coaching incentrato proprio sulla riduzione del tuo accento inglese o americano o australiano, che terrà la mia amica e accent coach Elissa Dell’Aera, che hai visto nell’ultimo video.

    Elissa è la persona anglofona con la migliore pronuncia in italiano che io conosca, tanto che gli italiani spesso la scambiano per una madrelingua. Lei ha imparato l’italiano da zero come te e l’ha portato a un livello davvero eccezionale. E siccome di lavoro fa l’accent coach, è la persona giusta per aiutarti a ridurre il tuo accento anglofono in italiano.

    E dunque lanceremo questo programma di coaching di gruppo molto presto, arriveranno notizie a brevissimo e, se ti interessa saperne di più, iscriviti al link che ti lascio in descrizione oppure nel primo commento qua sotto.

    Prima di partire con i suoni, voglio spiegarti il modello di italiano a cui farò riferimento, che è la pronuncia neutra moderna ideata dal linguista Luciano Canepari. La pronuncia neutra è un modello di riferimento, non è l’accento naturale di una regione o di una città specifica. Cioè, nessun italiano cresce parlando così in modo spontaneo.

    Storicamente, deriva dal fiorentino, ma ripulito di alcune caratteristiche regionali, corrisponde grosso modo a come parlano i doppiatori, gli speaker radiofonici e i professionisti della parola in generale.

    È uno strumento che io considero utile, anche per chi impara l’italiano, da usare quando si vuole avere un modello di riferimento a cui ispirarsi per imparare e migliorare la pronuncia dell’italiano.

    Un’altra precisazione prima di incominciare: nel video parlerò sempre di suoni e non di lettere. Cioè, parlerò anche di lettere, ma le lettere appartengono all’ortografia, che è come rappresentiamo graficamente i suoni.

    L’ortografia italiana è abbastanza regolare, ma non bisogna fidarsi troppo dell’ortografia perché è una convenzione, una tecnologia per scrivere i suoni, ma ha delle limitazioni. Quindi noi oggi non ci distrarremo troppo dall’ortografia e partiremo dai suoni.

    Per descrivere ogni suono userò l’IPA o AFI, alfabeto fonetico internazionale, che è un sistema di simboli che permette di rappresentare in modo preciso i suoni di una lingua. Lo userò perché è scientifico, chiaro e utile. Aiuta a rendere visibili caratteristiche fonetiche che l’ortografia, ma a volte anche l’orecchio, non sempre colgono. Non è indispensabile per imparare bene la pronuncia di una lingua, ma è uno strumento molto potente.

    Bene, partiamo dalle vocali.

    Una vocale è un suono prodotto senza ostacoli al passaggio dell’aria, quindi a, i, u, eccetera. Per spiegartele menzionerò tre parametri:

    1) Apertura, chiusura, cioè quanto la lingua è in alto o in basso nella bocca. /I/ per esempio è una vocale dove la lingua è alta e quindi una vocale chiusa. Mentre /a/ è una vocale dove la lingua è bassa, quindi una vocale aperta.

    2) Secondo parametro: anteriorità, posteriorità, cioè avanti o indietro. Quanto la lingua è avanti o indietro. /I/ è una vocale anteriore, la lingua è avanti, mentre /u/ è una vocale posteriore, la lingua è indietro nella bocca.

    3) Arrotondamento delle labbra, se le labbra sono distese o arrotondate. /I/: se dico /i/, vedi che le labbra non sono arrotondate, mentre se dico /u/ vedi che le labbra sono arrotondate.

    Ogni vocale è quindi il risultato della combinazione di questi tre movimenti: verticale (su e giù), orizzontale (avanti e indietro) e poi la posizione delle labbra.

    Partiamo da /i/.

    /I/ è una vocale chiusa e anteriore.

    La lingua si trova in avanti, in alto, molto vicina al palato.

    Quando la pronunciamo, le labbra non si arrotondano, sono leggermente distese.

    E ovviamente si scrive con la lettera I.

    È importante che la lingua rimanga ferma, ok? Non deve muoversi perché altrimenti rischiamo di creare un piccolo dittongo, cioè una combinazione di vocali. Quindi non deve essere /ei/ come magari in inglese, ma deve essere un suono puro e continuo. La troviamo in parole come queste, e ti invito a pronunciarle dopo di me, ok?

    Inviti, ritiri, vicini, firmi, cibi, tinti.

    La troviamo anche in posizione finale accentata, per esempio:

    lunedì, martedì, mercoledì, colibrì.

    Sai cos’è un colibrì? È questa cosa qui!

    E la troviamo anche nei dittonghi, cioè combinazioni di vocali, come:

    bugia, fantasia, mio, noi, vuoi.

    Mi raccomando, se parli inglese o tedesco, fai attenzione perché in quelle lingue la I può avere suoni diversi da questo. Per esempio potresti pronunciarla come in "kit" o in "bitte". Ma in italiano invece è sempre I, quindi molto tesa.

    Passiamo a /u/, che si scrive con la lettera U, ovviamente.

    È una vocale chiusa, posteriore, con la lingua indietro, e arrotondata.

    Proviamo a confrontarla con /i/, passando da un suono all’altro.

    /iuiuiuiuuiuiuiu/.

    Che cosa cambia? Beh, la lingua va avanti e indietro.

    Lo senti? E le labbra poi si arrotondano.

    Il suono della U italiana, come I, deve essere stabile, uniforme, senza movimento.

    E deve essere molto indietro. La troviamo in parole come:

    uno, tu, più, tutto, luna, muro, fumo, scuro, qualcuno, chiuso, giù, ultimo.

    Come per I, anche U si pronuncia sempre allo stesso modo in qualsiasi posizione.

    Attenzione solo se parli inglese, perché il suono deve rimanere fermo, senza modificarsi.

    Quindi non come "moon" "goose". Senti che in inglese non è /u/ ma /uː/, quindi c’è un movimento della lingua.

    /A/ : questa è una vocale aperta, centrale e non arrotondata.

    La lingua si trova in basso, ed è la vocale più aperta dell’italiano, e in posizione centrale.

    /a/, /a/, /a/. Le labbra non si arrotondano.

    Si scrive con la lettera A, quindi nessuna sorpresa finora.

    E rispetto a /i/ e /u/ la bocca è più aperta: /a/.

    Può aiutare esagerare un po’ con l’apertura della bocca.

    /a/, /a/, /a/.

    Attenzione a non portare la lingua troppo indietro. In italiano la /a/ è più anteriore del suono /a/ di "father" in inglese. Ma attenzione a non portarla troppo in avanti come la /a/ di "cat" in inglese, dove invece è troppo avanti. Deve essere una via di mezzo.

    La troviamo in parole come:  fare, quando, grazie, allora, casa, parlare, mamma, italiano, papà, avanti, ragazza, fantastica, andata.

    Anche /a/, come le altre vocali italiane, si pronuncia sempre allo stesso modo in qualsiasi posizione.

    Parliamo ora dei due suoni che può rappresentare la lettera E.

    Sono due: la /e/ chiusa e la /e/ aperta.

    Iniziamo da É, la /e/ chiusa.

    È una vocale anteriore, medio alta e non arrotondata.

    Quindi la lingua è in avanti, un po’ più bassa rispetto a /i/.

    Nei dizionari spesso trovi l’accento acuto, "é".

    E quando vedi E con l’accento acuto alla fine di una parola, per esempio perché, poiché, affinché, la pronuncia è chiusa. Puoi partire da /i/ e abbassare leggermente la lingua.

    La lingua rimane in avanti, si abbassa solo un po’; /e/.

    Ora, la cosa più importante: quando la /e/ non è accentata, cioè non ci cade sopra la forza della parola, si pronuncia sempre chiusa: /é/. Per esempio: cose, dice, dorme, brave, regalo, teatro, vivere, evoluzione.

    Ecco, in queste parole le E non accentate sono sempre chiuse. Questa è la regola più semplice e più importante da ricordare per capire come si pronuncia la E in una parola.

    Quando invece la E è accentata, quindi ci cade sopra la forza della parola, abbiamo due opzioni: può essere chiusa (é) oppure aperta (è), che è il prossimo suono che vediamo.

    Passiamo quindi alla E aperta come nella parola bello.

    Nel simbolo fonetico si scrive [ɛ], che è proprio una specie di "è" aperta, mentre nei dizionari spesso trovi l’accento grave "è".

    Quando vedi È alla fine di una parola, per esempio caffè, cioè, è, la pronuncia è aperta. È una vocale anteriore, medio-bassa e non arrotondata.

    La lingua è in avanti, ma più in basso rispetto alla /e/ chiusa.

    Proviamo a passare da "é" a "è".

    La lingua si abbassa leggermente. Puoi anche fare una piccola scala.

    Man mano, come vedi, la lingua scende.

    Ora alcune parole con "è" accentata: "è" può essere solo in una sillaba accentata, ricordi?

    Quindi: festa, certo, lei, sempre, senza, gente, terra, sento, vengo, spero.

    Ricorda la regola fondamentale. La È può comparire solo in sillaba accentata.

    Le altre E della parola, se non sono accentate, saranno chiuse automaticamente.

    Per esempio: bene, presente, attento, gemello, sorelle, Firenze.

    La E su cui cade l’accento può essere aperta, le altre sono chiuse, ok?

    Le regole per sapere quando usare É o È in una sillaba accentata non sono sempre semplici, ma per ora l’importante è riconoscere la differenza e allenare l’orecchio. Vediamo ora alcune coppie minime con É (quindi E chiusa) ed È (la E aperta). Parole in cui l’unico suono che cambia è proprio la pronuncia della vocale.

    Attenzione, mi riferisco ora al modello che ho introdotto all’inizio del video, la pronuncia neutra. Queste coppie sono tipiche dell’italiano standard e dell’Italia centrale in generale. In molte altre varietà regionali la distinzione non si fa realmente, dipende dalla varietà comunque.

    La coppia più semplice è questa:

    E, congiunzione, come io e te.

    È, il verbo essere, come Roma è bella.

    Altre coppie utili:

    Légge, come “la legge è uguale per tutti”, e lègge, come “Luca legge un libro”.

    , come “ho visto te”, e , come “mi bevo un tè”.

    Vénti, come il numero, “venti persone”, e vènti, come “i venti del deserto”.

    Pésca, come lo sport, “andare a pesca”, e pèsca, come il frutto, “mi mangio una pesca”.

    Colléga, quindi “lui collega i cavi”, e collèga, “il mio collega di lavoro”.

    Affétto, il verbo affetto, quindi forma del verbo affettare, come “io affetto la carne”, e affètto, come l’affetto che proviamo per una persona.

    Ménte, quindi il cervello, e mènte, come “Luca mente”, non dice la verità.

    Ce ne sono altre, ma non sono tante.

    Per questo motivo, a livello pratico, confondere É ed È raramente crea problemi di comprensione. Però queste coppie sono utili per allenare l’orecchio e la pronuncia.

    Passiamo ora alla O chiusa, come in Roma.

    /O/ è una vocale medio alta, posteriore e arrotondata.

    La lingua è indietro e abbastanza in alto.

    Le labbra sono arrotondate.

    Si trova a metà strada tra U e Ò, la O aperta che vedremo tra poco.

    Rispetto a /u/, la lingua è un po’ più bassa e le labbra leggermente meno arrotondate.

    Prova a passare da /u/ a /o/.

    Ora, la regola importante. Quando la /o/ non è accentata, si pronuncia sempre chiusa: /o/.

    Proprio come la E, che quando non è accentata si pronuncia é, chiusa.

    Per esempio: vado, scendo, vengo, bravo, buono, ragazzo, locale, modello, coniglio.

    Se invece la O è accentata, può essere O chiusa oppure Ò aperta.

    Lo vediamo tra poco. Funziona proprio come per la E.

    Alcune parole comuni con O accentata chiusa sono:

    sono, solo, molto, Roma, lavoro, nome, pronto, giorno.

    Vediamo ora [ɔ] , la /o/ aperta, come in cosa.

    Ò è una vocale medio-bassa, posteriore e arrotondata.

    La lingua è indietro e più in basso rispetto a /o/, la O chiusa.

    Le labbra sono arrotondate ma meno rispetto a O.

    Un po’ meno arrotondate, e ancora meno rispetto a U, dove sono molto arrotondate.

    Possiamo fare una piccola scala: /uuuoooɔɔɔ/.

    La lingua scende progressivamente e le labbra, se vedi, si arrotondano sempre meno.

    /uuuoooɔɔɔ/.

    Nell’ortografia, nella scrittura, trovi l’accento grave solo alla fine di parola, dove la O è sempre aperta: andrò, tornerò, però, pensò.

    Ricorda: Ò può comparire solo in sillaba accentata.

    Le altre O della parola, se non sono accentate, sono chiuse.

    Alcune parole comuni con Ò sono: ho, no, cosa, so, donna, oggi, notte, porta.

    In parole con più O, solo quella accentata può essere aperta:

    voglio, posso, uomo, ricordo, troppo, orologio.

    Come per la E, non è facile sapere dalla grafia se la /o/ accentata sia aperta o chiusa.

    Per ora, l’importante è riconoscere e sentire la differenza tra O e Ò.

    Vediamo ora alcune coppie minime con O chiusa e O aperta.

    Anche qui le coppie non sono molte, anzi sono anche meno rispetto alle coppie con la E.

    E sbagliare raramente crea problemi di comprensione, però sono utili per allenare l’orecchio.

    La coppia più importante è:

    O, congiunzione: “Luca o Giovanni”, e ho, il verbo avere, come “ho tempo”.

    Altre coppie sono:

    Bótte, come una botte di vino, e bòtte, le botte che diamo a una persona che ci fa arrabbiare.

    Cólla, quindi “sono andato colla macchina” (anche se spesso scriviamo “con la macchina”, anche se nel parlato frequentemente si dice proprio “colla macchina”), e còlla, come la colla con cui incolliamo qualcosa.

    Fósse, verbo essere al congiuntivo imperfetto, “speravo che fosse così”, e le fòsse, le fosse scavate dai cani.

    Vólto, come sinonimo di faccia, e vòlto, come “mi volto per guardare indietro”, verbo voltarsi.

    Cólto, come “un uomo colto”, e còlto, participio passato di cogliere, “ho colto quel riferimento”.

    Come per la E, questa distinzione è tipica dell’italiano standard, della pronuncia neutra, ed è anche tipica dell’Italia centrale. In altre varietà di italiano regionale le cose possono funzionare in maniera un po’ diversa.

    Ma quindi serve imparare le vocali aperte e chiuse?

    Chiudiamo con un chiarimento sulle vocali medie, quindi proprio queste che abbiamo appena visto, E ed O, aperte e chiuse. Perché sono così problematiche, innanzitutto?

    Primo motivo, perché l’ortografia quasi mai ci aiuta.

    All’interno della parola non possiamo mai sapere dalla grafia se la vocale accentata sia aperta o chiusa. Solo alla fine di parola l’accento grafico ci dà un’indicazione. È e Ò con l’accento grave, come abbiamo visto, sono aperte, mentre É con l’accento acuto è chiusa.

    Secondo motivo: c’è molta variabilità regionale, come abbiamo visto. Quindi vale la pena imparare le regole dell’italiano standard? La mia risposta è: dipende. Se il tuo obiettivo è farti capire e avere una pronuncia chiara e comprensibile in italiano, la priorità è eliminare l’influenza della tua lingua madre sui suoni fondamentali. Quindi la distinzione tra vocali aperte e chiuse raramente crea incomprensioni.

    Non deve essere la tua priorità.

    Ma se hai già una pronuncia buona e vuoi avvicinarti all’italiano neutro o avere una pronuncia più elegante, più raffinata, perché non c’è nulla di male, secondo me, a considerare così la pronuncia neutra, allora puoi senz’altro lavorarci. Ma ripeto: non è la priorità, ok? È qualcosa di avanzato e piuttosto raffinato. Conosco pochi studenti che praticamente sanno fare questa distinzione, ma è interessante comunque parlarne, perché la sentirai.

    Se vuoi imparare questa distinzione e quindi avvicinarti alla pronuncia standard delle vocali medie, puoi fare quattro cose.

    1) La prima è consultare un dizionario di pronuncia come il DP o il DOP. Il primo di questi usa i simboli IPA, il secondo no, ma comunque capirai bene. Anche un buon dizionario come lo Zingarelli ti può aiutare. Ti lascio tutti i link a queste risorse nel PDF.

    2) Studiare alcune regole di base, sapendo però che sono complesse e piene di eccezioni. Mi riferisco ad altre regole per capire, nelle sillabe accentate, quale suono fare. Ma te ne parlo più approfonditamente nel mio corso di pronuncia, Fonetica Italiana Semplice. Te lo lascio qui sotto in descrizione.

    3) Puoi ascoltare e fare attenzione a come parlano le persone dell’Italia centrale, quindi dalla Toscana, Lazio, Umbria e Marche del Sud, dove la distinzione tra vocali aperte e chiuse funziona proprio come nell’italiano standard.

    4) Ascoltare parlanti con una pronuncia neutra, che parlano in dizione, cioè persone che hanno lavorato consapevolmente sulla pronuncia, come doppiatori, speaker radiofonici e professionisti della parola, come dicevamo all’inizio di questo video. Ma ancora una volta questa non deve essere la priorità, secondo me.

    I e U, tradizionalmente si chiamano "semiconsonanti", ma si possono anche considerare consonanti "approssimanti". Cioè consonanti che, a differenza delle consonanti vere e proprie che vedremo dopo, non hanno una vera e propria frizione come /ʃ/ o /r/.

    Te ne parlo qui, dopo le vocali, perché sono di fatto molto vicine a I e U.

    Sono proprio le lettere con cui si scrivono, dopo tutto.

    Infatti /j/ è molto simile a /i/, ma con la lingua ancora più vicina al palato.

    Mentre /w/ è simile a /u/, ma con la lingua ancora più vicina al velo, al palato molle, e con forte arrotondamento.

    Troviamo /j/ nelle combinazioni:

    I + A: siamo, piano.

    I + E: ieri, pieno.

    I + O: fiore, iodio.

    I + U: aiuto, fiuto.

    Troviamo /w/ nelle combinazioni:

    U + A: quando, acqua.

    U + E: questo, quello.

    U + I: quindi, guidare.

    U + O: uomo, cuore.

    Bene, abbiamo visto tutte le vocali. Abbiamo parlato anche di due suoni che erano forse più simili a consonanti, o comunque a metà strada. Non ho parlato di concetti come iato e dittonghi, ma per approfondire ed esercitarti davvero andando in profondità nella pronuncia italiana c’è, per l’appunto, il nostro corso completo Fonetica Italiana Semplice che, se ti interessa l’argomento della pronuncia, devi fare.

    Qui voglio parlarti solamente dei suoni, senza andare troppo nel dettaglio di tutti i fenomeni fonetici dell’italiano. Ti lascio il link in descrizione per scoprire Fonetica Italiana Semplice.

    Bene, passiamo ora alle consonanti.

    Una consonante è un suono prodotto creando un ostacolo al flusso dell’aria.

    A differenza delle vocali, in cui l’aria passa libera, nelle consonanti la lingua e altri organi articolatori si avvicinano molto o entrano in contatto, quindi la lingua con i denti, alveoli, palato, eccetera.

    Ogni consonante è definita da tre parametri:

    1) Tipo di fonazione, quindi se le corde vocali vibrano, quindi abbiamo un suono sonoro, come /v/, o non vibrano, e abbiamo un suono sordo, non sonoro (come /f/). Senti che, in questa coppia, solo /v/ ha una vibrazione che puoi sentire proprio se metti la mano qui, mentre se dici /f/ non senti nessuna vibrazione: le corde vocali non vibrano.

    2) Il punto di articolazione, cioè dove avviene il contatto o l’avvicinamento.

    Per esempio, abbiamo suoni bilabiali, quindi le labbra si chiudono /b/, oppure suoni velari, come /k/: quindi abbiamo la parte posteriore della lingua che tocca il velo palatino, cioè il palato molle dietro nella bocca.

    3) E poi abbiamo il modo di articolazione, cioè come viene modificato il flusso dell’aria. Abbiamo il modo occlusivo, quindi con un’esplosione, diciamo così, l’aria esce in maniera esplosiva (/p/, /t/, /k/); abbiamo il modo fricativo, quindi c’è una frizione (/sh/, /s/, /f/); e abbiamo il modo affricato, che è una combinazione che inizia con una parte occlusiva e poi una parte fricativa (/c/, /ts/, /dz/) ecc.

    Ora non entro nel dettaglio di ciascuno di questi termini in questo video: lo facciamo nel corso Fonetica Italiana Semplice. Detto questo, vedremo le consonanti in coppie, quindi coppie composte da un suono sordo e da un suono sonoro. E appunto l’unica differenza che distingue i suoni in queste due coppie è la vibrazione delle corde vocali, se vibrano o se sono a riposo.

    Incominciamo dalle occlusive /p/ e /b/, che si scrivono con la lettera P e la B.

    Sono consonanti bilabiali: si producono chiudendo le labbra e poi rilasciando l’aria.

    La lingua è a riposo. /P/ , /b/.

    La differenza è questa: /p/ è sorda. Le corde vocali non vibrano.

    Se senti una vibrazione è perché stai dicendo una vocale dopo, stai dicendo “pa”.

    Ma la P da sola è questo suono, /p/. Basta.

    /B/ è sonora. Le corde vocali vibrano subito. Basta, basta.

    Attenzione, perché in inglese /p/ è spesso un suono aspirato, come in pick.

    Senti che c’è questa aspirazione? Pick. Prova a mettere la mano davanti alla bocca. La sentirai. In italiano non c’è nessuna aspirazione. Quindi non diciamo “phasta”, ma pasta.

    Un trucchetto: puoi anche mettere un foglietto davanti alla bocca. Se si muove molto quando dici pasta, stai aspirando troppo. Pasta, pasta. Troppa aspirazione. Pasta, pasta. Meno movimento, quindi va bene.

    Un altro trucchetto: pensa alla P inglese in spin. Quella è molto simile alla P italiana, non c’è aspirazione. Sp, sp.

    Per ogni consonante ti voglio parlare anche di come produrla nella sua versione doppia. Si scrive con la stessa lettera due volte, quindi con un suono lungo o tecnicamente geminato.

    Nelle doppie P e B c’è una fase di chiusura più lunga, una piccola pausa.

    Papa, pappa.

    Senti quella piccola pausa nel suono? Papa, pappa.

    In pappa la consonante è più lunga e la vocale prima è più corta. Quindi si accorcia quella A. Pappa, pappa. Senti com’è corta la A prima? In papa la consonante è breve e la vocale è più lunga.

    Oppure babo (che non è una parola esistente, ma ce la inventiamo giusto per mostrare la differenza) e babbo. Con /b/ la differenza è che, durante la pausa, quindi mentre non stiamo emettendo aria e le labbra sono chiuse, la vibrazione continua. Perché è questo che succede con i suoni sonori.

    Quindi /b/ /b/ /b/; chiudo le labbra, ma senti… le corde vocali continuano a vibrare.

    Passiamo ora alle occlusive dentali /t/ sorda e /d/ sonora.

    Sono dentali: la punta della lingua tocca i denti superiori.

    Non si producono con la punta della lingua sugli alveoli, come in inglese.

    In inglese si chiamano suoni alveolari.

    /T/, /d/. Ma proprio contro i denti: /t/, /d/.

    Quindi qualche millimetro più avanti. La differenza è molto sottile.

    Quindi /t/ non ha nessuna vibrazione, come in tanto, tanto.

    /D/ invece ha la vibrazione, come in dove.

    Come per /p/ anche la /t/ inglese è spesso aspirata: test, talk.

    In italiano non c’è nessuna aspirazione, quindi non “thanto”, ma "tanto".

    Thanto: sbagliato. Tanto: corretto.

    Un trucco: pensa alla /t/ inglese in stick. Anche qui il trucchetto funziona perché quella /t/ è molto più vicina alla /t/ italiana. Stick, tanto. Devi cercare di isolare il suono della /t/ in inglese dopo la /s/, perché dopo la /s/ non lo aspiri se parli inglese come madrelingua. Non dici “sthick”, ma stick.

    Vediamo ora la versione doppia di queste consonanti.

    Tuta, tutta.

    Feta, fetta.

    Nella doppia, di nuovo, senti questa pausa, questa fase di chiusura, e la vocale prima si accorcia.

    Tutta. Fetta.

    Mentre con /d/, la nostra doppia /d/, la vibrazione continua durante la chiusura.

    Freddo.

    Senti invece che in fretta la vibrazione non continua, cioè si interrompe.

    Passiamo ora alle occlusive velari: /c/ sorda, e /g/ sonora.

    Si articolano nella parte posteriore della bocca.

    La parte posteriore della lingua tocca il velo palatino o palato molle.

    E da "velo palatino", o velo e basta, viene la parola "velare".

    Per esempio: /c/ come in casa, cosa, che, chi.

    Oppure /g/ come in gatto, gonna, pagare.

    Ricorda anche quando compare questo suono: quando abbiamo C + A, O, U, ma anche CH + E o I. Questo suono può essere rappresentato anche dalla lettera Q, che si usa solo nelle sequenze con /w/: quando, questo, quindi.

    Come /p/ e /t/, anche la K in inglese è spesso aspirata. Pensa a kiss o car.

    In italiano però non c’è aspirazione, quindi non diciamo “kharo”, ma caro.

    Di nuovo, pensa allo stesso trucco di prima: a /k/ dopo una S, come skip in inglese.

    Oppure alla parola italiana scusa, no? Lì la /c/ non è aspirata, proprio come in italiano.

    Quindi se isoli quel suono, /sc/, /sc/, /sc/, sarai in grado di dire la /c/ che devi dire in italiano. Quindi, al posto di dire “kharo”, dirai caro.

    Vediamo ora questi suoni doppi, quindi lunghi.

    Beh, funzionano come le altre occlusive, quindi: Paco, pacco. Lago, laggo (che, vabbè, nel linguaggio dell’informatica esiste, ma non è una parola comune).

    Comunque, per capirci; quindi, di nuovo, nella doppia, c’è una fase di chiusura più lunga e la prima vocale invece si accorcia. Pacco. Attacco.

    Per la /g/ lunga, come sempre, la vibrazione continua durante la fase di chiusura.

    Aggancio. Agguato.

    E con questo abbiamo completato le occlusive dell’italiano.

    Bene, vediamo ora le nasali e partiamo da /m/, la nasale bilabiale.

    Si articola nello stesso punto di /p/ e /b/. Chiudiamo le labbra e la lingua è a riposo.

    La differenza è che il velo si abbassa e l’aria passa dal naso.

    Se ti tocchi il naso, senti proprio che il naso vibra.

    Mentre se dici /p/ o /b/ no, perché l’aria in quel caso esce dalla bocca.

    È un suono comunque molto comune nelle lingue, sicuramente ce l’hai nella tua lingua e in genere non crea molti problemi. Degli esempi sono:

    mare, mio, come, molto, abbiamo.

    Ora, con le nasali, la geminazione, quindi la versione doppia o lunga di queste consonanti, non crea una pausa come nelle occlusive. Il suono viene semplicemente allungato. Quindi confronta mama con mamma. In mamma la /m/ è più lunga e la vocale prima è più corta. Questo è importante anche grammaticalmente per distinguere la prima persona plurale del futuro semplice e del condizionale presente: faremo e faremmo, diremo e diremmo, prenderemo e prenderemmo.

    **

    Passiamo a /n/, la nasale alveolare.

    La punta della lingua tocca gli alveoli, subito dopo i denti superiori.

    Lo stesso punto dove articoliamo, e lo vedremo tra poco, le consonanti /l/ e /r/.

    Oppure dove si fa la /t/ e la /d/ in inglese, che sono un po’ più indietro rispetto all’italiano, quindi non dentali ma alveolari. Ecco, sempre in questo punto si articola /n/.

    Anche /n/ è un suono comunissimo nelle lingue e quindi non avrai problemi a pronunciarlo.

    Bene, mano, lana, Siena.

    La cosa interessante è che ha delle varianti, tecnicamente chiamate "allofoni", perché il suono base è /n/, ma cambia leggermente davanti ad alcune consonanti. Questi cambiamenti comunque sono abbastanza automatici o naturali, ma è interessante osservarli.

    Davanti a /p/ e /b/ diventa /m/, cioè il suono bilabiale.

    Lo vediamo tra parole vicine: coMPietro, iMBarca, noMBevo, saMBernardo.

    Lo vediamo anche nel nome Giampietro, che sarebbe Gianni e Pietro, la combinazione, che si può scrivere sia separato con la N (Gian Pietro) oppure come unico nome, Giampietro. Ma, in ogni caso, quella N si pronuncia /m/: Giampietro.

    Davanti a /f/ e /v/, diventa [ɱ]: iɱfatti, iɱvece, coɱ Fabrizio, coɱ Veronica.

    Comunque ti verrà naturalmente se proverai a dire una N seguita da una F o una V.

    L’importante è non dire “con Fabrizio” o “con Veronica”, non è necessario separare e dire una vera /n/, ma coɱ Fabrizio, coɱ Veronica.

    Davanti a /c/ e /g/ diventa [ŋ], velare, che è il suono NG dell’inglese, sing.

    Quindi: anche, fango, non capisco, non guardo.

    Di nuovo, non diciamo “an-che” o “fan-go”, o "non-capisco", o "non-guardo" ma non capisco, non guardo.

    Poi abbiamo la /n/ doppia o geminata.

    Come per /m/, anche qui abbiamo un suono continuo che viene semplicemente allungato, quindi non ci sono pause. Come sempre, però, la vocale prima si accorcia. Nono, nonno. Oppure un grande classico dell’ironia dei bambini: ano e anno, due parole diverse.

    Passiamo alla nasale palatale /ɲ/ di ragno o lasagne.

    In ortografia è scritta GN, ma questa combinazione non si pronuncia G-N, attenzione, bensì, appunto, /ɲ/. È un suono palatale, quindi il dorso, che sarebbe la parte centrale della lingua, tocca il palato duro, quindi dopo gli alveoli: stiamo tornando indietro nella bocca.

    Essendo un suono nasale, l’aria passa dal naso. /ɲ/ /ɲ/.

    Attenzione perché in italiano standard, tra due vocali, /ɲ/ è sempre lungo. Quindi ragno si pronuncia raɲɲo, e non raɲo. Oppure bagno, bisogno, montagna. Adesso esagero, ma per aiutarti a capire.

    Però, in alcune varietà del nord, la pronuncia può essere più breve, quindi raɲo. Ok?

    Attenzione a non confonderla con /nj/, perché c’è differenza tra campagna e Campania.

    Nel secondo caso abbiamo una /n/ normale più /j/: /nj/; che non è uguale a GNA, che è il suono /ɲ/.

    Davanti a parole che iniziano con GN si usa l’articolo maschile LO: lo gnomo, lo gnu.

    Quindi non si usa IL.

    Anche qui, il suono della GN è lungo: lo gnomo.

    E l’articolo LO al plurale è GLI, quindi: gli gnomi e gli gnu.

    Passiamo ora a /f/, suono sordo, e /v/, che è l’equivalente sonoro.

    Sono fricative (c'è una frizione) labiodentali (cioè il labbro inferiore tocca i denti superiori). La lingua è a riposo. La differenza tra i due, come sempre, è la vibrazione, che c’è solo in /v/ ma non in /f/

    Quindi: fare, fuori, vero, voglio, lavoro.

    **

    Vediamo ora le doppie. Essendo suoni continui, la doppia qui si realizza allungando semplicemente il suono. E quindi gufo e buffo (non ho trovato coppie minime). Uovo, ovvio.

    Nella doppia la consonante è più lunga e la vocale che viene prima si accorcia, come abbiamo sempre visto finora. Facciamo altri esempi: soffiare, truffa, caffè, davvero, avviso, improvviso.

    Passiamo a /s/ sordo e /z/ sonoro, che sono i due suoni rappresentati dalla lettera S.

    Sono fricative dentali. La punta della lingua è molto vicina ai denti superiori.

    La differenza sta nella vibrazione.

    In /s/ non c’è vibrazione: sera.

    In /z/ c’è vibrazione: rosa.

    In italiano la stessa lettera S può indicare /s/ o /z/. Quindi come scegliere?

    All’inizio di parola si dirà sempre /s/, quindi: sera, sapere, sono.

    Quindi attenzione a non dire “io zono”, che è un errore tipico che fa chi parla tedesco, ma io sono. Se la S è doppia è /s/, pronunciata però un po’ più lunga: spesso, messo, tasso.

    Il suono /z/  sonoro invece non esiste geminato, non si può allungare. Ok?

    Dopo una consonante abbiamo /s/, quindi: polso, senso, falso.

    Tra due vocali, nella pronuncia standard tradizionale, diciamo, potremmo avere entrambi; ma nella pronuncia neutra moderna, quindi il modello che ho introdotto all’inizio, si tende ad avere sempre /z/ tra vocali. Quindi: casa, così, inglese, peso, scusa, cosa.

    Davanti a una consonante sorda abbiamo sempre /s/, quindi: sparare, scatto.

    Ma davanti a una consonante sonora abbiamo /z/: sbagliare, svelare.

    Tra poco torniamo su questo aspetto.

    Comunque, come abbiamo detto, per pronunciare la doppia S dobbiamo semplicemente allungare la consonante, la /s/, e accorciare la vocale precedente, come abbiamo visto già tante volte, quindi: sasso, fossa, posso, messo.

    Ricorda: come ho detto, /z/ non può mai essere lungo, non esiste.

    Bene, parliamo dell’assimilazione della S, che ho introdotto un attimo fa.

    Quando la S è seguita da una consonante sorda, come /p/, /t/, /k/, /f/, resta /s/.

    Quindi: sparare, storto, scusa, sforzo.

    Quando invece è seguita da una consonante sonora, quindi /b/, /d/, /g/, /v/, /m/, /n/, /r/, /l/, /dʒ/ diventa /z/. Quindi: sbagliare, sdentato, svelare, smettere, snervante, slegare.

    Se parli inglese, fai attenzione a questo dettaglio.

    In inglese esistono le combinazioni /sm/, /sn/, /sl/, quindi con S sorda: smart, snack, slick.

    In italiano invece abbiamo /zm/, /zn/, e /zl/, quindi: smettere, snervante, slovacco.

    Quindi se hai mai sentito un italiano dire smart con una /zm/, zmart, questo è il motivo.

    Infine, davanti a S + consonante si usano gli articoli maschili, quindi LO e GLI, non IL e I.

    Lo sbaglio, lo sforzo, gli studenti, gli spari.

    Bene, passiamo ora a /∫/ e /ʒ/, suoni fricativi, di nuovo.

    Sono il suono di scena, scelta, lasciare, sciopero.

    Questo per /∫/ , che è un suono che si articola tra alveoli e palato.

    La lingua è un po’ più indietro rispetto a /s/ e le labbra sono leggermente protruse; e il dorso della lingua si trova tra alveoli e palato. /∫/  /∫/  /∫/ . Questo, almeno in italiano standard.

    A livello di ortografia, quindi di scrittura, ricorda che abbiamo questo suono quando abbiamo le combinazioni SC + E e I, come scena e sci.

    A volte abbiamo anche SCIE, come in scienza o coscienza, ma quella I è muta, non si pronuncia.

    E poi abbiamo SCI + A, O, U: lasciare, sciopero, asciugare.

    Ecco, la I qui non si pronuncia. Serve solo a indicare che dobbiamo dire /∫/  e non prounciare /sk/: quindi sciarpa è diverso da scarpa.

    /∫/ , come abbiamo già visto per /ɲ/, tra vocali è sempre lungo, almeno in italiano standard, di nuovo.

    Quindi: lasciare, uscire, coscia.

    Anche tra due parole, come un articolo e un nome, quindi: lo sciocco, gli sciocchi, la scena, le scene.

    Poi abbiamo anche /ʒ/, che è la versione sonora di /∫/, ma non è un suono tipico dell’italiano. Si trova solo in parole straniere, in prestiti. Quindi: garage, abat-jour, vision.

    Poi abbiamo /ts/ e /dz/, le affricate dentali, /ts/ suono sordo e /dz/ sonoro, sono i due possibili suoni della lettera Z.

    Si articolano come /t/, /d/, /s/, e /z/, cioè abbiamo la punta della lingua che tocca i denti superiori. Sono suoni dentali.

    /Ts/ è una combinazione rapidissima di una fase di chiusura, tipo quello della /t/, e un rilascio fricativo tipo /s/. Quindi /ts/, /ts/: è come se fondessi i due suoni; ma senza dire /t/s/, ma /ts/.

    Grazie, pazzo, stanza, forza.

    Attenzione che, se hai sentito bene, tra due vocali questo suono è sempre lungo, anche se lo scriviamo con una sola Z.

    Ragazzo. Qui scriviamo due Z e il suono è lungo. Ma, per esempio, in azione, azione, scriviamo una sola Z ma comunque è come se fossero due Z, cioè il suono è lungo.

    E per questo a volte gli italiani si sbagliano e scrivono due Z: azzione, o anche grazzie.

    /Dz/ è la sua versione sonora. Avremo quindi una fase di chiusura tipo /d/, /d/, questa fase iniziale prima di far esplodere il suono, e un rilascio tipo /z/, /z/.

    Zero, zona, mezzo, azienda.

    Anche qui, tra vocali, questo suono è sempre lungo. Mezzo, azienda.

    Anche quando è singolo: una parola, per esempio, rara, può essere ozono, ozono.

    Davanti alla Z si usano sempre gli articoli maschili LO e GLI, non IL o I.

    Lo zaino, lo zero, gli zaini, gli zeri.

    Ora, dall’ortografia, non si capisce se la Z si pronuncia /ts/ o /dz/.

    Bisogna impararlo parola per parola.

    Le regole sono tante, possiamo vederne qualcuna di particolarmente utile.

    Vediamo quando usare /ts/, il suono sordo:

    Quando la parola finisce per -zione e simili, quindi: situazione, stazione, grazie.

    Quando abbiamo la combinazione NZ, quindi: senza, danza, stanza.

    Quando abbiamo LZ, come: alzare, calza.

    Quando abbiamo A e una doppia Z: pazzo, tazza, ammazzare.

    Quando abbiamo EZZ, un suffisso tipico per creare dei nomi, dei sostantivi, quindi: bellezza, sicurezza.

    Ma anche in una parola come prezzo.

    Attenzione però a mezzo, che ha /dz/, mezzo.

    Vediamo quando usare /dz/, il suono sonoro.

    Per esempio nei verbi che finiscono per -izzare, come: realizzare, organizzare.

    Ma spesso anche all’inizio di parola, come: zona, zero, zaino, zoo.

    Io ti consiglio, quando vedi una Z all’inizio di una parola, di pronunciarla /dz/.

    Quando abbiamo una sola Z tra due vocali, come: azalea, azoto, bazar, nazismo.

    Nota che la Z qui comunque si pronuncia lunga, anche se se ne scrive una soltanto.

    Come sempre puoi verificare la pronuncia su un dizionario di pronuncia o un dizionario normale, troverai l'indicazione della pronuncia della Z.

    Passiamo ora alle affricate /tʃ/, suono sordo, e /dʒ/, la versione sonora.

    Si articolano nello stesso punto di /ʃ/, quella zona tra gli alveoli e il palato duro, con le labbra leggermente protruse.  /tʃ/ e /dʒ/ sono suoni affricati, quindi hanno una fase di chiusura e un rilascio fricativo.

    Iniziamo da  /tʃ/.

    In ortografia si scrive CE o CI come in cena, Cina, oppure CIA, CIO e CIU come in ciao, ciò e ciurma. Ricorda che quella I in CIA, CIO e CIU non si pronuncia, ok?

    Vediamo degli esempi: cena, certo, ciocca, ciurma.

    Vediamo ora /dʒ/, che è rappresentato dalle combinazioni grafiche GE e GI, come Genova o giro, ma anche GIA, GIO e GIU come Gianni, gioco, giungla.

    Anche qui la I non si pronuncia, quindi GIA, GIO, GIÙ, non GI-A, GI-O, ok?

    Per fare la versione doppia di questi suoni, come sempre nelle affricate, si allunga la fase di chiusura e si accorcia la vocale precedente. Quindi: cacio> caccio.

    Facciamo altri esempi: faccia, doccia, uccello, spiaggia, peggio, maggiore.

    Passiamo a /r/, l’unico suono vibrante dell’italiano.

    È un suono alveolare, quindi la punta della lingua tocca gli alveoli come /n/ e /l/.

    Sì, quindi la /r/ si pronuncia con la lingua nella stessa posizione di /n/ e /l/: /r/.

    È un suono prodotto da uno (/r/) o più battiti [r] della lingua.

    Ecco, quindi sono due realizzazioni: /r/, monovibrante, un solo battito, come in caro, vero;

    [r], polivibrante, più battiti, per esempio in carro.

    In certi casi, anche quando la R è singola, sentirai che viene leggermente allungata, per esempio in casi come carta o Roma.

    Ora, le regole sono un po’ complicate, lasciamo questa parte al corso Fonetica Italiana Semplice.

    Il mio consiglio però è: se tu vedi una singola R, pronunciala come una R monovibrante, quindi carta, carta; mentre se vedi una R doppia, allungala: carro, carro.

    Ma ricorda che potrai sentire cose come carta, con qualche battito in più di uno, o Roma, Roma, di nuovo, con qualche battito in più.

    Esercitiamoci con alcune coppie, come:

    caro, carro;

    poro, porro.

    La vocale prima si accorcia, come sempre quando abbiamo una geminata, e la R si allunga.C

    carro, carro.

    Attenzione, se parli inglese, ché la R inglese non è vibrante.

    E in molti casi la R inglese scritta non si pronuncia in base al tuo accento.

    Quindi, se parli inglese britannico, al posto di carta potrebbe venirti da dire ca_ta.

    Ma in italiano la R si pronuncia sempre, anche in parole come certo, parco, corto.

    Se non sai come produrla, un trucchetto può essere che la R monovibrante è simile al suono dell’inglese americano in parole come better o daddy. Better, daddy, caro.

    Pronunciare però la versione polivibrante, quindi il trillo, è decisamente più complicato.

    /R/ è uno dei suoni più difficili da acquisire anche per i madrelingua, che a volte hanno anche dei difetti di pronuncia o comunque delle pronunce alternative.

    /L/ è una consonante alveolare, laterale, sonora. La punta della lingua tocca gli alveoli come /n/ e /r/, ma l’aria esce lateralmente. Le corde vocali vibrano. Per esempio: lago, lento, lode, luna, reale.

    Attenzione se parli inglese, ché nella tua lingua esiste la cosiddetta dark L.

    Quando pronunci questa L, la parte posteriore della lingua si alza verso gli alveoli. Abbiamo una pronuncia velarizzata, si dice; soprattutto a fine sillaba.

    Feel, milk.

    In italiano la L è sempre chiara. Non è mai velarizzata. Quindi non sollevare la parte posteriore della lingua. Se ti viene da dire una "l", attenzione soprattutto in casi come molto, caldo, felpa.

    Attenzione a non dire “molto”, “caldo” o “felpa”. Ok?

    Per fare la doppia, trattandosi di un suono continuo, si allunga semplicemente. Ok?

    Quindi: pala, palla.

    Come vedi, la vocale prima si accorcia.

    E concludiamo con l’ultimo suono che è /ʎ/, come in figlio o tagliare, che è una consonante laterale palatale sonora. Ed è uno dei suoni più difficili dell’italiano. Quindi è laterale come /l/: l’aria esce ai lati.

    Anche in /ʎ/, l’aria passa dai lati. È un suono palatale: la lingua quindi tocca il palato più indietro rispetto a /l/, sul palato duro. Il dorso della lingua, appunto, tocca il palato.

    Puoi trovare questo suono partendo da /l/, una /l/ chiara dell’italiano e aggiungendo mentalmente a questo suono /j/, il suono di ieri o di yesterday in inglese, o di yes, cercando di fondere i due suoni.

    Quindi parti da /l/ e prova ad aggiungere /j/: /ʎ/.

    Oppure puoi partire anche da /ɲ/, il suono di ragno, che è un suono palatale, quindi la lingua tocca il palato nella stessa posizione, ma devi fare un suono non nasale, come /ɲ/; /ʎ/.  =Invece di far uscire l’aria dal naso, devi farla uscire lateralmente. So che è difficile, /ʎ/, ma ti può aiutare pensare che /ɲ/ e /ʎ/ hanno la lingua nella stessa posizione.

    /ʎ/  è un suono che tra vocali è sempre lungo.

    Quindi abbiamo: togliere, sbagliare, aglio.

    Passando all’ortografia, si scrive GLI + vocale, quindi: taglia, meglio, foglio.

    Di nuovo, la I non si pronuncia.

    Ma anche GL + I in casi come gli, sbagli, quegli.

    Quando abbiamo l’articolo GLI seguito da una parola che inizia per vocale, quella I si tende a non pronunciare. Quindi: gl'amici, gl'amici. Oppure: quegl'altri, quegl'altri (al posto di quegli altri).

    Un errore comune è che molti pronunciano /ʎ/ come se fosse /l/j/.

    Ma attenzione che voliamo non è uguale a vogliamo: voliamo, vogliamo.

    Un’altra pronuncia diffusa anche in Italia è /ʎ/ pronunciato lungo, quindi famiglia può diventare famijjja. Non è la pronuncia standard, ma è molto comune, per esempio, a Roma. Ed è anche un errore di pronuncia molto comune, perché anche questo è un suono un po' difficile da pronunciare anche per alcuni madrelingua.

    E siamo arrivati alla fine di questo video molto lungo.

    Adesso hai una mappa chiara dei suoni dell’italiano, delle vocali, delle consonanti e delle consonanti nelle loro versioni doppie. Ma ti dico una cosa importante. Se vuoi fare tuo quello che hai imparato, devi metterlo in pratica.

    E per questo ti ricordo che ho preparato un PDF gratuito che riassume tutto quello che abbiamo visto oggi e che ti dà accesso a una serie di file audio gratuiti per esercitarti attivamente con i suoni, per ripetere e confrontare la tua pronuncia con la mia.

    Lo trovi nel link in descrizione, ma ti lascio di nuovo anche il codice QR.

    In particolare gli audio ti aiuteranno molto.

    E se invece vuoi fare il salto di qualità vero e proprio e lavorare in modo completo sulla pronuncia dell’italiano, andando più in profondità per quanto riguarda tutti i suoni, ma anche per quanto riguarda accento, ritmo e altri fenomeni fonetici di cui qui non abbiamo parlato, allora dai un’occhiata a Fonetica Italiana Semplice, che è il nostro corso completo di pronuncia, pieno di esercizi, quiz e lezioni passo passo pensato proprio per chi vuole smettere di sentirsi tradito dal proprio accento.

    Se sei arrivato o arrivata fino a qui, chiaramente la pronuncia italiana è un argomento che ti interessa e, se la tua madrelingua è l’inglese, ti ricordo che a breve lanceremo un programma di coaching di gruppo proprio per aiutarti a ridurre l’influenza della tua madrelingua nel modo in cui pronunci l’italiano.

    Il programma con Elissa inizierà molto presto, quindi iscriviti alla lista d'attesa per non perderti gli aggiornamenti che daremo molto a breve.

    Trovi il link in descrizione oppure nel primo commento qui sotto.

    Questo è tutto per oggi.

    Spero che questo mega video ti sia piaciuto.

    Alla prossima.

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    😎
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    Impara TUTTI i SUONI dell'italiano in 70 minuti | Migliora la pronuncia

    June 21, 2026

    Note e risorse

    Trascrizione

    Accedi o registrati per continuare a leggere

    Se ogni volta che parli in italiano gli italiani ti capiscono ma riconoscono subito il tuo accento e per questo magari ti rispondono in inglese, questo video è per te.

    Oggi facciamo una cosa rara, mettiamo in ordine tutti i suoni dell’italiano in un unico video: vocali, consonanti, suoni difficili, doppie e vediamo consigli specifici anche per chi parla inglese come madrelingua.

    E anche se studi italiano da anni, ti prometto che scoprirai qualcosa di nuovo. Una regola, un suono, un errore invisibile che ti sta frenando e che nessuno ti ha mai spiegato bene prima di questo video. E se così non è, ti compro una birra!

    Io sono Davide, questo è Podcast Italiano, un canale per imparare l’italiano. Attiva i sottotitoli se ti aiutano, la trascrizione è sul mio sito e ho anche preparato un PDF che riassume tutto quello che sentirai in questo video. Con il PDF avrai accesso gratuito a una serie di file audio che ti permetteranno di esercitarti attivamente con tutti i suoni dell’italiano. Una risorsa davvero utile e che rende questo video molto più utile. E la cosa migliore è che è totalmente gratuita. Ti lascio il link in descrizione, ma puoi anche scansionare il codice QR qui di lato.

    Trascrizione e glossario sul Podcast Italiano Club

    In questo video vedremo tutti i suoni dell’italiano, ma anche dopo aver visto questo video potrai continuare ad avere un po’ di difficoltà a pronunciare i suoni dell’italiano. Questo perché la tua madrelingua influisce su come produci i suoni in italiano e questo è normale che succeda.

    Un consiglio che do: per evitare che questo accada, o accada un po’ di meno, devi cercare di capire come esattamente la tua madrelingua influenza i suoni che produci in italiano.

    E se la tua madrelingua è l’inglese, abbiamo pensato a un programma che potrebbe interessarti.

    Presto lanceremo un programma di coaching incentrato proprio sulla riduzione del tuo accento inglese o americano o australiano, che terrà la mia amica e accent coach Elissa Dell’Aera, che hai visto nell’ultimo video.

    Elissa è la persona anglofona con la migliore pronuncia in italiano che io conosca, tanto che gli italiani spesso la scambiano per una madrelingua. Lei ha imparato l’italiano da zero come te e l’ha portato a un livello davvero eccezionale. E siccome di lavoro fa l’accent coach, è la persona giusta per aiutarti a ridurre il tuo accento anglofono in italiano.

    E dunque lanceremo questo programma di coaching di gruppo molto presto, arriveranno notizie a brevissimo e, se ti interessa saperne di più, iscriviti al link che ti lascio in descrizione oppure nel primo commento qua sotto.

    Prima di partire con i suoni, voglio spiegarti il modello di italiano a cui farò riferimento, che è la pronuncia neutra moderna ideata dal linguista Luciano Canepari. La pronuncia neutra è un modello di riferimento, non è l’accento naturale di una regione o di una città specifica. Cioè, nessun italiano cresce parlando così in modo spontaneo.

    Storicamente, deriva dal fiorentino, ma ripulito di alcune caratteristiche regionali, corrisponde grosso modo a come parlano i doppiatori, gli speaker radiofonici e i professionisti della parola in generale.

    È uno strumento che io considero utile, anche per chi impara l’italiano, da usare quando si vuole avere un modello di riferimento a cui ispirarsi per imparare e migliorare la pronuncia dell’italiano.

    Un’altra precisazione prima di incominciare: nel video parlerò sempre di suoni e non di lettere. Cioè, parlerò anche di lettere, ma le lettere appartengono all’ortografia, che è come rappresentiamo graficamente i suoni.

    L’ortografia italiana è abbastanza regolare, ma non bisogna fidarsi troppo dell’ortografia perché è una convenzione, una tecnologia per scrivere i suoni, ma ha delle limitazioni. Quindi noi oggi non ci distrarremo troppo dall’ortografia e partiremo dai suoni.

    Per descrivere ogni suono userò l’IPA o AFI, alfabeto fonetico internazionale, che è un sistema di simboli che permette di rappresentare in modo preciso i suoni di una lingua. Lo userò perché è scientifico, chiaro e utile. Aiuta a rendere visibili caratteristiche fonetiche che l’ortografia, ma a volte anche l’orecchio, non sempre colgono. Non è indispensabile per imparare bene la pronuncia di una lingua, ma è uno strumento molto potente.

    Bene, partiamo dalle vocali.

    Una vocale è un suono prodotto senza ostacoli al passaggio dell’aria, quindi a, i, u, eccetera. Per spiegartele menzionerò tre parametri:

    1) Apertura, chiusura, cioè quanto la lingua è in alto o in basso nella bocca. /I/ per esempio è una vocale dove la lingua è alta e quindi una vocale chiusa. Mentre /a/ è una vocale dove la lingua è bassa, quindi una vocale aperta.

    2) Secondo parametro: anteriorità, posteriorità, cioè avanti o indietro. Quanto la lingua è avanti o indietro. /I/ è una vocale anteriore, la lingua è avanti, mentre /u/ è una vocale posteriore, la lingua è indietro nella bocca.

    3) Arrotondamento delle labbra, se le labbra sono distese o arrotondate. /I/: se dico /i/, vedi che le labbra non sono arrotondate, mentre se dico /u/ vedi che le labbra sono arrotondate.

    Ogni vocale è quindi il risultato della combinazione di questi tre movimenti: verticale (su e giù), orizzontale (avanti e indietro) e poi la posizione delle labbra.

    Partiamo da /i/.

    /I/ è una vocale chiusa e anteriore.

    La lingua si trova in avanti, in alto, molto vicina al palato.

    Quando la pronunciamo, le labbra non si arrotondano, sono leggermente distese.

    E ovviamente si scrive con la lettera I.

    È importante che la lingua rimanga ferma, ok? Non deve muoversi perché altrimenti rischiamo di creare un piccolo dittongo, cioè una combinazione di vocali. Quindi non deve essere /ei/ come magari in inglese, ma deve essere un suono puro e continuo. La troviamo in parole come queste, e ti invito a pronunciarle dopo di me, ok?

    Inviti, ritiri, vicini, firmi, cibi, tinti.

    La troviamo anche in posizione finale accentata, per esempio:

    lunedì, martedì, mercoledì, colibrì.

    Sai cos’è un colibrì? È questa cosa qui!

    E la troviamo anche nei dittonghi, cioè combinazioni di vocali, come:

    bugia, fantasia, mio, noi, vuoi.

    Mi raccomando, se parli inglese o tedesco, fai attenzione perché in quelle lingue la I può avere suoni diversi da questo. Per esempio potresti pronunciarla come in "kit" o in "bitte". Ma in italiano invece è sempre I, quindi molto tesa.

    Passiamo a /u/, che si scrive con la lettera U, ovviamente.

    È una vocale chiusa, posteriore, con la lingua indietro, e arrotondata.

    Proviamo a confrontarla con /i/, passando da un suono all’altro.

    /iuiuiuiuuiuiuiu/.

    Che cosa cambia? Beh, la lingua va avanti e indietro.

    Lo senti? E le labbra poi si arrotondano.

    Il suono della U italiana, come I, deve essere stabile, uniforme, senza movimento.

    E deve essere molto indietro. La troviamo in parole come:

    uno, tu, più, tutto, luna, muro, fumo, scuro, qualcuno, chiuso, giù, ultimo.

    Come per I, anche U si pronuncia sempre allo stesso modo in qualsiasi posizione.

    Attenzione solo se parli inglese, perché il suono deve rimanere fermo, senza modificarsi.

    Quindi non come "moon" "goose". Senti che in inglese non è /u/ ma /uː/, quindi c’è un movimento della lingua.

    /A/ : questa è una vocale aperta, centrale e non arrotondata.

    La lingua si trova in basso, ed è la vocale più aperta dell’italiano, e in posizione centrale.

    /a/, /a/, /a/. Le labbra non si arrotondano.

    Si scrive con la lettera A, quindi nessuna sorpresa finora.

    E rispetto a /i/ e /u/ la bocca è più aperta: /a/.

    Può aiutare esagerare un po’ con l’apertura della bocca.

    /a/, /a/, /a/.

    Attenzione a non portare la lingua troppo indietro. In italiano la /a/ è più anteriore del suono /a/ di "father" in inglese. Ma attenzione a non portarla troppo in avanti come la /a/ di "cat" in inglese, dove invece è troppo avanti. Deve essere una via di mezzo.

    La troviamo in parole come:  fare, quando, grazie, allora, casa, parlare, mamma, italiano, papà, avanti, ragazza, fantastica, andata.

    Anche /a/, come le altre vocali italiane, si pronuncia sempre allo stesso modo in qualsiasi posizione.

    Parliamo ora dei due suoni che può rappresentare la lettera E.

    Sono due: la /e/ chiusa e la /e/ aperta.

    Iniziamo da É, la /e/ chiusa.

    È una vocale anteriore, medio alta e non arrotondata.

    Quindi la lingua è in avanti, un po’ più bassa rispetto a /i/.

    Nei dizionari spesso trovi l’accento acuto, "é".

    E quando vedi E con l’accento acuto alla fine di una parola, per esempio perché, poiché, affinché, la pronuncia è chiusa. Puoi partire da /i/ e abbassare leggermente la lingua.

    La lingua rimane in avanti, si abbassa solo un po’; /e/.

    Ora, la cosa più importante: quando la /e/ non è accentata, cioè non ci cade sopra la forza della parola, si pronuncia sempre chiusa: /é/. Per esempio: cose, dice, dorme, brave, regalo, teatro, vivere, evoluzione.

    Ecco, in queste parole le E non accentate sono sempre chiuse. Questa è la regola più semplice e più importante da ricordare per capire come si pronuncia la E in una parola.

    Quando invece la E è accentata, quindi ci cade sopra la forza della parola, abbiamo due opzioni: può essere chiusa (é) oppure aperta (è), che è il prossimo suono che vediamo.

    Passiamo quindi alla E aperta come nella parola bello.

    Nel simbolo fonetico si scrive [ɛ], che è proprio una specie di "è" aperta, mentre nei dizionari spesso trovi l’accento grave "è".

    Quando vedi È alla fine di una parola, per esempio caffè, cioè, è, la pronuncia è aperta. È una vocale anteriore, medio-bassa e non arrotondata.

    La lingua è in avanti, ma più in basso rispetto alla /e/ chiusa.

    Proviamo a passare da "é" a "è".

    La lingua si abbassa leggermente. Puoi anche fare una piccola scala.

    Man mano, come vedi, la lingua scende.

    Ora alcune parole con "è" accentata: "è" può essere solo in una sillaba accentata, ricordi?

    Quindi: festa, certo, lei, sempre, senza, gente, terra, sento, vengo, spero.

    Ricorda la regola fondamentale. La È può comparire solo in sillaba accentata.

    Le altre E della parola, se non sono accentate, saranno chiuse automaticamente.

    Per esempio: bene, presente, attento, gemello, sorelle, Firenze.

    La E su cui cade l’accento può essere aperta, le altre sono chiuse, ok?

    Le regole per sapere quando usare É o È in una sillaba accentata non sono sempre semplici, ma per ora l’importante è riconoscere la differenza e allenare l’orecchio. Vediamo ora alcune coppie minime con É (quindi E chiusa) ed È (la E aperta). Parole in cui l’unico suono che cambia è proprio la pronuncia della vocale.

    Attenzione, mi riferisco ora al modello che ho introdotto all’inizio del video, la pronuncia neutra. Queste coppie sono tipiche dell’italiano standard e dell’Italia centrale in generale. In molte altre varietà regionali la distinzione non si fa realmente, dipende dalla varietà comunque.

    La coppia più semplice è questa:

    E, congiunzione, come io e te.

    È, il verbo essere, come Roma è bella.

    Altre coppie utili:

    Légge, come “la legge è uguale per tutti”, e lègge, come “Luca legge un libro”.

    , come “ho visto te”, e , come “mi bevo un tè”.

    Vénti, come il numero, “venti persone”, e vènti, come “i venti del deserto”.

    Pésca, come lo sport, “andare a pesca”, e pèsca, come il frutto, “mi mangio una pesca”.

    Colléga, quindi “lui collega i cavi”, e collèga, “il mio collega di lavoro”.

    Affétto, il verbo affetto, quindi forma del verbo affettare, come “io affetto la carne”, e affètto, come l’affetto che proviamo per una persona.

    Ménte, quindi il cervello, e mènte, come “Luca mente”, non dice la verità.

    Ce ne sono altre, ma non sono tante.

    Per questo motivo, a livello pratico, confondere É ed È raramente crea problemi di comprensione. Però queste coppie sono utili per allenare l’orecchio e la pronuncia.

    Passiamo ora alla O chiusa, come in Roma.

    /O/ è una vocale medio alta, posteriore e arrotondata.

    La lingua è indietro e abbastanza in alto.

    Le labbra sono arrotondate.

    Si trova a metà strada tra U e Ò, la O aperta che vedremo tra poco.

    Rispetto a /u/, la lingua è un po’ più bassa e le labbra leggermente meno arrotondate.

    Prova a passare da /u/ a /o/.

    Ora, la regola importante. Quando la /o/ non è accentata, si pronuncia sempre chiusa: /o/.

    Proprio come la E, che quando non è accentata si pronuncia é, chiusa.

    Per esempio: vado, scendo, vengo, bravo, buono, ragazzo, locale, modello, coniglio.

    Se invece la O è accentata, può essere O chiusa oppure Ò aperta.

    Lo vediamo tra poco. Funziona proprio come per la E.

    Alcune parole comuni con O accentata chiusa sono:

    sono, solo, molto, Roma, lavoro, nome, pronto, giorno.

    Vediamo ora [ɔ] , la /o/ aperta, come in cosa.

    Ò è una vocale medio-bassa, posteriore e arrotondata.

    La lingua è indietro e più in basso rispetto a /o/, la O chiusa.

    Le labbra sono arrotondate ma meno rispetto a O.

    Un po’ meno arrotondate, e ancora meno rispetto a U, dove sono molto arrotondate.

    Possiamo fare una piccola scala: /uuuoooɔɔɔ/.

    La lingua scende progressivamente e le labbra, se vedi, si arrotondano sempre meno.

    /uuuoooɔɔɔ/.

    Nell’ortografia, nella scrittura, trovi l’accento grave solo alla fine di parola, dove la O è sempre aperta: andrò, tornerò, però, pensò.

    Ricorda: Ò può comparire solo in sillaba accentata.

    Le altre O della parola, se non sono accentate, sono chiuse.

    Alcune parole comuni con Ò sono: ho, no, cosa, so, donna, oggi, notte, porta.

    In parole con più O, solo quella accentata può essere aperta:

    voglio, posso, uomo, ricordo, troppo, orologio.

    Come per la E, non è facile sapere dalla grafia se la /o/ accentata sia aperta o chiusa.

    Per ora, l’importante è riconoscere e sentire la differenza tra O e Ò.

    Vediamo ora alcune coppie minime con O chiusa e O aperta.

    Anche qui le coppie non sono molte, anzi sono anche meno rispetto alle coppie con la E.

    E sbagliare raramente crea problemi di comprensione, però sono utili per allenare l’orecchio.

    La coppia più importante è:

    O, congiunzione: “Luca o Giovanni”, e ho, il verbo avere, come “ho tempo”.

    Altre coppie sono:

    Bótte, come una botte di vino, e bòtte, le botte che diamo a una persona che ci fa arrabbiare.

    Cólla, quindi “sono andato colla macchina” (anche se spesso scriviamo “con la macchina”, anche se nel parlato frequentemente si dice proprio “colla macchina”), e còlla, come la colla con cui incolliamo qualcosa.

    Fósse, verbo essere al congiuntivo imperfetto, “speravo che fosse così”, e le fòsse, le fosse scavate dai cani.

    Vólto, come sinonimo di faccia, e vòlto, come “mi volto per guardare indietro”, verbo voltarsi.

    Cólto, come “un uomo colto”, e còlto, participio passato di cogliere, “ho colto quel riferimento”.

    Come per la E, questa distinzione è tipica dell’italiano standard, della pronuncia neutra, ed è anche tipica dell’Italia centrale. In altre varietà di italiano regionale le cose possono funzionare in maniera un po’ diversa.

    Ma quindi serve imparare le vocali aperte e chiuse?

    Chiudiamo con un chiarimento sulle vocali medie, quindi proprio queste che abbiamo appena visto, E ed O, aperte e chiuse. Perché sono così problematiche, innanzitutto?

    Primo motivo, perché l’ortografia quasi mai ci aiuta.

    All’interno della parola non possiamo mai sapere dalla grafia se la vocale accentata sia aperta o chiusa. Solo alla fine di parola l’accento grafico ci dà un’indicazione. È e Ò con l’accento grave, come abbiamo visto, sono aperte, mentre É con l’accento acuto è chiusa.

    Secondo motivo: c’è molta variabilità regionale, come abbiamo visto. Quindi vale la pena imparare le regole dell’italiano standard? La mia risposta è: dipende. Se il tuo obiettivo è farti capire e avere una pronuncia chiara e comprensibile in italiano, la priorità è eliminare l’influenza della tua lingua madre sui suoni fondamentali. Quindi la distinzione tra vocali aperte e chiuse raramente crea incomprensioni.

    Non deve essere la tua priorità.

    Ma se hai già una pronuncia buona e vuoi avvicinarti all’italiano neutro o avere una pronuncia più elegante, più raffinata, perché non c’è nulla di male, secondo me, a considerare così la pronuncia neutra, allora puoi senz’altro lavorarci. Ma ripeto: non è la priorità, ok? È qualcosa di avanzato e piuttosto raffinato. Conosco pochi studenti che praticamente sanno fare questa distinzione, ma è interessante comunque parlarne, perché la sentirai.

    Se vuoi imparare questa distinzione e quindi avvicinarti alla pronuncia standard delle vocali medie, puoi fare quattro cose.

    1) La prima è consultare un dizionario di pronuncia come il DP o il DOP. Il primo di questi usa i simboli IPA, il secondo no, ma comunque capirai bene. Anche un buon dizionario come lo Zingarelli ti può aiutare. Ti lascio tutti i link a queste risorse nel PDF.

    2) Studiare alcune regole di base, sapendo però che sono complesse e piene di eccezioni. Mi riferisco ad altre regole per capire, nelle sillabe accentate, quale suono fare. Ma te ne parlo più approfonditamente nel mio corso di pronuncia, Fonetica Italiana Semplice. Te lo lascio qui sotto in descrizione.

    3) Puoi ascoltare e fare attenzione a come parlano le persone dell’Italia centrale, quindi dalla Toscana, Lazio, Umbria e Marche del Sud, dove la distinzione tra vocali aperte e chiuse funziona proprio come nell’italiano standard.

    4) Ascoltare parlanti con una pronuncia neutra, che parlano in dizione, cioè persone che hanno lavorato consapevolmente sulla pronuncia, come doppiatori, speaker radiofonici e professionisti della parola, come dicevamo all’inizio di questo video. Ma ancora una volta questa non deve essere la priorità, secondo me.

    I e U, tradizionalmente si chiamano "semiconsonanti", ma si possono anche considerare consonanti "approssimanti". Cioè consonanti che, a differenza delle consonanti vere e proprie che vedremo dopo, non hanno una vera e propria frizione come /ʃ/ o /r/.

    Te ne parlo qui, dopo le vocali, perché sono di fatto molto vicine a I e U.

    Sono proprio le lettere con cui si scrivono, dopo tutto.

    Infatti /j/ è molto simile a /i/, ma con la lingua ancora più vicina al palato.

    Mentre /w/ è simile a /u/, ma con la lingua ancora più vicina al velo, al palato molle, e con forte arrotondamento.

    Troviamo /j/ nelle combinazioni:

    I + A: siamo, piano.

    I + E: ieri, pieno.

    I + O: fiore, iodio.

    I + U: aiuto, fiuto.

    Troviamo /w/ nelle combinazioni:

    U + A: quando, acqua.

    U + E: questo, quello.

    U + I: quindi, guidare.

    U + O: uomo, cuore.

    Bene, abbiamo visto tutte le vocali. Abbiamo parlato anche di due suoni che erano forse più simili a consonanti, o comunque a metà strada. Non ho parlato di concetti come iato e dittonghi, ma per approfondire ed esercitarti davvero andando in profondità nella pronuncia italiana c’è, per l’appunto, il nostro corso completo Fonetica Italiana Semplice che, se ti interessa l’argomento della pronuncia, devi fare.

    Qui voglio parlarti solamente dei suoni, senza andare troppo nel dettaglio di tutti i fenomeni fonetici dell’italiano. Ti lascio il link in descrizione per scoprire Fonetica Italiana Semplice.

    Bene, passiamo ora alle consonanti.

    Una consonante è un suono prodotto creando un ostacolo al flusso dell’aria.

    A differenza delle vocali, in cui l’aria passa libera, nelle consonanti la lingua e altri organi articolatori si avvicinano molto o entrano in contatto, quindi la lingua con i denti, alveoli, palato, eccetera.

    Ogni consonante è definita da tre parametri:

    1) Tipo di fonazione, quindi se le corde vocali vibrano, quindi abbiamo un suono sonoro, come /v/, o non vibrano, e abbiamo un suono sordo, non sonoro (come /f/). Senti che, in questa coppia, solo /v/ ha una vibrazione che puoi sentire proprio se metti la mano qui, mentre se dici /f/ non senti nessuna vibrazione: le corde vocali non vibrano.

    2) Il punto di articolazione, cioè dove avviene il contatto o l’avvicinamento.

    Per esempio, abbiamo suoni bilabiali, quindi le labbra si chiudono /b/, oppure suoni velari, come /k/: quindi abbiamo la parte posteriore della lingua che tocca il velo palatino, cioè il palato molle dietro nella bocca.

    3) E poi abbiamo il modo di articolazione, cioè come viene modificato il flusso dell’aria. Abbiamo il modo occlusivo, quindi con un’esplosione, diciamo così, l’aria esce in maniera esplosiva (/p/, /t/, /k/); abbiamo il modo fricativo, quindi c’è una frizione (/sh/, /s/, /f/); e abbiamo il modo affricato, che è una combinazione che inizia con una parte occlusiva e poi una parte fricativa (/c/, /ts/, /dz/) ecc.

    Ora non entro nel dettaglio di ciascuno di questi termini in questo video: lo facciamo nel corso Fonetica Italiana Semplice. Detto questo, vedremo le consonanti in coppie, quindi coppie composte da un suono sordo e da un suono sonoro. E appunto l’unica differenza che distingue i suoni in queste due coppie è la vibrazione delle corde vocali, se vibrano o se sono a riposo.

    Incominciamo dalle occlusive /p/ e /b/, che si scrivono con la lettera P e la B.

    Sono consonanti bilabiali: si producono chiudendo le labbra e poi rilasciando l’aria.

    La lingua è a riposo. /P/ , /b/.

    La differenza è questa: /p/ è sorda. Le corde vocali non vibrano.

    Se senti una vibrazione è perché stai dicendo una vocale dopo, stai dicendo “pa”.

    Ma la P da sola è questo suono, /p/. Basta.

    /B/ è sonora. Le corde vocali vibrano subito. Basta, basta.

    Attenzione, perché in inglese /p/ è spesso un suono aspirato, come in pick.

    Senti che c’è questa aspirazione? Pick. Prova a mettere la mano davanti alla bocca. La sentirai. In italiano non c’è nessuna aspirazione. Quindi non diciamo “phasta”, ma pasta.

    Un trucchetto: puoi anche mettere un foglietto davanti alla bocca. Se si muove molto quando dici pasta, stai aspirando troppo. Pasta, pasta. Troppa aspirazione. Pasta, pasta. Meno movimento, quindi va bene.

    Un altro trucchetto: pensa alla P inglese in spin. Quella è molto simile alla P italiana, non c’è aspirazione. Sp, sp.

    Per ogni consonante ti voglio parlare anche di come produrla nella sua versione doppia. Si scrive con la stessa lettera due volte, quindi con un suono lungo o tecnicamente geminato.

    Nelle doppie P e B c’è una fase di chiusura più lunga, una piccola pausa.

    Papa, pappa.

    Senti quella piccola pausa nel suono? Papa, pappa.

    In pappa la consonante è più lunga e la vocale prima è più corta. Quindi si accorcia quella A. Pappa, pappa. Senti com’è corta la A prima? In papa la consonante è breve e la vocale è più lunga.

    Oppure babo (che non è una parola esistente, ma ce la inventiamo giusto per mostrare la differenza) e babbo. Con /b/ la differenza è che, durante la pausa, quindi mentre non stiamo emettendo aria e le labbra sono chiuse, la vibrazione continua. Perché è questo che succede con i suoni sonori.

    Quindi /b/ /b/ /b/; chiudo le labbra, ma senti… le corde vocali continuano a vibrare.

    Passiamo ora alle occlusive dentali /t/ sorda e /d/ sonora.

    Sono dentali: la punta della lingua tocca i denti superiori.

    Non si producono con la punta della lingua sugli alveoli, come in inglese.

    In inglese si chiamano suoni alveolari.

    /T/, /d/. Ma proprio contro i denti: /t/, /d/.

    Quindi qualche millimetro più avanti. La differenza è molto sottile.

    Quindi /t/ non ha nessuna vibrazione, come in tanto, tanto.

    /D/ invece ha la vibrazione, come in dove.

    Come per /p/ anche la /t/ inglese è spesso aspirata: test, talk.

    In italiano non c’è nessuna aspirazione, quindi non “thanto”, ma "tanto".

    Thanto: sbagliato. Tanto: corretto.

    Un trucco: pensa alla /t/ inglese in stick. Anche qui il trucchetto funziona perché quella /t/ è molto più vicina alla /t/ italiana. Stick, tanto. Devi cercare di isolare il suono della /t/ in inglese dopo la /s/, perché dopo la /s/ non lo aspiri se parli inglese come madrelingua. Non dici “sthick”, ma stick.

    Vediamo ora la versione doppia di queste consonanti.

    Tuta, tutta.

    Feta, fetta.

    Nella doppia, di nuovo, senti questa pausa, questa fase di chiusura, e la vocale prima si accorcia.

    Tutta. Fetta.

    Mentre con /d/, la nostra doppia /d/, la vibrazione continua durante la chiusura.

    Freddo.

    Senti invece che in fretta la vibrazione non continua, cioè si interrompe.

    Passiamo ora alle occlusive velari: /c/ sorda, e /g/ sonora.

    Si articolano nella parte posteriore della bocca.

    La parte posteriore della lingua tocca il velo palatino o palato molle.

    E da "velo palatino", o velo e basta, viene la parola "velare".

    Per esempio: /c/ come in casa, cosa, che, chi.

    Oppure /g/ come in gatto, gonna, pagare.

    Ricorda anche quando compare questo suono: quando abbiamo C + A, O, U, ma anche CH + E o I. Questo suono può essere rappresentato anche dalla lettera Q, che si usa solo nelle sequenze con /w/: quando, questo, quindi.

    Come /p/ e /t/, anche la K in inglese è spesso aspirata. Pensa a kiss o car.

    In italiano però non c’è aspirazione, quindi non diciamo “kharo”, ma caro.

    Di nuovo, pensa allo stesso trucco di prima: a /k/ dopo una S, come skip in inglese.

    Oppure alla parola italiana scusa, no? Lì la /c/ non è aspirata, proprio come in italiano.

    Quindi se isoli quel suono, /sc/, /sc/, /sc/, sarai in grado di dire la /c/ che devi dire in italiano. Quindi, al posto di dire “kharo”, dirai caro.

    Vediamo ora questi suoni doppi, quindi lunghi.

    Beh, funzionano come le altre occlusive, quindi: Paco, pacco. Lago, laggo (che, vabbè, nel linguaggio dell’informatica esiste, ma non è una parola comune).

    Comunque, per capirci; quindi, di nuovo, nella doppia, c’è una fase di chiusura più lunga e la prima vocale invece si accorcia. Pacco. Attacco.

    Per la /g/ lunga, come sempre, la vibrazione continua durante la fase di chiusura.

    Aggancio. Agguato.

    E con questo abbiamo completato le occlusive dell’italiano.

    Bene, vediamo ora le nasali e partiamo da /m/, la nasale bilabiale.

    Si articola nello stesso punto di /p/ e /b/. Chiudiamo le labbra e la lingua è a riposo.

    La differenza è che il velo si abbassa e l’aria passa dal naso.

    Se ti tocchi il naso, senti proprio che il naso vibra.

    Mentre se dici /p/ o /b/ no, perché l’aria in quel caso esce dalla bocca.

    È un suono comunque molto comune nelle lingue, sicuramente ce l’hai nella tua lingua e in genere non crea molti problemi. Degli esempi sono:

    mare, mio, come, molto, abbiamo.

    Ora, con le nasali, la geminazione, quindi la versione doppia o lunga di queste consonanti, non crea una pausa come nelle occlusive. Il suono viene semplicemente allungato. Quindi confronta mama con mamma. In mamma la /m/ è più lunga e la vocale prima è più corta. Questo è importante anche grammaticalmente per distinguere la prima persona plurale del futuro semplice e del condizionale presente: faremo e faremmo, diremo e diremmo, prenderemo e prenderemmo.

    **

    Passiamo a /n/, la nasale alveolare.

    La punta della lingua tocca gli alveoli, subito dopo i denti superiori.

    Lo stesso punto dove articoliamo, e lo vedremo tra poco, le consonanti /l/ e /r/.

    Oppure dove si fa la /t/ e la /d/ in inglese, che sono un po’ più indietro rispetto all’italiano, quindi non dentali ma alveolari. Ecco, sempre in questo punto si articola /n/.

    Anche /n/ è un suono comunissimo nelle lingue e quindi non avrai problemi a pronunciarlo.

    Bene, mano, lana, Siena.

    La cosa interessante è che ha delle varianti, tecnicamente chiamate "allofoni", perché il suono base è /n/, ma cambia leggermente davanti ad alcune consonanti. Questi cambiamenti comunque sono abbastanza automatici o naturali, ma è interessante osservarli.

    Davanti a /p/ e /b/ diventa /m/, cioè il suono bilabiale.

    Lo vediamo tra parole vicine: coMPietro, iMBarca, noMBevo, saMBernardo.

    Lo vediamo anche nel nome Giampietro, che sarebbe Gianni e Pietro, la combinazione, che si può scrivere sia separato con la N (Gian Pietro) oppure come unico nome, Giampietro. Ma, in ogni caso, quella N si pronuncia /m/: Giampietro.

    Davanti a /f/ e /v/, diventa [ɱ]: iɱfatti, iɱvece, coɱ Fabrizio, coɱ Veronica.

    Comunque ti verrà naturalmente se proverai a dire una N seguita da una F o una V.

    L’importante è non dire “con Fabrizio” o “con Veronica”, non è necessario separare e dire una vera /n/, ma coɱ Fabrizio, coɱ Veronica.

    Davanti a /c/ e /g/ diventa [ŋ], velare, che è il suono NG dell’inglese, sing.

    Quindi: anche, fango, non capisco, non guardo.

    Di nuovo, non diciamo “an-che” o “fan-go”, o "non-capisco", o "non-guardo" ma non capisco, non guardo.

    Poi abbiamo la /n/ doppia o geminata.

    Come per /m/, anche qui abbiamo un suono continuo che viene semplicemente allungato, quindi non ci sono pause. Come sempre, però, la vocale prima si accorcia. Nono, nonno. Oppure un grande classico dell’ironia dei bambini: ano e anno, due parole diverse.

    Passiamo alla nasale palatale /ɲ/ di ragno o lasagne.

    In ortografia è scritta GN, ma questa combinazione non si pronuncia G-N, attenzione, bensì, appunto, /ɲ/. È un suono palatale, quindi il dorso, che sarebbe la parte centrale della lingua, tocca il palato duro, quindi dopo gli alveoli: stiamo tornando indietro nella bocca.

    Essendo un suono nasale, l’aria passa dal naso. /ɲ/ /ɲ/.

    Attenzione perché in italiano standard, tra due vocali, /ɲ/ è sempre lungo. Quindi ragno si pronuncia raɲɲo, e non raɲo. Oppure bagno, bisogno, montagna. Adesso esagero, ma per aiutarti a capire.

    Però, in alcune varietà del nord, la pronuncia può essere più breve, quindi raɲo. Ok?

    Attenzione a non confonderla con /nj/, perché c’è differenza tra campagna e Campania.

    Nel secondo caso abbiamo una /n/ normale più /j/: /nj/; che non è uguale a GNA, che è il suono /ɲ/.

    Davanti a parole che iniziano con GN si usa l’articolo maschile LO: lo gnomo, lo gnu.

    Quindi non si usa IL.

    Anche qui, il suono della GN è lungo: lo gnomo.

    E l’articolo LO al plurale è GLI, quindi: gli gnomi e gli gnu.

    Passiamo ora a /f/, suono sordo, e /v/, che è l’equivalente sonoro.

    Sono fricative (c'è una frizione) labiodentali (cioè il labbro inferiore tocca i denti superiori). La lingua è a riposo. La differenza tra i due, come sempre, è la vibrazione, che c’è solo in /v/ ma non in /f/

    Quindi: fare, fuori, vero, voglio, lavoro.

    **

    Vediamo ora le doppie. Essendo suoni continui, la doppia qui si realizza allungando semplicemente il suono. E quindi gufo e buffo (non ho trovato coppie minime). Uovo, ovvio.

    Nella doppia la consonante è più lunga e la vocale che viene prima si accorcia, come abbiamo sempre visto finora. Facciamo altri esempi: soffiare, truffa, caffè, davvero, avviso, improvviso.

    Passiamo a /s/ sordo e /z/ sonoro, che sono i due suoni rappresentati dalla lettera S.

    Sono fricative dentali. La punta della lingua è molto vicina ai denti superiori.

    La differenza sta nella vibrazione.

    In /s/ non c’è vibrazione: sera.

    In /z/ c’è vibrazione: rosa.

    In italiano la stessa lettera S può indicare /s/ o /z/. Quindi come scegliere?

    All’inizio di parola si dirà sempre /s/, quindi: sera, sapere, sono.

    Quindi attenzione a non dire “io zono”, che è un errore tipico che fa chi parla tedesco, ma io sono. Se la S è doppia è /s/, pronunciata però un po’ più lunga: spesso, messo, tasso.

    Il suono /z/  sonoro invece non esiste geminato, non si può allungare. Ok?

    Dopo una consonante abbiamo /s/, quindi: polso, senso, falso.

    Tra due vocali, nella pronuncia standard tradizionale, diciamo, potremmo avere entrambi; ma nella pronuncia neutra moderna, quindi il modello che ho introdotto all’inizio, si tende ad avere sempre /z/ tra vocali. Quindi: casa, così, inglese, peso, scusa, cosa.

    Davanti a una consonante sorda abbiamo sempre /s/, quindi: sparare, scatto.

    Ma davanti a una consonante sonora abbiamo /z/: sbagliare, svelare.

    Tra poco torniamo su questo aspetto.

    Comunque, come abbiamo detto, per pronunciare la doppia S dobbiamo semplicemente allungare la consonante, la /s/, e accorciare la vocale precedente, come abbiamo visto già tante volte, quindi: sasso, fossa, posso, messo.

    Ricorda: come ho detto, /z/ non può mai essere lungo, non esiste.

    Bene, parliamo dell’assimilazione della S, che ho introdotto un attimo fa.

    Quando la S è seguita da una consonante sorda, come /p/, /t/, /k/, /f/, resta /s/.

    Quindi: sparare, storto, scusa, sforzo.

    Quando invece è seguita da una consonante sonora, quindi /b/, /d/, /g/, /v/, /m/, /n/, /r/, /l/, /dʒ/ diventa /z/. Quindi: sbagliare, sdentato, svelare, smettere, snervante, slegare.

    Se parli inglese, fai attenzione a questo dettaglio.

    In inglese esistono le combinazioni /sm/, /sn/, /sl/, quindi con S sorda: smart, snack, slick.

    In italiano invece abbiamo /zm/, /zn/, e /zl/, quindi: smettere, snervante, slovacco.

    Quindi se hai mai sentito un italiano dire smart con una /zm/, zmart, questo è il motivo.

    Infine, davanti a S + consonante si usano gli articoli maschili, quindi LO e GLI, non IL e I.

    Lo sbaglio, lo sforzo, gli studenti, gli spari.

    Bene, passiamo ora a /∫/ e /ʒ/, suoni fricativi, di nuovo.

    Sono il suono di scena, scelta, lasciare, sciopero.

    Questo per /∫/ , che è un suono che si articola tra alveoli e palato.

    La lingua è un po’ più indietro rispetto a /s/ e le labbra sono leggermente protruse; e il dorso della lingua si trova tra alveoli e palato. /∫/  /∫/  /∫/ . Questo, almeno in italiano standard.

    A livello di ortografia, quindi di scrittura, ricorda che abbiamo questo suono quando abbiamo le combinazioni SC + E e I, come scena e sci.

    A volte abbiamo anche SCIE, come in scienza o coscienza, ma quella I è muta, non si pronuncia.

    E poi abbiamo SCI + A, O, U: lasciare, sciopero, asciugare.

    Ecco, la I qui non si pronuncia. Serve solo a indicare che dobbiamo dire /∫/  e non prounciare /sk/: quindi sciarpa è diverso da scarpa.

    /∫/ , come abbiamo già visto per /ɲ/, tra vocali è sempre lungo, almeno in italiano standard, di nuovo.

    Quindi: lasciare, uscire, coscia.

    Anche tra due parole, come un articolo e un nome, quindi: lo sciocco, gli sciocchi, la scena, le scene.

    Poi abbiamo anche /ʒ/, che è la versione sonora di /∫/, ma non è un suono tipico dell’italiano. Si trova solo in parole straniere, in prestiti. Quindi: garage, abat-jour, vision.

    Poi abbiamo /ts/ e /dz/, le affricate dentali, /ts/ suono sordo e /dz/ sonoro, sono i due possibili suoni della lettera Z.

    Si articolano come /t/, /d/, /s/, e /z/, cioè abbiamo la punta della lingua che tocca i denti superiori. Sono suoni dentali.

    /Ts/ è una combinazione rapidissima di una fase di chiusura, tipo quello della /t/, e un rilascio fricativo tipo /s/. Quindi /ts/, /ts/: è come se fondessi i due suoni; ma senza dire /t/s/, ma /ts/.

    Grazie, pazzo, stanza, forza.

    Attenzione che, se hai sentito bene, tra due vocali questo suono è sempre lungo, anche se lo scriviamo con una sola Z.

    Ragazzo. Qui scriviamo due Z e il suono è lungo. Ma, per esempio, in azione, azione, scriviamo una sola Z ma comunque è come se fossero due Z, cioè il suono è lungo.

    E per questo a volte gli italiani si sbagliano e scrivono due Z: azzione, o anche grazzie.

    /Dz/ è la sua versione sonora. Avremo quindi una fase di chiusura tipo /d/, /d/, questa fase iniziale prima di far esplodere il suono, e un rilascio tipo /z/, /z/.

    Zero, zona, mezzo, azienda.

    Anche qui, tra vocali, questo suono è sempre lungo. Mezzo, azienda.

    Anche quando è singolo: una parola, per esempio, rara, può essere ozono, ozono.

    Davanti alla Z si usano sempre gli articoli maschili LO e GLI, non IL o I.

    Lo zaino, lo zero, gli zaini, gli zeri.

    Ora, dall’ortografia, non si capisce se la Z si pronuncia /ts/ o /dz/.

    Bisogna impararlo parola per parola.

    Le regole sono tante, possiamo vederne qualcuna di particolarmente utile.

    Vediamo quando usare /ts/, il suono sordo:

    Quando la parola finisce per -zione e simili, quindi: situazione, stazione, grazie.

    Quando abbiamo la combinazione NZ, quindi: senza, danza, stanza.

    Quando abbiamo LZ, come: alzare, calza.

    Quando abbiamo A e una doppia Z: pazzo, tazza, ammazzare.

    Quando abbiamo EZZ, un suffisso tipico per creare dei nomi, dei sostantivi, quindi: bellezza, sicurezza.

    Ma anche in una parola come prezzo.

    Attenzione però a mezzo, che ha /dz/, mezzo.

    Vediamo quando usare /dz/, il suono sonoro.

    Per esempio nei verbi che finiscono per -izzare, come: realizzare, organizzare.

    Ma spesso anche all’inizio di parola, come: zona, zero, zaino, zoo.

    Io ti consiglio, quando vedi una Z all’inizio di una parola, di pronunciarla /dz/.

    Quando abbiamo una sola Z tra due vocali, come: azalea, azoto, bazar, nazismo.

    Nota che la Z qui comunque si pronuncia lunga, anche se se ne scrive una soltanto.

    Come sempre puoi verificare la pronuncia su un dizionario di pronuncia o un dizionario normale, troverai l'indicazione della pronuncia della Z.

    Passiamo ora alle affricate /tʃ/, suono sordo, e /dʒ/, la versione sonora.

    Si articolano nello stesso punto di /ʃ/, quella zona tra gli alveoli e il palato duro, con le labbra leggermente protruse.  /tʃ/ e /dʒ/ sono suoni affricati, quindi hanno una fase di chiusura e un rilascio fricativo.

    Iniziamo da  /tʃ/.

    In ortografia si scrive CE o CI come in cena, Cina, oppure CIA, CIO e CIU come in ciao, ciò e ciurma. Ricorda che quella I in CIA, CIO e CIU non si pronuncia, ok?

    Vediamo degli esempi: cena, certo, ciocca, ciurma.

    Vediamo ora /dʒ/, che è rappresentato dalle combinazioni grafiche GE e GI, come Genova o giro, ma anche GIA, GIO e GIU come Gianni, gioco, giungla.

    Anche qui la I non si pronuncia, quindi GIA, GIO, GIÙ, non GI-A, GI-O, ok?

    Per fare la versione doppia di questi suoni, come sempre nelle affricate, si allunga la fase di chiusura e si accorcia la vocale precedente. Quindi: cacio> caccio.

    Facciamo altri esempi: faccia, doccia, uccello, spiaggia, peggio, maggiore.

    Passiamo a /r/, l’unico suono vibrante dell’italiano.

    È un suono alveolare, quindi la punta della lingua tocca gli alveoli come /n/ e /l/.

    Sì, quindi la /r/ si pronuncia con la lingua nella stessa posizione di /n/ e /l/: /r/.

    È un suono prodotto da uno (/r/) o più battiti [r] della lingua.

    Ecco, quindi sono due realizzazioni: /r/, monovibrante, un solo battito, come in caro, vero;

    [r], polivibrante, più battiti, per esempio in carro.

    In certi casi, anche quando la R è singola, sentirai che viene leggermente allungata, per esempio in casi come carta o Roma.

    Ora, le regole sono un po’ complicate, lasciamo questa parte al corso Fonetica Italiana Semplice.

    Il mio consiglio però è: se tu vedi una singola R, pronunciala come una R monovibrante, quindi carta, carta; mentre se vedi una R doppia, allungala: carro, carro.

    Ma ricorda che potrai sentire cose come carta, con qualche battito in più di uno, o Roma, Roma, di nuovo, con qualche battito in più.

    Esercitiamoci con alcune coppie, come:

    caro, carro;

    poro, porro.

    La vocale prima si accorcia, come sempre quando abbiamo una geminata, e la R si allunga.C

    carro, carro.

    Attenzione, se parli inglese, ché la R inglese non è vibrante.

    E in molti casi la R inglese scritta non si pronuncia in base al tuo accento.

    Quindi, se parli inglese britannico, al posto di carta potrebbe venirti da dire ca_ta.

    Ma in italiano la R si pronuncia sempre, anche in parole come certo, parco, corto.

    Se non sai come produrla, un trucchetto può essere che la R monovibrante è simile al suono dell’inglese americano in parole come better o daddy. Better, daddy, caro.

    Pronunciare però la versione polivibrante, quindi il trillo, è decisamente più complicato.

    /R/ è uno dei suoni più difficili da acquisire anche per i madrelingua, che a volte hanno anche dei difetti di pronuncia o comunque delle pronunce alternative.

    /L/ è una consonante alveolare, laterale, sonora. La punta della lingua tocca gli alveoli come /n/ e /r/, ma l’aria esce lateralmente. Le corde vocali vibrano. Per esempio: lago, lento, lode, luna, reale.

    Attenzione se parli inglese, ché nella tua lingua esiste la cosiddetta dark L.

    Quando pronunci questa L, la parte posteriore della lingua si alza verso gli alveoli. Abbiamo una pronuncia velarizzata, si dice; soprattutto a fine sillaba.

    Feel, milk.

    In italiano la L è sempre chiara. Non è mai velarizzata. Quindi non sollevare la parte posteriore della lingua. Se ti viene da dire una "l", attenzione soprattutto in casi come molto, caldo, felpa.

    Attenzione a non dire “molto”, “caldo” o “felpa”. Ok?

    Per fare la doppia, trattandosi di un suono continuo, si allunga semplicemente. Ok?

    Quindi: pala, palla.

    Come vedi, la vocale prima si accorcia.

    E concludiamo con l’ultimo suono che è /ʎ/, come in figlio o tagliare, che è una consonante laterale palatale sonora. Ed è uno dei suoni più difficili dell’italiano. Quindi è laterale come /l/: l’aria esce ai lati.

    Anche in /ʎ/, l’aria passa dai lati. È un suono palatale: la lingua quindi tocca il palato più indietro rispetto a /l/, sul palato duro. Il dorso della lingua, appunto, tocca il palato.

    Puoi trovare questo suono partendo da /l/, una /l/ chiara dell’italiano e aggiungendo mentalmente a questo suono /j/, il suono di ieri o di yesterday in inglese, o di yes, cercando di fondere i due suoni.

    Quindi parti da /l/ e prova ad aggiungere /j/: /ʎ/.

    Oppure puoi partire anche da /ɲ/, il suono di ragno, che è un suono palatale, quindi la lingua tocca il palato nella stessa posizione, ma devi fare un suono non nasale, come /ɲ/; /ʎ/.  =Invece di far uscire l’aria dal naso, devi farla uscire lateralmente. So che è difficile, /ʎ/, ma ti può aiutare pensare che /ɲ/ e /ʎ/ hanno la lingua nella stessa posizione.

    /ʎ/  è un suono che tra vocali è sempre lungo.

    Quindi abbiamo: togliere, sbagliare, aglio.

    Passando all’ortografia, si scrive GLI + vocale, quindi: taglia, meglio, foglio.

    Di nuovo, la I non si pronuncia.

    Ma anche GL + I in casi come gli, sbagli, quegli.

    Quando abbiamo l’articolo GLI seguito da una parola che inizia per vocale, quella I si tende a non pronunciare. Quindi: gl'amici, gl'amici. Oppure: quegl'altri, quegl'altri (al posto di quegli altri).

    Un errore comune è che molti pronunciano /ʎ/ come se fosse /l/j/.

    Ma attenzione che voliamo non è uguale a vogliamo: voliamo, vogliamo.

    Un’altra pronuncia diffusa anche in Italia è /ʎ/ pronunciato lungo, quindi famiglia può diventare famijjja. Non è la pronuncia standard, ma è molto comune, per esempio, a Roma. Ed è anche un errore di pronuncia molto comune, perché anche questo è un suono un po' difficile da pronunciare anche per alcuni madrelingua.

    E siamo arrivati alla fine di questo video molto lungo.

    Adesso hai una mappa chiara dei suoni dell’italiano, delle vocali, delle consonanti e delle consonanti nelle loro versioni doppie. Ma ti dico una cosa importante. Se vuoi fare tuo quello che hai imparato, devi metterlo in pratica.

    E per questo ti ricordo che ho preparato un PDF gratuito che riassume tutto quello che abbiamo visto oggi e che ti dà accesso a una serie di file audio gratuiti per esercitarti attivamente con i suoni, per ripetere e confrontare la tua pronuncia con la mia.

    Lo trovi nel link in descrizione, ma ti lascio di nuovo anche il codice QR.

    In particolare gli audio ti aiuteranno molto.

    E se invece vuoi fare il salto di qualità vero e proprio e lavorare in modo completo sulla pronuncia dell’italiano, andando più in profondità per quanto riguarda tutti i suoni, ma anche per quanto riguarda accento, ritmo e altri fenomeni fonetici di cui qui non abbiamo parlato, allora dai un’occhiata a Fonetica Italiana Semplice, che è il nostro corso completo di pronuncia, pieno di esercizi, quiz e lezioni passo passo pensato proprio per chi vuole smettere di sentirsi tradito dal proprio accento.

    Se sei arrivato o arrivata fino a qui, chiaramente la pronuncia italiana è un argomento che ti interessa e, se la tua madrelingua è l’inglese, ti ricordo che a breve lanceremo un programma di coaching di gruppo proprio per aiutarti a ridurre l’influenza della tua madrelingua nel modo in cui pronunci l’italiano.

    Il programma con Elissa inizierà molto presto, quindi iscriviti alla lista d'attesa per non perderti gli aggiornamenti che daremo molto a breve.

    Trovi il link in descrizione oppure nel primo commento qui sotto.

    Questo è tutto per oggi.

    Spero che questo mega video ti sia piaciuto.

    Alla prossima.

    Se ogni volta che parli in italiano gli italiani ti capiscono ma riconoscono subito il tuo accento e per questo magari ti rispondono in inglese, questo video è per te.

    Oggi facciamo una cosa rara, mettiamo in ordine tutti i suoni dell’italiano in un unico video: vocali, consonanti, suoni difficili, doppie e vediamo consigli specifici anche per chi parla inglese come madrelingua.

    E anche se studi italiano da anni, ti prometto che scoprirai qualcosa di nuovo. Una regola, un suono, un errore invisibile che ti sta frenando e che nessuno ti ha mai spiegato bene prima di questo video. E se così non è, ti compro una birra!

    Io sono Davide, questo è Podcast Italiano, un canale per imparare l’italiano. Attiva i sottotitoli se ti aiutano, la trascrizione è sul mio sito e ho anche preparato un PDF che riassume tutto quello che sentirai in questo video. Con il PDF avrai accesso gratuito a una serie di file audio che ti permetteranno di esercitarti attivamente con tutti i suoni dell’italiano. Una risorsa davvero utile e che rende questo video molto più utile. E la cosa migliore è che è totalmente gratuita. Ti lascio il link in descrizione, ma puoi anche scansionare il codice QR qui di lato.

    Trascrizione e glossario sul Podcast Italiano Club

    In questo video vedremo tutti i suoni dell’italiano, ma anche dopo aver visto questo video potrai continuare ad avere un po’ di difficoltà a pronunciare i suoni dell’italiano. Questo perché la tua madrelingua influisce su come produci i suoni in italiano e questo è normale che succeda.

    Un consiglio che do: per evitare che questo accada, o accada un po’ di meno, devi cercare di capire come esattamente la tua madrelingua influenza i suoni che produci in italiano.

    E se la tua madrelingua è l’inglese, abbiamo pensato a un programma che potrebbe interessarti.

    Presto lanceremo un programma di coaching incentrato proprio sulla riduzione del tuo accento inglese o americano o australiano, che terrà la mia amica e accent coach Elissa Dell’Aera, che hai visto nell’ultimo video.

    Elissa è la persona anglofona con la migliore pronuncia in italiano che io conosca, tanto che gli italiani spesso la scambiano per una madrelingua. Lei ha imparato l’italiano da zero come te e l’ha portato a un livello davvero eccezionale. E siccome di lavoro fa l’accent coach, è la persona giusta per aiutarti a ridurre il tuo accento anglofono in italiano.

    E dunque lanceremo questo programma di coaching di gruppo molto presto, arriveranno notizie a brevissimo e, se ti interessa saperne di più, iscriviti al link che ti lascio in descrizione oppure nel primo commento qua sotto.

    Prima di partire con i suoni, voglio spiegarti il modello di italiano a cui farò riferimento, che è la pronuncia neutra moderna ideata dal linguista Luciano Canepari. La pronuncia neutra è un modello di riferimento, non è l’accento naturale di una regione o di una città specifica. Cioè, nessun italiano cresce parlando così in modo spontaneo.

    Storicamente, deriva dal fiorentino, ma ripulito di alcune caratteristiche regionali, corrisponde grosso modo a come parlano i doppiatori, gli speaker radiofonici e i professionisti della parola in generale.

    È uno strumento che io considero utile, anche per chi impara l’italiano, da usare quando si vuole avere un modello di riferimento a cui ispirarsi per imparare e migliorare la pronuncia dell’italiano.

    Un’altra precisazione prima di incominciare: nel video parlerò sempre di suoni e non di lettere. Cioè, parlerò anche di lettere, ma le lettere appartengono all’ortografia, che è come rappresentiamo graficamente i suoni.

    L’ortografia italiana è abbastanza regolare, ma non bisogna fidarsi troppo dell’ortografia perché è una convenzione, una tecnologia per scrivere i suoni, ma ha delle limitazioni. Quindi noi oggi non ci distrarremo troppo dall’ortografia e partiremo dai suoni.

    Per descrivere ogni suono userò l’IPA o AFI, alfabeto fonetico internazionale, che è un sistema di simboli che permette di rappresentare in modo preciso i suoni di una lingua. Lo userò perché è scientifico, chiaro e utile. Aiuta a rendere visibili caratteristiche fonetiche che l’ortografia, ma a volte anche l’orecchio, non sempre colgono. Non è indispensabile per imparare bene la pronuncia di una lingua, ma è uno strumento molto potente.

    Bene, partiamo dalle vocali.

    Una vocale è un suono prodotto senza ostacoli al passaggio dell’aria, quindi a, i, u, eccetera. Per spiegartele menzionerò tre parametri:

    1) Apertura, chiusura, cioè quanto la lingua è in alto o in basso nella bocca. /I/ per esempio è una vocale dove la lingua è alta e quindi una vocale chiusa. Mentre /a/ è una vocale dove la lingua è bassa, quindi una vocale aperta.

    2) Secondo parametro: anteriorità, posteriorità, cioè avanti o indietro. Quanto la lingua è avanti o indietro. /I/ è una vocale anteriore, la lingua è avanti, mentre /u/ è una vocale posteriore, la lingua è indietro nella bocca.

    3) Arrotondamento delle labbra, se le labbra sono distese o arrotondate. /I/: se dico /i/, vedi che le labbra non sono arrotondate, mentre se dico /u/ vedi che le labbra sono arrotondate.

    Ogni vocale è quindi il risultato della combinazione di questi tre movimenti: verticale (su e giù), orizzontale (avanti e indietro) e poi la posizione delle labbra.

    Partiamo da /i/.

    /I/ è una vocale chiusa e anteriore.

    La lingua si trova in avanti, in alto, molto vicina al palato.

    Quando la pronunciamo, le labbra non si arrotondano, sono leggermente distese.

    E ovviamente si scrive con la lettera I.

    È importante che la lingua rimanga ferma, ok? Non deve muoversi perché altrimenti rischiamo di creare un piccolo dittongo, cioè una combinazione di vocali. Quindi non deve essere /ei/ come magari in inglese, ma deve essere un suono puro e continuo. La troviamo in parole come queste, e ti invito a pronunciarle dopo di me, ok?

    Inviti, ritiri, vicini, firmi, cibi, tinti.

    La troviamo anche in posizione finale accentata, per esempio:

    lunedì, martedì, mercoledì, colibrì.

    Sai cos’è un colibrì? È questa cosa qui!

    E la troviamo anche nei dittonghi, cioè combinazioni di vocali, come:

    bugia, fantasia, mio, noi, vuoi.

    Mi raccomando, se parli inglese o tedesco, fai attenzione perché in quelle lingue la I può avere suoni diversi da questo. Per esempio potresti pronunciarla come in "kit" o in "bitte". Ma in italiano invece è sempre I, quindi molto tesa.

    Passiamo a /u/, che si scrive con la lettera U, ovviamente.

    È una vocale chiusa, posteriore, con la lingua indietro, e arrotondata.

    Proviamo a confrontarla con /i/, passando da un suono all’altro.

    /iuiuiuiuuiuiuiu/.

    Che cosa cambia? Beh, la lingua va avanti e indietro.

    Lo senti? E le labbra poi si arrotondano.

    Il suono della U italiana, come I, deve essere stabile, uniforme, senza movimento.

    E deve essere molto indietro. La troviamo in parole come:

    uno, tu, più, tutto, luna, muro, fumo, scuro, qualcuno, chiuso, giù, ultimo.

    Come per I, anche U si pronuncia sempre allo stesso modo in qualsiasi posizione.

    Attenzione solo se parli inglese, perché il suono deve rimanere fermo, senza modificarsi.

    Quindi non come "moon" "goose". Senti che in inglese non è /u/ ma /uː/, quindi c’è un movimento della lingua.

    /A/ : questa è una vocale aperta, centrale e non arrotondata.

    La lingua si trova in basso, ed è la vocale più aperta dell’italiano, e in posizione centrale.

    /a/, /a/, /a/. Le labbra non si arrotondano.

    Si scrive con la lettera A, quindi nessuna sorpresa finora.

    E rispetto a /i/ e /u/ la bocca è più aperta: /a/.

    Può aiutare esagerare un po’ con l’apertura della bocca.

    /a/, /a/, /a/.

    Attenzione a non portare la lingua troppo indietro. In italiano la /a/ è più anteriore del suono /a/ di "father" in inglese. Ma attenzione a non portarla troppo in avanti come la /a/ di "cat" in inglese, dove invece è troppo avanti. Deve essere una via di mezzo.

    La troviamo in parole come:  fare, quando, grazie, allora, casa, parlare, mamma, italiano, papà, avanti, ragazza, fantastica, andata.

    Anche /a/, come le altre vocali italiane, si pronuncia sempre allo stesso modo in qualsiasi posizione.

    Parliamo ora dei due suoni che può rappresentare la lettera E.

    Sono due: la /e/ chiusa e la /e/ aperta.

    Iniziamo da É, la /e/ chiusa.

    È una vocale anteriore, medio alta e non arrotondata.

    Quindi la lingua è in avanti, un po’ più bassa rispetto a /i/.

    Nei dizionari spesso trovi l’accento acuto, "é".

    E quando vedi E con l’accento acuto alla fine di una parola, per esempio perché, poiché, affinché, la pronuncia è chiusa. Puoi partire da /i/ e abbassare leggermente la lingua.

    La lingua rimane in avanti, si abbassa solo un po’; /e/.

    Ora, la cosa più importante: quando la /e/ non è accentata, cioè non ci cade sopra la forza della parola, si pronuncia sempre chiusa: /é/. Per esempio: cose, dice, dorme, brave, regalo, teatro, vivere, evoluzione.

    Ecco, in queste parole le E non accentate sono sempre chiuse. Questa è la regola più semplice e più importante da ricordare per capire come si pronuncia la E in una parola.

    Quando invece la E è accentata, quindi ci cade sopra la forza della parola, abbiamo due opzioni: può essere chiusa (é) oppure aperta (è), che è il prossimo suono che vediamo.

    Passiamo quindi alla E aperta come nella parola bello.

    Nel simbolo fonetico si scrive [ɛ], che è proprio una specie di "è" aperta, mentre nei dizionari spesso trovi l’accento grave "è".

    Quando vedi È alla fine di una parola, per esempio caffè, cioè, è, la pronuncia è aperta. È una vocale anteriore, medio-bassa e non arrotondata.

    La lingua è in avanti, ma più in basso rispetto alla /e/ chiusa.

    Proviamo a passare da "é" a "è".

    La lingua si abbassa leggermente. Puoi anche fare una piccola scala.

    Man mano, come vedi, la lingua scende.

    Ora alcune parole con "è" accentata: "è" può essere solo in una sillaba accentata, ricordi?

    Quindi: festa, certo, lei, sempre, senza, gente, terra, sento, vengo, spero.

    Ricorda la regola fondamentale. La È può comparire solo in sillaba accentata.

    Le altre E della parola, se non sono accentate, saranno chiuse automaticamente.

    Per esempio: bene, presente, attento, gemello, sorelle, Firenze.

    La E su cui cade l’accento può essere aperta, le altre sono chiuse, ok?

    Le regole per sapere quando usare É o È in una sillaba accentata non sono sempre semplici, ma per ora l’importante è riconoscere la differenza e allenare l’orecchio. Vediamo ora alcune coppie minime con É (quindi E chiusa) ed È (la E aperta). Parole in cui l’unico suono che cambia è proprio la pronuncia della vocale.

    Attenzione, mi riferisco ora al modello che ho introdotto all’inizio del video, la pronuncia neutra. Queste coppie sono tipiche dell’italiano standard e dell’Italia centrale in generale. In molte altre varietà regionali la distinzione non si fa realmente, dipende dalla varietà comunque.

    La coppia più semplice è questa:

    E, congiunzione, come io e te.

    È, il verbo essere, come Roma è bella.

    Altre coppie utili:

    Légge, come “la legge è uguale per tutti”, e lègge, come “Luca legge un libro”.

    , come “ho visto te”, e , come “mi bevo un tè”.

    Vénti, come il numero, “venti persone”, e vènti, come “i venti del deserto”.

    Pésca, come lo sport, “andare a pesca”, e pèsca, come il frutto, “mi mangio una pesca”.

    Colléga, quindi “lui collega i cavi”, e collèga, “il mio collega di lavoro”.

    Affétto, il verbo affetto, quindi forma del verbo affettare, come “io affetto la carne”, e affètto, come l’affetto che proviamo per una persona.

    Ménte, quindi il cervello, e mènte, come “Luca mente”, non dice la verità.

    Ce ne sono altre, ma non sono tante.

    Per questo motivo, a livello pratico, confondere É ed È raramente crea problemi di comprensione. Però queste coppie sono utili per allenare l’orecchio e la pronuncia.

    Passiamo ora alla O chiusa, come in Roma.

    /O/ è una vocale medio alta, posteriore e arrotondata.

    La lingua è indietro e abbastanza in alto.

    Le labbra sono arrotondate.

    Si trova a metà strada tra U e Ò, la O aperta che vedremo tra poco.

    Rispetto a /u/, la lingua è un po’ più bassa e le labbra leggermente meno arrotondate.

    Prova a passare da /u/ a /o/.

    Ora, la regola importante. Quando la /o/ non è accentata, si pronuncia sempre chiusa: /o/.

    Proprio come la E, che quando non è accentata si pronuncia é, chiusa.

    Per esempio: vado, scendo, vengo, bravo, buono, ragazzo, locale, modello, coniglio.

    Se invece la O è accentata, può essere O chiusa oppure Ò aperta.

    Lo vediamo tra poco. Funziona proprio come per la E.

    Alcune parole comuni con O accentata chiusa sono:

    sono, solo, molto, Roma, lavoro, nome, pronto, giorno.

    Vediamo ora [ɔ] , la /o/ aperta, come in cosa.

    Ò è una vocale medio-bassa, posteriore e arrotondata.

    La lingua è indietro e più in basso rispetto a /o/, la O chiusa.

    Le labbra sono arrotondate ma meno rispetto a O.

    Un po’ meno arrotondate, e ancora meno rispetto a U, dove sono molto arrotondate.

    Possiamo fare una piccola scala: /uuuoooɔɔɔ/.

    La lingua scende progressivamente e le labbra, se vedi, si arrotondano sempre meno.

    /uuuoooɔɔɔ/.

    Nell’ortografia, nella scrittura, trovi l’accento grave solo alla fine di parola, dove la O è sempre aperta: andrò, tornerò, però, pensò.

    Ricorda: Ò può comparire solo in sillaba accentata.

    Le altre O della parola, se non sono accentate, sono chiuse.

    Alcune parole comuni con Ò sono: ho, no, cosa, so, donna, oggi, notte, porta.

    In parole con più O, solo quella accentata può essere aperta:

    voglio, posso, uomo, ricordo, troppo, orologio.

    Come per la E, non è facile sapere dalla grafia se la /o/ accentata sia aperta o chiusa.

    Per ora, l’importante è riconoscere e sentire la differenza tra O e Ò.

    Vediamo ora alcune coppie minime con O chiusa e O aperta.

    Anche qui le coppie non sono molte, anzi sono anche meno rispetto alle coppie con la E.

    E sbagliare raramente crea problemi di comprensione, però sono utili per allenare l’orecchio.

    La coppia più importante è:

    O, congiunzione: “Luca o Giovanni”, e ho, il verbo avere, come “ho tempo”.

    Altre coppie sono:

    Bótte, come una botte di vino, e bòtte, le botte che diamo a una persona che ci fa arrabbiare.

    Cólla, quindi “sono andato colla macchina” (anche se spesso scriviamo “con la macchina”, anche se nel parlato frequentemente si dice proprio “colla macchina”), e còlla, come la colla con cui incolliamo qualcosa.

    Fósse, verbo essere al congiuntivo imperfetto, “speravo che fosse così”, e le fòsse, le fosse scavate dai cani.

    Vólto, come sinonimo di faccia, e vòlto, come “mi volto per guardare indietro”, verbo voltarsi.

    Cólto, come “un uomo colto”, e còlto, participio passato di cogliere, “ho colto quel riferimento”.

    Come per la E, questa distinzione è tipica dell’italiano standard, della pronuncia neutra, ed è anche tipica dell’Italia centrale. In altre varietà di italiano regionale le cose possono funzionare in maniera un po’ diversa.

    Ma quindi serve imparare le vocali aperte e chiuse?

    Chiudiamo con un chiarimento sulle vocali medie, quindi proprio queste che abbiamo appena visto, E ed O, aperte e chiuse. Perché sono così problematiche, innanzitutto?

    Primo motivo, perché l’ortografia quasi mai ci aiuta.

    All’interno della parola non possiamo mai sapere dalla grafia se la vocale accentata sia aperta o chiusa. Solo alla fine di parola l’accento grafico ci dà un’indicazione. È e Ò con l’accento grave, come abbiamo visto, sono aperte, mentre É con l’accento acuto è chiusa.

    Secondo motivo: c’è molta variabilità regionale, come abbiamo visto. Quindi vale la pena imparare le regole dell’italiano standard? La mia risposta è: dipende. Se il tuo obiettivo è farti capire e avere una pronuncia chiara e comprensibile in italiano, la priorità è eliminare l’influenza della tua lingua madre sui suoni fondamentali. Quindi la distinzione tra vocali aperte e chiuse raramente crea incomprensioni.

    Non deve essere la tua priorità.

    Ma se hai già una pronuncia buona e vuoi avvicinarti all’italiano neutro o avere una pronuncia più elegante, più raffinata, perché non c’è nulla di male, secondo me, a considerare così la pronuncia neutra, allora puoi senz’altro lavorarci. Ma ripeto: non è la priorità, ok? È qualcosa di avanzato e piuttosto raffinato. Conosco pochi studenti che praticamente sanno fare questa distinzione, ma è interessante comunque parlarne, perché la sentirai.

    Se vuoi imparare questa distinzione e quindi avvicinarti alla pronuncia standard delle vocali medie, puoi fare quattro cose.

    1) La prima è consultare un dizionario di pronuncia come il DP o il DOP. Il primo di questi usa i simboli IPA, il secondo no, ma comunque capirai bene. Anche un buon dizionario come lo Zingarelli ti può aiutare. Ti lascio tutti i link a queste risorse nel PDF.

    2) Studiare alcune regole di base, sapendo però che sono complesse e piene di eccezioni. Mi riferisco ad altre regole per capire, nelle sillabe accentate, quale suono fare. Ma te ne parlo più approfonditamente nel mio corso di pronuncia, Fonetica Italiana Semplice. Te lo lascio qui sotto in descrizione.

    3) Puoi ascoltare e fare attenzione a come parlano le persone dell’Italia centrale, quindi dalla Toscana, Lazio, Umbria e Marche del Sud, dove la distinzione tra vocali aperte e chiuse funziona proprio come nell’italiano standard.

    4) Ascoltare parlanti con una pronuncia neutra, che parlano in dizione, cioè persone che hanno lavorato consapevolmente sulla pronuncia, come doppiatori, speaker radiofonici e professionisti della parola, come dicevamo all’inizio di questo video. Ma ancora una volta questa non deve essere la priorità, secondo me.

    I e U, tradizionalmente si chiamano "semiconsonanti", ma si possono anche considerare consonanti "approssimanti". Cioè consonanti che, a differenza delle consonanti vere e proprie che vedremo dopo, non hanno una vera e propria frizione come /ʃ/ o /r/.

    Te ne parlo qui, dopo le vocali, perché sono di fatto molto vicine a I e U.

    Sono proprio le lettere con cui si scrivono, dopo tutto.

    Infatti /j/ è molto simile a /i/, ma con la lingua ancora più vicina al palato.

    Mentre /w/ è simile a /u/, ma con la lingua ancora più vicina al velo, al palato molle, e con forte arrotondamento.

    Troviamo /j/ nelle combinazioni:

    I + A: siamo, piano.

    I + E: ieri, pieno.

    I + O: fiore, iodio.

    I + U: aiuto, fiuto.

    Troviamo /w/ nelle combinazioni:

    U + A: quando, acqua.

    U + E: questo, quello.

    U + I: quindi, guidare.

    U + O: uomo, cuore.

    Bene, abbiamo visto tutte le vocali. Abbiamo parlato anche di due suoni che erano forse più simili a consonanti, o comunque a metà strada. Non ho parlato di concetti come iato e dittonghi, ma per approfondire ed esercitarti davvero andando in profondità nella pronuncia italiana c’è, per l’appunto, il nostro corso completo Fonetica Italiana Semplice che, se ti interessa l’argomento della pronuncia, devi fare.

    Qui voglio parlarti solamente dei suoni, senza andare troppo nel dettaglio di tutti i fenomeni fonetici dell’italiano. Ti lascio il link in descrizione per scoprire Fonetica Italiana Semplice.

    Bene, passiamo ora alle consonanti.

    Una consonante è un suono prodotto creando un ostacolo al flusso dell’aria.

    A differenza delle vocali, in cui l’aria passa libera, nelle consonanti la lingua e altri organi articolatori si avvicinano molto o entrano in contatto, quindi la lingua con i denti, alveoli, palato, eccetera.

    Ogni consonante è definita da tre parametri:

    1) Tipo di fonazione, quindi se le corde vocali vibrano, quindi abbiamo un suono sonoro, come /v/, o non vibrano, e abbiamo un suono sordo, non sonoro (come /f/). Senti che, in questa coppia, solo /v/ ha una vibrazione che puoi sentire proprio se metti la mano qui, mentre se dici /f/ non senti nessuna vibrazione: le corde vocali non vibrano.

    2) Il punto di articolazione, cioè dove avviene il contatto o l’avvicinamento.

    Per esempio, abbiamo suoni bilabiali, quindi le labbra si chiudono /b/, oppure suoni velari, come /k/: quindi abbiamo la parte posteriore della lingua che tocca il velo palatino, cioè il palato molle dietro nella bocca.

    3) E poi abbiamo il modo di articolazione, cioè come viene modificato il flusso dell’aria. Abbiamo il modo occlusivo, quindi con un’esplosione, diciamo così, l’aria esce in maniera esplosiva (/p/, /t/, /k/); abbiamo il modo fricativo, quindi c’è una frizione (/sh/, /s/, /f/); e abbiamo il modo affricato, che è una combinazione che inizia con una parte occlusiva e poi una parte fricativa (/c/, /ts/, /dz/) ecc.

    Ora non entro nel dettaglio di ciascuno di questi termini in questo video: lo facciamo nel corso Fonetica Italiana Semplice. Detto questo, vedremo le consonanti in coppie, quindi coppie composte da un suono sordo e da un suono sonoro. E appunto l’unica differenza che distingue i suoni in queste due coppie è la vibrazione delle corde vocali, se vibrano o se sono a riposo.

    Incominciamo dalle occlusive /p/ e /b/, che si scrivono con la lettera P e la B.

    Sono consonanti bilabiali: si producono chiudendo le labbra e poi rilasciando l’aria.

    La lingua è a riposo. /P/ , /b/.

    La differenza è questa: /p/ è sorda. Le corde vocali non vibrano.

    Se senti una vibrazione è perché stai dicendo una vocale dopo, stai dicendo “pa”.

    Ma la P da sola è questo suono, /p/. Basta.

    /B/ è sonora. Le corde vocali vibrano subito. Basta, basta.

    Attenzione, perché in inglese /p/ è spesso un suono aspirato, come in pick.

    Senti che c’è questa aspirazione? Pick. Prova a mettere la mano davanti alla bocca. La sentirai. In italiano non c’è nessuna aspirazione. Quindi non diciamo “phasta”, ma pasta.

    Un trucchetto: puoi anche mettere un foglietto davanti alla bocca. Se si muove molto quando dici pasta, stai aspirando troppo. Pasta, pasta. Troppa aspirazione. Pasta, pasta. Meno movimento, quindi va bene.

    Un altro trucchetto: pensa alla P inglese in spin. Quella è molto simile alla P italiana, non c’è aspirazione. Sp, sp.

    Per ogni consonante ti voglio parlare anche di come produrla nella sua versione doppia. Si scrive con la stessa lettera due volte, quindi con un suono lungo o tecnicamente geminato.

    Nelle doppie P e B c’è una fase di chiusura più lunga, una piccola pausa.

    Papa, pappa.

    Senti quella piccola pausa nel suono? Papa, pappa.

    In pappa la consonante è più lunga e la vocale prima è più corta. Quindi si accorcia quella A. Pappa, pappa. Senti com’è corta la A prima? In papa la consonante è breve e la vocale è più lunga.

    Oppure babo (che non è una parola esistente, ma ce la inventiamo giusto per mostrare la differenza) e babbo. Con /b/ la differenza è che, durante la pausa, quindi mentre non stiamo emettendo aria e le labbra sono chiuse, la vibrazione continua. Perché è questo che succede con i suoni sonori.

    Quindi /b/ /b/ /b/; chiudo le labbra, ma senti… le corde vocali continuano a vibrare.

    Passiamo ora alle occlusive dentali /t/ sorda e /d/ sonora.

    Sono dentali: la punta della lingua tocca i denti superiori.

    Non si producono con la punta della lingua sugli alveoli, come in inglese.

    In inglese si chiamano suoni alveolari.

    /T/, /d/. Ma proprio contro i denti: /t/, /d/.

    Quindi qualche millimetro più avanti. La differenza è molto sottile.

    Quindi /t/ non ha nessuna vibrazione, come in tanto, tanto.

    /D/ invece ha la vibrazione, come in dove.

    Come per /p/ anche la /t/ inglese è spesso aspirata: test, talk.

    In italiano non c’è nessuna aspirazione, quindi non “thanto”, ma "tanto".

    Thanto: sbagliato. Tanto: corretto.

    Un trucco: pensa alla /t/ inglese in stick. Anche qui il trucchetto funziona perché quella /t/ è molto più vicina alla /t/ italiana. Stick, tanto. Devi cercare di isolare il suono della /t/ in inglese dopo la /s/, perché dopo la /s/ non lo aspiri se parli inglese come madrelingua. Non dici “sthick”, ma stick.

    Vediamo ora la versione doppia di queste consonanti.

    Tuta, tutta.

    Feta, fetta.

    Nella doppia, di nuovo, senti questa pausa, questa fase di chiusura, e la vocale prima si accorcia.

    Tutta. Fetta.

    Mentre con /d/, la nostra doppia /d/, la vibrazione continua durante la chiusura.

    Freddo.

    Senti invece che in fretta la vibrazione non continua, cioè si interrompe.

    Passiamo ora alle occlusive velari: /c/ sorda, e /g/ sonora.

    Si articolano nella parte posteriore della bocca.

    La parte posteriore della lingua tocca il velo palatino o palato molle.

    E da "velo palatino", o velo e basta, viene la parola "velare".

    Per esempio: /c/ come in casa, cosa, che, chi.

    Oppure /g/ come in gatto, gonna, pagare.

    Ricorda anche quando compare questo suono: quando abbiamo C + A, O, U, ma anche CH + E o I. Questo suono può essere rappresentato anche dalla lettera Q, che si usa solo nelle sequenze con /w/: quando, questo, quindi.

    Come /p/ e /t/, anche la K in inglese è spesso aspirata. Pensa a kiss o car.

    In italiano però non c’è aspirazione, quindi non diciamo “kharo”, ma caro.

    Di nuovo, pensa allo stesso trucco di prima: a /k/ dopo una S, come skip in inglese.

    Oppure alla parola italiana scusa, no? Lì la /c/ non è aspirata, proprio come in italiano.

    Quindi se isoli quel suono, /sc/, /sc/, /sc/, sarai in grado di dire la /c/ che devi dire in italiano. Quindi, al posto di dire “kharo”, dirai caro.

    Vediamo ora questi suoni doppi, quindi lunghi.

    Beh, funzionano come le altre occlusive, quindi: Paco, pacco. Lago, laggo (che, vabbè, nel linguaggio dell’informatica esiste, ma non è una parola comune).

    Comunque, per capirci; quindi, di nuovo, nella doppia, c’è una fase di chiusura più lunga e la prima vocale invece si accorcia. Pacco. Attacco.

    Per la /g/ lunga, come sempre, la vibrazione continua durante la fase di chiusura.

    Aggancio. Agguato.

    E con questo abbiamo completato le occlusive dell’italiano.

    Bene, vediamo ora le nasali e partiamo da /m/, la nasale bilabiale.

    Si articola nello stesso punto di /p/ e /b/. Chiudiamo le labbra e la lingua è a riposo.

    La differenza è che il velo si abbassa e l’aria passa dal naso.

    Se ti tocchi il naso, senti proprio che il naso vibra.

    Mentre se dici /p/ o /b/ no, perché l’aria in quel caso esce dalla bocca.

    È un suono comunque molto comune nelle lingue, sicuramente ce l’hai nella tua lingua e in genere non crea molti problemi. Degli esempi sono:

    mare, mio, come, molto, abbiamo.

    Ora, con le nasali, la geminazione, quindi la versione doppia o lunga di queste consonanti, non crea una pausa come nelle occlusive. Il suono viene semplicemente allungato. Quindi confronta mama con mamma. In mamma la /m/ è più lunga e la vocale prima è più corta. Questo è importante anche grammaticalmente per distinguere la prima persona plurale del futuro semplice e del condizionale presente: faremo e faremmo, diremo e diremmo, prenderemo e prenderemmo.

    **

    Passiamo a /n/, la nasale alveolare.

    La punta della lingua tocca gli alveoli, subito dopo i denti superiori.

    Lo stesso punto dove articoliamo, e lo vedremo tra poco, le consonanti /l/ e /r/.

    Oppure dove si fa la /t/ e la /d/ in inglese, che sono un po’ più indietro rispetto all’italiano, quindi non dentali ma alveolari. Ecco, sempre in questo punto si articola /n/.

    Anche /n/ è un suono comunissimo nelle lingue e quindi non avrai problemi a pronunciarlo.

    Bene, mano, lana, Siena.

    La cosa interessante è che ha delle varianti, tecnicamente chiamate "allofoni", perché il suono base è /n/, ma cambia leggermente davanti ad alcune consonanti. Questi cambiamenti comunque sono abbastanza automatici o naturali, ma è interessante osservarli.

    Davanti a /p/ e /b/ diventa /m/, cioè il suono bilabiale.

    Lo vediamo tra parole vicine: coMPietro, iMBarca, noMBevo, saMBernardo.

    Lo vediamo anche nel nome Giampietro, che sarebbe Gianni e Pietro, la combinazione, che si può scrivere sia separato con la N (Gian Pietro) oppure come unico nome, Giampietro. Ma, in ogni caso, quella N si pronuncia /m/: Giampietro.

    Davanti a /f/ e /v/, diventa [ɱ]: iɱfatti, iɱvece, coɱ Fabrizio, coɱ Veronica.

    Comunque ti verrà naturalmente se proverai a dire una N seguita da una F o una V.

    L’importante è non dire “con Fabrizio” o “con Veronica”, non è necessario separare e dire una vera /n/, ma coɱ Fabrizio, coɱ Veronica.

    Davanti a /c/ e /g/ diventa [ŋ], velare, che è il suono NG dell’inglese, sing.

    Quindi: anche, fango, non capisco, non guardo.

    Di nuovo, non diciamo “an-che” o “fan-go”, o "non-capisco", o "non-guardo" ma non capisco, non guardo.

    Poi abbiamo la /n/ doppia o geminata.

    Come per /m/, anche qui abbiamo un suono continuo che viene semplicemente allungato, quindi non ci sono pause. Come sempre, però, la vocale prima si accorcia. Nono, nonno. Oppure un grande classico dell’ironia dei bambini: ano e anno, due parole diverse.

    Passiamo alla nasale palatale /ɲ/ di ragno o lasagne.

    In ortografia è scritta GN, ma questa combinazione non si pronuncia G-N, attenzione, bensì, appunto, /ɲ/. È un suono palatale, quindi il dorso, che sarebbe la parte centrale della lingua, tocca il palato duro, quindi dopo gli alveoli: stiamo tornando indietro nella bocca.

    Essendo un suono nasale, l’aria passa dal naso. /ɲ/ /ɲ/.

    Attenzione perché in italiano standard, tra due vocali, /ɲ/ è sempre lungo. Quindi ragno si pronuncia raɲɲo, e non raɲo. Oppure bagno, bisogno, montagna. Adesso esagero, ma per aiutarti a capire.

    Però, in alcune varietà del nord, la pronuncia può essere più breve, quindi raɲo. Ok?

    Attenzione a non confonderla con /nj/, perché c’è differenza tra campagna e Campania.

    Nel secondo caso abbiamo una /n/ normale più /j/: /nj/; che non è uguale a GNA, che è il suono /ɲ/.

    Davanti a parole che iniziano con GN si usa l’articolo maschile LO: lo gnomo, lo gnu.

    Quindi non si usa IL.

    Anche qui, il suono della GN è lungo: lo gnomo.

    E l’articolo LO al plurale è GLI, quindi: gli gnomi e gli gnu.

    Passiamo ora a /f/, suono sordo, e /v/, che è l’equivalente sonoro.

    Sono fricative (c'è una frizione) labiodentali (cioè il labbro inferiore tocca i denti superiori). La lingua è a riposo. La differenza tra i due, come sempre, è la vibrazione, che c’è solo in /v/ ma non in /f/

    Quindi: fare, fuori, vero, voglio, lavoro.

    **

    Vediamo ora le doppie. Essendo suoni continui, la doppia qui si realizza allungando semplicemente il suono. E quindi gufo e buffo (non ho trovato coppie minime). Uovo, ovvio.

    Nella doppia la consonante è più lunga e la vocale che viene prima si accorcia, come abbiamo sempre visto finora. Facciamo altri esempi: soffiare, truffa, caffè, davvero, avviso, improvviso.

    Passiamo a /s/ sordo e /z/ sonoro, che sono i due suoni rappresentati dalla lettera S.

    Sono fricative dentali. La punta della lingua è molto vicina ai denti superiori.

    La differenza sta nella vibrazione.

    In /s/ non c’è vibrazione: sera.

    In /z/ c’è vibrazione: rosa.

    In italiano la stessa lettera S può indicare /s/ o /z/. Quindi come scegliere?

    All’inizio di parola si dirà sempre /s/, quindi: sera, sapere, sono.

    Quindi attenzione a non dire “io zono”, che è un errore tipico che fa chi parla tedesco, ma io sono. Se la S è doppia è /s/, pronunciata però un po’ più lunga: spesso, messo, tasso.

    Il suono /z/  sonoro invece non esiste geminato, non si può allungare. Ok?

    Dopo una consonante abbiamo /s/, quindi: polso, senso, falso.

    Tra due vocali, nella pronuncia standard tradizionale, diciamo, potremmo avere entrambi; ma nella pronuncia neutra moderna, quindi il modello che ho introdotto all’inizio, si tende ad avere sempre /z/ tra vocali. Quindi: casa, così, inglese, peso, scusa, cosa.

    Davanti a una consonante sorda abbiamo sempre /s/, quindi: sparare, scatto.

    Ma davanti a una consonante sonora abbiamo /z/: sbagliare, svelare.

    Tra poco torniamo su questo aspetto.

    Comunque, come abbiamo detto, per pronunciare la doppia S dobbiamo semplicemente allungare la consonante, la /s/, e accorciare la vocale precedente, come abbiamo visto già tante volte, quindi: sasso, fossa, posso, messo.

    Ricorda: come ho detto, /z/ non può mai essere lungo, non esiste.

    Bene, parliamo dell’assimilazione della S, che ho introdotto un attimo fa.

    Quando la S è seguita da una consonante sorda, come /p/, /t/, /k/, /f/, resta /s/.

    Quindi: sparare, storto, scusa, sforzo.

    Quando invece è seguita da una consonante sonora, quindi /b/, /d/, /g/, /v/, /m/, /n/, /r/, /l/, /dʒ/ diventa /z/. Quindi: sbagliare, sdentato, svelare, smettere, snervante, slegare.

    Se parli inglese, fai attenzione a questo dettaglio.

    In inglese esistono le combinazioni /sm/, /sn/, /sl/, quindi con S sorda: smart, snack, slick.

    In italiano invece abbiamo /zm/, /zn/, e /zl/, quindi: smettere, snervante, slovacco.

    Quindi se hai mai sentito un italiano dire smart con una /zm/, zmart, questo è il motivo.

    Infine, davanti a S + consonante si usano gli articoli maschili, quindi LO e GLI, non IL e I.

    Lo sbaglio, lo sforzo, gli studenti, gli spari.

    Bene, passiamo ora a /∫/ e /ʒ/, suoni fricativi, di nuovo.

    Sono il suono di scena, scelta, lasciare, sciopero.

    Questo per /∫/ , che è un suono che si articola tra alveoli e palato.

    La lingua è un po’ più indietro rispetto a /s/ e le labbra sono leggermente protruse; e il dorso della lingua si trova tra alveoli e palato. /∫/  /∫/  /∫/ . Questo, almeno in italiano standard.

    A livello di ortografia, quindi di scrittura, ricorda che abbiamo questo suono quando abbiamo le combinazioni SC + E e I, come scena e sci.

    A volte abbiamo anche SCIE, come in scienza o coscienza, ma quella I è muta, non si pronuncia.

    E poi abbiamo SCI + A, O, U: lasciare, sciopero, asciugare.

    Ecco, la I qui non si pronuncia. Serve solo a indicare che dobbiamo dire /∫/  e non prounciare /sk/: quindi sciarpa è diverso da scarpa.

    /∫/ , come abbiamo già visto per /ɲ/, tra vocali è sempre lungo, almeno in italiano standard, di nuovo.

    Quindi: lasciare, uscire, coscia.

    Anche tra due parole, come un articolo e un nome, quindi: lo sciocco, gli sciocchi, la scena, le scene.

    Poi abbiamo anche /ʒ/, che è la versione sonora di /∫/, ma non è un suono tipico dell’italiano. Si trova solo in parole straniere, in prestiti. Quindi: garage, abat-jour, vision.

    Poi abbiamo /ts/ e /dz/, le affricate dentali, /ts/ suono sordo e /dz/ sonoro, sono i due possibili suoni della lettera Z.

    Si articolano come /t/, /d/, /s/, e /z/, cioè abbiamo la punta della lingua che tocca i denti superiori. Sono suoni dentali.

    /Ts/ è una combinazione rapidissima di una fase di chiusura, tipo quello della /t/, e un rilascio fricativo tipo /s/. Quindi /ts/, /ts/: è come se fondessi i due suoni; ma senza dire /t/s/, ma /ts/.

    Grazie, pazzo, stanza, forza.

    Attenzione che, se hai sentito bene, tra due vocali questo suono è sempre lungo, anche se lo scriviamo con una sola Z.

    Ragazzo. Qui scriviamo due Z e il suono è lungo. Ma, per esempio, in azione, azione, scriviamo una sola Z ma comunque è come se fossero due Z, cioè il suono è lungo.

    E per questo a volte gli italiani si sbagliano e scrivono due Z: azzione, o anche grazzie.

    /Dz/ è la sua versione sonora. Avremo quindi una fase di chiusura tipo /d/, /d/, questa fase iniziale prima di far esplodere il suono, e un rilascio tipo /z/, /z/.

    Zero, zona, mezzo, azienda.

    Anche qui, tra vocali, questo suono è sempre lungo. Mezzo, azienda.

    Anche quando è singolo: una parola, per esempio, rara, può essere ozono, ozono.

    Davanti alla Z si usano sempre gli articoli maschili LO e GLI, non IL o I.

    Lo zaino, lo zero, gli zaini, gli zeri.

    Ora, dall’ortografia, non si capisce se la Z si pronuncia /ts/ o /dz/.

    Bisogna impararlo parola per parola.

    Le regole sono tante, possiamo vederne qualcuna di particolarmente utile.

    Vediamo quando usare /ts/, il suono sordo:

    Quando la parola finisce per -zione e simili, quindi: situazione, stazione, grazie.

    Quando abbiamo la combinazione NZ, quindi: senza, danza, stanza.

    Quando abbiamo LZ, come: alzare, calza.

    Quando abbiamo A e una doppia Z: pazzo, tazza, ammazzare.

    Quando abbiamo EZZ, un suffisso tipico per creare dei nomi, dei sostantivi, quindi: bellezza, sicurezza.

    Ma anche in una parola come prezzo.

    Attenzione però a mezzo, che ha /dz/, mezzo.

    Vediamo quando usare /dz/, il suono sonoro.

    Per esempio nei verbi che finiscono per -izzare, come: realizzare, organizzare.

    Ma spesso anche all’inizio di parola, come: zona, zero, zaino, zoo.

    Io ti consiglio, quando vedi una Z all’inizio di una parola, di pronunciarla /dz/.

    Quando abbiamo una sola Z tra due vocali, come: azalea, azoto, bazar, nazismo.

    Nota che la Z qui comunque si pronuncia lunga, anche se se ne scrive una soltanto.

    Come sempre puoi verificare la pronuncia su un dizionario di pronuncia o un dizionario normale, troverai l'indicazione della pronuncia della Z.

    Passiamo ora alle affricate /tʃ/, suono sordo, e /dʒ/, la versione sonora.

    Si articolano nello stesso punto di /ʃ/, quella zona tra gli alveoli e il palato duro, con le labbra leggermente protruse.  /tʃ/ e /dʒ/ sono suoni affricati, quindi hanno una fase di chiusura e un rilascio fricativo.

    Iniziamo da  /tʃ/.

    In ortografia si scrive CE o CI come in cena, Cina, oppure CIA, CIO e CIU come in ciao, ciò e ciurma. Ricorda che quella I in CIA, CIO e CIU non si pronuncia, ok?

    Vediamo degli esempi: cena, certo, ciocca, ciurma.

    Vediamo ora /dʒ/, che è rappresentato dalle combinazioni grafiche GE e GI, come Genova o giro, ma anche GIA, GIO e GIU come Gianni, gioco, giungla.

    Anche qui la I non si pronuncia, quindi GIA, GIO, GIÙ, non GI-A, GI-O, ok?

    Per fare la versione doppia di questi suoni, come sempre nelle affricate, si allunga la fase di chiusura e si accorcia la vocale precedente. Quindi: cacio> caccio.

    Facciamo altri esempi: faccia, doccia, uccello, spiaggia, peggio, maggiore.

    Passiamo a /r/, l’unico suono vibrante dell’italiano.

    È un suono alveolare, quindi la punta della lingua tocca gli alveoli come /n/ e /l/.

    Sì, quindi la /r/ si pronuncia con la lingua nella stessa posizione di /n/ e /l/: /r/.

    È un suono prodotto da uno (/r/) o più battiti [r] della lingua.

    Ecco, quindi sono due realizzazioni: /r/, monovibrante, un solo battito, come in caro, vero;

    [r], polivibrante, più battiti, per esempio in carro.

    In certi casi, anche quando la R è singola, sentirai che viene leggermente allungata, per esempio in casi come carta o Roma.

    Ora, le regole sono un po’ complicate, lasciamo questa parte al corso Fonetica Italiana Semplice.

    Il mio consiglio però è: se tu vedi una singola R, pronunciala come una R monovibrante, quindi carta, carta; mentre se vedi una R doppia, allungala: carro, carro.

    Ma ricorda che potrai sentire cose come carta, con qualche battito in più di uno, o Roma, Roma, di nuovo, con qualche battito in più.

    Esercitiamoci con alcune coppie, come:

    caro, carro;

    poro, porro.

    La vocale prima si accorcia, come sempre quando abbiamo una geminata, e la R si allunga.C

    carro, carro.

    Attenzione, se parli inglese, ché la R inglese non è vibrante.

    E in molti casi la R inglese scritta non si pronuncia in base al tuo accento.

    Quindi, se parli inglese britannico, al posto di carta potrebbe venirti da dire ca_ta.

    Ma in italiano la R si pronuncia sempre, anche in parole come certo, parco, corto.

    Se non sai come produrla, un trucchetto può essere che la R monovibrante è simile al suono dell’inglese americano in parole come better o daddy. Better, daddy, caro.

    Pronunciare però la versione polivibrante, quindi il trillo, è decisamente più complicato.

    /R/ è uno dei suoni più difficili da acquisire anche per i madrelingua, che a volte hanno anche dei difetti di pronuncia o comunque delle pronunce alternative.

    /L/ è una consonante alveolare, laterale, sonora. La punta della lingua tocca gli alveoli come /n/ e /r/, ma l’aria esce lateralmente. Le corde vocali vibrano. Per esempio: lago, lento, lode, luna, reale.

    Attenzione se parli inglese, ché nella tua lingua esiste la cosiddetta dark L.

    Quando pronunci questa L, la parte posteriore della lingua si alza verso gli alveoli. Abbiamo una pronuncia velarizzata, si dice; soprattutto a fine sillaba.

    Feel, milk.

    In italiano la L è sempre chiara. Non è mai velarizzata. Quindi non sollevare la parte posteriore della lingua. Se ti viene da dire una "l", attenzione soprattutto in casi come molto, caldo, felpa.

    Attenzione a non dire “molto”, “caldo” o “felpa”. Ok?

    Per fare la doppia, trattandosi di un suono continuo, si allunga semplicemente. Ok?

    Quindi: pala, palla.

    Come vedi, la vocale prima si accorcia.

    E concludiamo con l’ultimo suono che è /ʎ/, come in figlio o tagliare, che è una consonante laterale palatale sonora. Ed è uno dei suoni più difficili dell’italiano. Quindi è laterale come /l/: l’aria esce ai lati.

    Anche in /ʎ/, l’aria passa dai lati. È un suono palatale: la lingua quindi tocca il palato più indietro rispetto a /l/, sul palato duro. Il dorso della lingua, appunto, tocca il palato.

    Puoi trovare questo suono partendo da /l/, una /l/ chiara dell’italiano e aggiungendo mentalmente a questo suono /j/, il suono di ieri o di yesterday in inglese, o di yes, cercando di fondere i due suoni.

    Quindi parti da /l/ e prova ad aggiungere /j/: /ʎ/.

    Oppure puoi partire anche da /ɲ/, il suono di ragno, che è un suono palatale, quindi la lingua tocca il palato nella stessa posizione, ma devi fare un suono non nasale, come /ɲ/; /ʎ/.  =Invece di far uscire l’aria dal naso, devi farla uscire lateralmente. So che è difficile, /ʎ/, ma ti può aiutare pensare che /ɲ/ e /ʎ/ hanno la lingua nella stessa posizione.

    /ʎ/  è un suono che tra vocali è sempre lungo.

    Quindi abbiamo: togliere, sbagliare, aglio.

    Passando all’ortografia, si scrive GLI + vocale, quindi: taglia, meglio, foglio.

    Di nuovo, la I non si pronuncia.

    Ma anche GL + I in casi come gli, sbagli, quegli.

    Quando abbiamo l’articolo GLI seguito da una parola che inizia per vocale, quella I si tende a non pronunciare. Quindi: gl'amici, gl'amici. Oppure: quegl'altri, quegl'altri (al posto di quegli altri).

    Un errore comune è che molti pronunciano /ʎ/ come se fosse /l/j/.

    Ma attenzione che voliamo non è uguale a vogliamo: voliamo, vogliamo.

    Un’altra pronuncia diffusa anche in Italia è /ʎ/ pronunciato lungo, quindi famiglia può diventare famijjja. Non è la pronuncia standard, ma è molto comune, per esempio, a Roma. Ed è anche un errore di pronuncia molto comune, perché anche questo è un suono un po' difficile da pronunciare anche per alcuni madrelingua.

    E siamo arrivati alla fine di questo video molto lungo.

    Adesso hai una mappa chiara dei suoni dell’italiano, delle vocali, delle consonanti e delle consonanti nelle loro versioni doppie. Ma ti dico una cosa importante. Se vuoi fare tuo quello che hai imparato, devi metterlo in pratica.

    E per questo ti ricordo che ho preparato un PDF gratuito che riassume tutto quello che abbiamo visto oggi e che ti dà accesso a una serie di file audio gratuiti per esercitarti attivamente con i suoni, per ripetere e confrontare la tua pronuncia con la mia.

    Lo trovi nel link in descrizione, ma ti lascio di nuovo anche il codice QR.

    In particolare gli audio ti aiuteranno molto.

    E se invece vuoi fare il salto di qualità vero e proprio e lavorare in modo completo sulla pronuncia dell’italiano, andando più in profondità per quanto riguarda tutti i suoni, ma anche per quanto riguarda accento, ritmo e altri fenomeni fonetici di cui qui non abbiamo parlato, allora dai un’occhiata a Fonetica Italiana Semplice, che è il nostro corso completo di pronuncia, pieno di esercizi, quiz e lezioni passo passo pensato proprio per chi vuole smettere di sentirsi tradito dal proprio accento.

    Se sei arrivato o arrivata fino a qui, chiaramente la pronuncia italiana è un argomento che ti interessa e, se la tua madrelingua è l’inglese, ti ricordo che a breve lanceremo un programma di coaching di gruppo proprio per aiutarti a ridurre l’influenza della tua madrelingua nel modo in cui pronunci l’italiano.

    Il programma con Elissa inizierà molto presto, quindi iscriviti alla lista d'attesa per non perderti gli aggiornamenti che daremo molto a breve.

    Trovi il link in descrizione oppure nel primo commento qui sotto.

    Questo è tutto per oggi.

    Spero che questo mega video ti sia piaciuto.

    Alla prossima.

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