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    L’evoluzione dell’ITALIANO: Crusca, Galileo e musica (dal '500 al '700)

    calendar-date-2
    July 5, 2026
    Note e risorse

    In questo video esploriamo cosa è successo all'italiano tra il Cinquecento e il Settecento: la nascita dell'Accademia della Crusca, il primo grande vocabolario della lingua italiana, la rivoluzione scientifica di Galileo Galilei e la diffusione del melodramma in tutta Europa.

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    Trascrizione e glossario sul Podcast Italiano Club (livello di bronzo).

    Trascrizione
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    Nel nostro piccolo viaggio attraverso la storia della lingua italiana, che abbiamo fatto in questi video, abbiamo assegnato molte corone.

    Una a Dante, che ha usato l'italiano in un modo così vasto e capace da distinguersi da chiunque l'abbia preceduto.

    Una a Petrarca, re della poesia.

    Una a Boccaccio, re della prosa.

    E una anche a Pietro Bembo, che merita una corona per aver detto che che Petrarca e Boccaccio meritavano una corona.

    La domanda quindi è più che lecita.

    Chi è il nostro prossimo re, il nostro prossimo grande personaggio della storia dell'italiano?

    Beh, nessuno... per oggi! Perché il prossimo protagonista di questa vicenda arriva soltanto alla fine del Settecento, e noi ci troviamo ancora a metà Cinquecento, momento in cui muore Pietro Bembo.

    Trascrizione e glossario sul Podcast Italiano Club

    Prima di fare un salto verso i tempi moderni, dobbiamo affrontare un tema altrettanto interessante e importante. Che cosa è successo negli oltre 200 anni che separano Bembo dalla nostra prossima celebrità?

    Quali sono i grandi eventi che hanno influenzato la storia dell'italiano e quali sono i personaggi coinvolti?

    Scommetto che già ne conosci uno, quindi... cominciamo subito.

    Se non mi conosci ancora, io mi chiamo Davide e questo è Podcast Italiano, un canale per chi impara l'italiano. Attiva i sottotitoli se ne hai bisogno, la trascrizione integrale è sul mio sito, podcastitaliano.com.

    Ho anche preparato un PDF che accompagna il video e che ti consiglio di stampare.

    Il PDF è molto utile, contiene i concetti base del video per un ripasso, alcuni esercizi di comprensione e alcuni esercizi basati su testi autentici autentici per fare pratica con l'italiano dell'epoca di cui parleremo.

    Ti lascio il link in descrizione ma puoi anche scansionare questo codice QR.

    Scaricalo, perché sono davvero una miniera d'oro questi PDF e rendono la visione del video ancora più utile.

    E ora incominciamo.

    Innanzitutto, nel 1582, a Firenze, viene fondata l'Accademia della Crusca, di cui forse avrai già sentito parlare. E se te lo stessi chiedendo, sì, stiamo parlando proprio della stessa accademia attiva ancora oggi, sotto lo stesso nome, dopo quasi 500 anni.

    Si tratta di un'istituzione più vecchia dell'Italia stessa e di molti altri stati del mondo, ed è ritenuta infatti l'accademia linguistica più antica che esista.

    Oggi si occupa di sostenere la ricerca nel campo della linguistica e della filologia italiana e di diffondere conoscenze sul tema nelle scuole, tra la popolazione italiana e nel mondo.

    Per dire, scoppia una polemica sulla corretta forma di una parola, di un'espressione o di una frase? La Crusca tenta di fornire una soluzione.

    Bisogna formare nuovi ricercatori? La Crusca dà il suo contributo.

    Bisogna organizzare un grosso convegno sulla storia della lingua italiana? Potrebbe esserci lo zampino della Crusca.

    Ecco, l'Accademia viene creata proprio in questo secolo con il contributo di tale Leonardo Salviati, carismatico intellettuale vissuto tra il 1539 e il 1589.

    Salviati crede molto nel modello universale dell'italiano fiorentino, già proposto da Bembo, se ti ricordi.

    Anche se, rispetto a lui, ha una visione un po' più ampia e ammette l'idea di assumere come modello anche altri autori.

    Con un gruppo di altri intellettuali, dunque, fonda un'accademia con lo scopo di promuovere e proteggere quello stesso italiano fiorentino che, anno dopo anno, si stava ormai affermando come standard.

    Alla prova dei fatti, il piano funziona, perché la Crusca assume un'importanza incredibile, soprattutto se consideriamo che si trattava di un'accademia privata e non di un progetto statale.

    A proposito, sai perché l'Accademia si chiama Della Crusca?

    Si tratta di una metafora, una metafora agricolo-alimentare che allude alla lavorazione dei cereali e, in particolare, alla separazione tra il loro nucleo, che contiene la farina pura, bianca, e l'involucro esterno, detto crusca. Se la lingua usata in Italia può essere vista come il cereale intero, in quanto è composta da parti buone e parti cattive, invece la lingua proposta dall'Accademia della Crusca è composta unicamente dalla farina più pura.

    In altre parole, l'Accademia si attribuisce il ruolo di stabilire che cosa sia giusto in una lingua (la farina) e che cosa invece vada scartato (la Crusca).

    Ora stiamo parlando di quattro secoli fa, oggi l'approccio è molto meno prescrittivo e più descrittivo perché nel frattempo le cose sono cambiate, la linguistica si è molto sviluppata.

    Comunque, pensa che anche i nomi dei membri dell'Accademia seguono questa metafora.

    Salviati, per esempio, si chiamava Infarinato, come possiamo osservare anche dalla sua pala.

    Ah già, ogni accademico ha una propria pala personalizzata, illustrata e postillata con il suo nome di membro. Ovviamente anche l'oggetto stesso della pala si rifà al simbolo della lavorazione dei cereali.

    Tornando al lavoro dell'Accademia, il progetto funziona, anche perché altrimenti la Crusca non sarebbe ancora attiva nel 2026.

    I contributi dati alla lingua italiana sono molti. A questo proposito, ti invito a dare un'occhiata al loro sito web, che è ricco di contributi interessanti sulla nostra lingua.

    Ma a noi interessa il più importante di tutti, ovvero l'uscita di un vocabolario dell'italiano pubblicato nel 1612. E indovina da dove vengono pescate le parole da mettere nel vocabolario e da usare come modello?

    Ovviamente, vengono prese tutte da autori toscani.

    Naturalmente ci sono Petrarca e Boccaccio, ma c'è anche una grande novità.

    Sulla scia delle indicazioni dell'ormai defunto Salviati, gli accademici decidono infatti di essere un po' meno snob di Bembo e di prendere come punto di riferimento anche altri autori, anche perché si tratta di accademici un po' diversi da quelli odierni, tutti molto esperti di lingua.

    Quelli del tempo sono intellettuali, anche molto giovani, sì colti, ma non specialisti nel senso moderno.

    Il loro approccio è dunque attento, e l'unica lingua ammessa resta quella toscana; ma l'ampiezza dello sguardo è comunque superiore rispetto a quella di Bembo.

    I vocaboli provengono, dunque, da autori del Trecento, del Quattrocento e anche contemporanei; e si fa di tutto per evidenziare la connessione tra l'italiano di Petrarca e Boccaccio e quello di inizio Seicento.

    Un altro intervento interessante riguarda la grafia di alcune parole che in passato, anche se sono pronunciate come nell'italiano contemporaneo, vengono ugualmente scritte con grafie latineggianti.

    Osserviamo per esempio un verso del Petrarca, tratto dalla prima poesia del suo Canzoniere:

    «Del vario stile in ch'io piango e ragiono.»

    Vedi quel "et"?

    Ecco, non era affatto pronunciato "et", nemmeno nel Trecento. E andava letto semplicemente "e".

    La grafia et era dunque un un puro latinismo ortografico, no? Che riguarda la scrittura delle parole. O in altri casi veniva usata per la variante "-ed".

    Ecco, di questi latinismi ortografici l'italiano è pieno nei primi secoli della sua storia.

    La Crusca invece contribuisce a stabilire una nuova norma, grazie a cui l'italiano viene spinto verso un'ortografia ancora più regolare di ciò che già è.

    Per alcuni questo intervento potrebbe essere scontato, ma non lo è.

    Ci vuole un preciso progetto ortografico in mente e bisogna poi riuscire a diffonderlo tra le persone colte, che non necessariamente erano infastidite dalle norme precedenti.

    Pensa, banalmente, alla lingua francese: il verbo essere, alla terza persona del presente, si pronuncia "è", praticamente come in italiano, ma si scrive "est", proprio come si scriveva in latino.

    Diversi Paesi, ciascuno con i propri piani di intervento sulla lingua, agiscono in modo diverso e dal popolo ricevono reazioni di tipo diverso, generando così esiti linguistici diversi. E quindi, con questo e diversi altri principi a guidare il progetto, il vocabolario della Crusca cresce e diventa sempre più pertinente sul piano scientifico.

    Naturalmente nel frattempo non mancano le polemiche, c'è chi ancora non accetta il modello fiorentino, come c'è chi non accetta che si debba giustificare l'italiano contemporaneo tramite i modelli trecenteschi. Insomma, la solita vecchia storia, già rumorosa se ti ricordi ai tempi di Bembo.

    Altre critiche invece sono legate al fatto che per diversi vocaboli vengono offerte più varianti, tutte rappresentate nella produzione dei grandi autori. Ricordiamoci che Petrarca e Boccaccio vengono presi come i massimi modelli, ma che la loro lingua non seguiva, a propria volta, un modello. Il lavoro è stato fatto a posteriori, ed è dunque normale che si trovi nella lingua del passato una forte varietà, una forte oscillazione delle forme. Ecco, a certi intellettuali questa varietà non va particolarmente a genio.

    Preferirebbero che si scegliesse un'unica forma.

    Nel Seicento, però, non ci sono solo vocabolari: ci sono anche degli scienziati; e uno di questi ci interessa particolarmente. Si chiama Galileo Galilei. Già: proprio lo studioso che perfeziona il cannocchiale e che studia i fenomeni osservabili con un metodo molto vicino a quello scientifico moderno.

    Galileo, vissuto tra il 1564 e il 1642, è spesso ricordato in tutto il mondo nei libri di scienza e talvolta in quelli di filosofia, ma non tutti sanno che la sua importanza per la lingua italiana è stata molto grande, soprattutto se pensiamo a una certa lingua italiana. Galileo infatti sa scrivere in latino, e lo fa, talvolta, ma nel corso della sua carriera decide di dare una possibilità anche alla lingua volgare, cioè alla lingua del popolo.

    Fino ad allora, praticamente nessuno era riuscito a parlare di scienza senza diventare troppo latineggiante o, al contrario, senza cadere in un registro troppo contaminato dagli usi regionali.

    Galileo, invece, di lingua toscana ma viaggiatore, ha imparato a governare un italiano moderno ma pulito, che sappia essere completo senza divertirsi, diventare una brutta copia del latino. In più Galileo nasce verso la fine del Rinascimento e ne eredita il gusto. Ama l'eleganza ma evita l'eccesso. Il risultato è una prosa ricca e vivace che un italiano può comprendere facilmente anche oggi.

    Guarda:

    «Dico, dunque, la cagione per la quale alcuni corpi solidi discendono al fondo nell'acqua è l'eccesso della gravità loro sopra la gravità dell'acqua e, all'incontro, l'eccesso della gravità dell'acqua sopra la gravità di quelli esser cagione che altri non discendano, anzi che dal fondo si elevino e sormontino alla superficie.»

    Oggi diremmo:

    »Dico, dunque, che la ragione per la quale alcuni corpi solidi vanno a fondo nell'acqua è l'eccesso della loro gravità rispetto alla gravità dell'acqua; e, al contrario, dico che l'eccesso della gravità dell'acqua rispetto alla gravità di altri alcuni corpi solidi è la ragione per cui questi non vanno a fondo e per cui anzi si elevano rispetto al fondo e tornano in superficie.»

    Con Galileo, dunque, acquisiamo un nuovo tassello del grande mosaico dell'italiano e pian piano ci avviciniamo sempre di più ad avere una lingua che possa essere usata per parlare o scrivere di qualsiasi argomento, indipendentemente da quanto sia tecnico o complesso.

    A proposito, se ti interessa un video dedicato a Galileo e alla sua importanza nella storia dell'italiano, fammi sapere, lasciami un commento.

    Ah, e a proposito di Galileo, se vuoi continuare a esplorare l'Italia in profondità, proprio come fa Galileo con la scienza, ho il corso perfetto per te. Si chiama Volti d'Italia ed è il corso di Podcast Italiano pensato per chi ha già un livello intermedio e vuole fare il salto di qualità verso il B2.

    In ogni capitolo affrontiamo un tema culturale o storico italiano, (e sì, c'è anche un episodio dedicato agli esploratori italiani, tra cui Galileo) mentre migliori il tuo vocabolario e le tue strutture grammaticali in modo naturale e coinvolgente. Se ti senti bloccato a livello intermedio e vuoi migliorare la tua comprensione, il tuo lessico, la tua conoscenza della grammatica, mentre scopri ciò che rende l'Italia famosa e amata in tutto il mondo, Volti d'Italia è il corso che ti serve.

    Trovi il link in descrizione.

    Un altro evento significativo del Seicento, oltre all'uscita del vocabolario della Crusca e alla rivoluzione galileiana, è la grande diffusione del melodramma, cioè un'opera teatrale in cui il testo viene accompagnato dalla musica, ma al contempo mantiene anche una propria individualità e tende dunque a essere diffuso anche al di fuori dell'ambiente musicale.

    Il melodramma contribuisce molto alla diffusione dell'italiano in ambito artistico e rafforza uno stereotipo vivo ancora oggi, per cui l'italiano sarebbe la lingua della musica per eccellenza.

    Il genere ha grande diffusione in tutta Europa, è dunque normale andare, mettiamo, a Vienna e ascoltare un intero melodramma in italiano.

    Ah, di melodramma e di opera parliamo in un altro episodio di Volti d'Italia.

    La lingua usata è in genere quella poetica e perciò, per diretta conseguenza di tutto ciò che abbiamo appreso finora, quella di Petrarca. Si tratta di un italiano dal registro, dallo stile e dal lessico molto definiti e ristretti, un italiano da qualche migliaio di parole, perfetto per il contesto dell'opera teatrale, per musica, e tra l'altro anche perfetto per una diffusione europea.

    Parliamo infatti di una lingua ben codificata, che impiega sempre le stesse parole e le stesse formule e che, dunque, si può imparare facilmente per cultura e per piacere.

    Più tardi ci torneremo.

    In questo contesto opera una superstar italiana dell'epoca, un autore conosciuto e apprezzato che, vissuto tra il 1698 e il 1782, diventa niente meno che il poeta della corte imperiale di Vienna.

    Si chiama, in arte, Pietro Metastasio e il suo ruolo è proprio quello di comporre le opere che poi verranno rappresentate a teatro e, naturalmente, lette dagli abitanti del palazzo e della grande capitale.

    Metastasio è anche membro dell'Accademia dell'Arcadia, un sodalizio di letterati che nel corso del Settecento si occupa di diffondere la poesia italiana sulla base dell'ideale del poeta pastore dell'antica Grecia. Ecco perché il nostro Pietro assume un cognome dal sapore greco, come Metastasio.

    Tutti gli Arcadi, come si chiamavano, ne avevano uno.

    L'Accademia, viva ancora oggi, contribuisce a propria volta a diffondere una poesia semplice e di gusto classico, non lontana dalla lingua di Petrarca.

    Cerchiamo dunque di fare il punto sulla posizione dell'italiano nel Settecento, così da avere un solido punto di partenza per il prossimo importante, importantissimo capitolo della nostra storia della lingua italiana.

    Il contesto è su per giù il seguente: l'inglese, all'epoca, non gode di una grande popolarità come lingua europea e, i contributi culturali prodotti in inglese, che sono molto importanti, vengono diffusi soprattutto tramite il francese.

    Le lingue slave e il tedesco non sono particolarmente popolari in questo periodo e la finestra di popolarità ottenuta dallo spagnolo nel Cinquecento sta pian piano tramontando.

    Rimangono dunque l'italiano e il francese tra le grandi lingue.

    Il francese è, a tutti gli effetti, come dice anche il nome stesso del termine, la lingua franca d'Europa.

    È usato per comunicare praticamente ovunque ed è così diffuso da permette di vivere, per esempio, in città tedesche senza parlare la lingua locale. È addirittura una lingua che va di moda al di là della sua utilità. Abbiamo tracce storiche di italiani che per scrivere il proprio diario o per comunicare con gli amici usano il francese, anche se vivono in Italia e stanno interagendo con altri italiani.

    Insomma, il francese aveva, al tempo, il ruolo che oggi ha assunto l'inglese. Si tratta di quella lingua molto figa che tutti vogliono usare.

    A proposito, abbiamo parlato dei francesismi e dell'influenza del francese sull'italiano in questo video.

    L'italiano, invece, nel Settecento ha un ruolo molto più limitato rispetto al francese, ma è molto diffusa in Europa come lingua di cultura e come lingua artistica, in particolare come lingua impiegata nei teatri e nel mondo musicale.

    A essere diffusa in particolare è una certa forma di italiano, che è la stessa che stiamo esplorando da ormai molti video, quella usata da Petrarca e da Boccaccio quattro secoli prima, poi consacrata da Bembo, promossa dall'Accademia della Crusca, pian piano diffusa nelle scuole al fianco del latino, e infine resa popolare tramite il melodramma nel corso del Seicento.

    Però, a questa altezza cronologica, ci troviamo ancora in un'Italia divisa, in cui ciascuno parla, a casa il proprio dialetto o lingua regionale, come io preferisco chiamarla.

    A scuola vanno solo pochi giovani e, l'italiano standard fiorentino, che inizia a essere studiato anche in sedi ufficiali, è dunque appreso artificialmente dalle persone colte, che ancora imitano i grandi modelli del 300. Si torna sempre lì. Non siamo neanche lontanamente vicini quindi all'idea di un'Italia in cui tutti parlino l'italiano a cui siamo abituati oggi.

    Bisogna ancora fare l'Italia e poi, come si dice, bisogna fare gli italiani.

    Certo è che, però, non possiamo prendere l'italiano letterario del Trecento e imporlo a tutta la popolazione dell'Ottocento. Si tratta di una lingua strappata a un'altra epoca che non è in grado di farsi strada in tutti gli ambiti della vita moderna.

    Un conto è imitare Petrarca nel suo stesso campo per scrivere una poesia, tutt'altro conto è usare la lingua di Petrarca per andare al mercato o per sgridare i propri figli.

    Ci sono stati i contributi della Crusca, di altri grandi autori, di Galileo e degli altri personaggi che abbiamo incontrato, ma manca ancora qualcosa. Ci vuole un'ultima grande rivoluzione.

    Servono un Petrarca 2.0 e un Boccaccio 2.0... ed ecco che entra in gioco Alessandro Manzoni, l'ultimo gigante di questa storia. Non perderti quindi il prossimo episodio della serie se vuoi saperne di più.

    Qui si conclude questo capitolo della nostra storia della lingua italiana. Ti lascio qui il pdf, se ti interessa metterti alla prova con alcune domande di comprensione, ma anche con alcune attività basate sulla lettura dei testi dell'epoca. Ti prometto che sarà molto interessante.

    Se ti sei perso i capitoli precedenti su Dante, Petrarca e Boccaccio, te li lascio qui.

    Questo è tutto per oggi. Alla prossima!

    Nel nostro piccolo viaggio attraverso la storia della lingua italiana, che abbiamo fatto in questi video, abbiamo assegnato molte corone.

    Una a Dante, che ha usato l'italiano in un modo così vasto e capace da distinguersi da chiunque l'abbia preceduto.

    Una a Petrarca, re della poesia.

    Una a Boccaccio, re della prosa.

    E una anche a Pietro Bembo, che merita una corona per aver detto che che Petrarca e Boccaccio meritavano una corona.

    La domanda quindi è più che lecita.

    Chi è il nostro prossimo re, il nostro prossimo grande personaggio della storia dell'italiano?

    Beh, nessuno... per oggi! Perché il prossimo protagonista di questa vicenda arriva soltanto alla fine del Settecento, e noi ci troviamo ancora a metà Cinquecento, momento in cui muore Pietro Bembo.

    Trascrizione e glossario sul Podcast Italiano Club

    Prima di fare un salto verso i tempi moderni, dobbiamo affrontare un tema altrettanto interessante e importante. Che cosa è successo negli oltre 200 anni che separano Bembo dalla nostra prossima celebrità?

    Quali sono i grandi eventi che hanno influenzato la storia dell'italiano e quali sono i personaggi coinvolti?

    Scommetto che già ne conosci uno, quindi... cominciamo subito.

    Se non mi conosci ancora, io mi chiamo Davide e questo è Podcast Italiano, un canale per chi impara l'italiano. Attiva i sottotitoli se ne hai bisogno, la trascrizione integrale è sul mio sito, podcastitaliano.com.

    Ho anche preparato un PDF che accompagna il video e che ti consiglio di stampare.

    Il PDF è molto utile, contiene i concetti base del video per un ripasso, alcuni esercizi di comprensione e alcuni esercizi basati su testi autentici autentici per fare pratica con l'italiano dell'epoca di cui parleremo.

    Ti lascio il link in descrizione ma puoi anche scansionare questo codice QR.

    Scaricalo, perché sono davvero una miniera d'oro questi PDF e rendono la visione del video ancora più utile.

    E ora incominciamo.

    Innanzitutto, nel 1582, a Firenze, viene fondata l'Accademia della Crusca, di cui forse avrai già sentito parlare. E se te lo stessi chiedendo, sì, stiamo parlando proprio della stessa accademia attiva ancora oggi, sotto lo stesso nome, dopo quasi 500 anni.

    Si tratta di un'istituzione più vecchia dell'Italia stessa e di molti altri stati del mondo, ed è ritenuta infatti l'accademia linguistica più antica che esista.

    Oggi si occupa di sostenere la ricerca nel campo della linguistica e della filologia italiana e di diffondere conoscenze sul tema nelle scuole, tra la popolazione italiana e nel mondo.

    Per dire, scoppia una polemica sulla corretta forma di una parola, di un'espressione o di una frase? La Crusca tenta di fornire una soluzione.

    Bisogna formare nuovi ricercatori? La Crusca dà il suo contributo.

    Bisogna organizzare un grosso convegno sulla storia della lingua italiana? Potrebbe esserci lo zampino della Crusca.

    Ecco, l'Accademia viene creata proprio in questo secolo con il contributo di tale Leonardo Salviati, carismatico intellettuale vissuto tra il 1539 e il 1589.

    Salviati crede molto nel modello universale dell'italiano fiorentino, già proposto da Bembo, se ti ricordi.

    Anche se, rispetto a lui, ha una visione un po' più ampia e ammette l'idea di assumere come modello anche altri autori.

    Con un gruppo di altri intellettuali, dunque, fonda un'accademia con lo scopo di promuovere e proteggere quello stesso italiano fiorentino che, anno dopo anno, si stava ormai affermando come standard.

    Alla prova dei fatti, il piano funziona, perché la Crusca assume un'importanza incredibile, soprattutto se consideriamo che si trattava di un'accademia privata e non di un progetto statale.

    A proposito, sai perché l'Accademia si chiama Della Crusca?

    Si tratta di una metafora, una metafora agricolo-alimentare che allude alla lavorazione dei cereali e, in particolare, alla separazione tra il loro nucleo, che contiene la farina pura, bianca, e l'involucro esterno, detto crusca. Se la lingua usata in Italia può essere vista come il cereale intero, in quanto è composta da parti buone e parti cattive, invece la lingua proposta dall'Accademia della Crusca è composta unicamente dalla farina più pura.

    In altre parole, l'Accademia si attribuisce il ruolo di stabilire che cosa sia giusto in una lingua (la farina) e che cosa invece vada scartato (la Crusca).

    Ora stiamo parlando di quattro secoli fa, oggi l'approccio è molto meno prescrittivo e più descrittivo perché nel frattempo le cose sono cambiate, la linguistica si è molto sviluppata.

    Comunque, pensa che anche i nomi dei membri dell'Accademia seguono questa metafora.

    Salviati, per esempio, si chiamava Infarinato, come possiamo osservare anche dalla sua pala.

    Ah già, ogni accademico ha una propria pala personalizzata, illustrata e postillata con il suo nome di membro. Ovviamente anche l'oggetto stesso della pala si rifà al simbolo della lavorazione dei cereali.

    Tornando al lavoro dell'Accademia, il progetto funziona, anche perché altrimenti la Crusca non sarebbe ancora attiva nel 2026.

    I contributi dati alla lingua italiana sono molti. A questo proposito, ti invito a dare un'occhiata al loro sito web, che è ricco di contributi interessanti sulla nostra lingua.

    Ma a noi interessa il più importante di tutti, ovvero l'uscita di un vocabolario dell'italiano pubblicato nel 1612. E indovina da dove vengono pescate le parole da mettere nel vocabolario e da usare come modello?

    Ovviamente, vengono prese tutte da autori toscani.

    Naturalmente ci sono Petrarca e Boccaccio, ma c'è anche una grande novità.

    Sulla scia delle indicazioni dell'ormai defunto Salviati, gli accademici decidono infatti di essere un po' meno snob di Bembo e di prendere come punto di riferimento anche altri autori, anche perché si tratta di accademici un po' diversi da quelli odierni, tutti molto esperti di lingua.

    Quelli del tempo sono intellettuali, anche molto giovani, sì colti, ma non specialisti nel senso moderno.

    Il loro approccio è dunque attento, e l'unica lingua ammessa resta quella toscana; ma l'ampiezza dello sguardo è comunque superiore rispetto a quella di Bembo.

    I vocaboli provengono, dunque, da autori del Trecento, del Quattrocento e anche contemporanei; e si fa di tutto per evidenziare la connessione tra l'italiano di Petrarca e Boccaccio e quello di inizio Seicento.

    Un altro intervento interessante riguarda la grafia di alcune parole che in passato, anche se sono pronunciate come nell'italiano contemporaneo, vengono ugualmente scritte con grafie latineggianti.

    Osserviamo per esempio un verso del Petrarca, tratto dalla prima poesia del suo Canzoniere:

    «Del vario stile in ch'io piango e ragiono.»

    Vedi quel "et"?

    Ecco, non era affatto pronunciato "et", nemmeno nel Trecento. E andava letto semplicemente "e".

    La grafia et era dunque un un puro latinismo ortografico, no? Che riguarda la scrittura delle parole. O in altri casi veniva usata per la variante "-ed".

    Ecco, di questi latinismi ortografici l'italiano è pieno nei primi secoli della sua storia.

    La Crusca invece contribuisce a stabilire una nuova norma, grazie a cui l'italiano viene spinto verso un'ortografia ancora più regolare di ciò che già è.

    Per alcuni questo intervento potrebbe essere scontato, ma non lo è.

    Ci vuole un preciso progetto ortografico in mente e bisogna poi riuscire a diffonderlo tra le persone colte, che non necessariamente erano infastidite dalle norme precedenti.

    Pensa, banalmente, alla lingua francese: il verbo essere, alla terza persona del presente, si pronuncia "è", praticamente come in italiano, ma si scrive "est", proprio come si scriveva in latino.

    Diversi Paesi, ciascuno con i propri piani di intervento sulla lingua, agiscono in modo diverso e dal popolo ricevono reazioni di tipo diverso, generando così esiti linguistici diversi. E quindi, con questo e diversi altri principi a guidare il progetto, il vocabolario della Crusca cresce e diventa sempre più pertinente sul piano scientifico.

    Naturalmente nel frattempo non mancano le polemiche, c'è chi ancora non accetta il modello fiorentino, come c'è chi non accetta che si debba giustificare l'italiano contemporaneo tramite i modelli trecenteschi. Insomma, la solita vecchia storia, già rumorosa se ti ricordi ai tempi di Bembo.

    Altre critiche invece sono legate al fatto che per diversi vocaboli vengono offerte più varianti, tutte rappresentate nella produzione dei grandi autori. Ricordiamoci che Petrarca e Boccaccio vengono presi come i massimi modelli, ma che la loro lingua non seguiva, a propria volta, un modello. Il lavoro è stato fatto a posteriori, ed è dunque normale che si trovi nella lingua del passato una forte varietà, una forte oscillazione delle forme. Ecco, a certi intellettuali questa varietà non va particolarmente a genio.

    Preferirebbero che si scegliesse un'unica forma.

    Nel Seicento, però, non ci sono solo vocabolari: ci sono anche degli scienziati; e uno di questi ci interessa particolarmente. Si chiama Galileo Galilei. Già: proprio lo studioso che perfeziona il cannocchiale e che studia i fenomeni osservabili con un metodo molto vicino a quello scientifico moderno.

    Galileo, vissuto tra il 1564 e il 1642, è spesso ricordato in tutto il mondo nei libri di scienza e talvolta in quelli di filosofia, ma non tutti sanno che la sua importanza per la lingua italiana è stata molto grande, soprattutto se pensiamo a una certa lingua italiana. Galileo infatti sa scrivere in latino, e lo fa, talvolta, ma nel corso della sua carriera decide di dare una possibilità anche alla lingua volgare, cioè alla lingua del popolo.

    Fino ad allora, praticamente nessuno era riuscito a parlare di scienza senza diventare troppo latineggiante o, al contrario, senza cadere in un registro troppo contaminato dagli usi regionali.

    Galileo, invece, di lingua toscana ma viaggiatore, ha imparato a governare un italiano moderno ma pulito, che sappia essere completo senza divertirsi, diventare una brutta copia del latino. In più Galileo nasce verso la fine del Rinascimento e ne eredita il gusto. Ama l'eleganza ma evita l'eccesso. Il risultato è una prosa ricca e vivace che un italiano può comprendere facilmente anche oggi.

    Guarda:

    «Dico, dunque, la cagione per la quale alcuni corpi solidi discendono al fondo nell'acqua è l'eccesso della gravità loro sopra la gravità dell'acqua e, all'incontro, l'eccesso della gravità dell'acqua sopra la gravità di quelli esser cagione che altri non discendano, anzi che dal fondo si elevino e sormontino alla superficie.»

    Oggi diremmo:

    »Dico, dunque, che la ragione per la quale alcuni corpi solidi vanno a fondo nell'acqua è l'eccesso della loro gravità rispetto alla gravità dell'acqua; e, al contrario, dico che l'eccesso della gravità dell'acqua rispetto alla gravità di altri alcuni corpi solidi è la ragione per cui questi non vanno a fondo e per cui anzi si elevano rispetto al fondo e tornano in superficie.»

    Con Galileo, dunque, acquisiamo un nuovo tassello del grande mosaico dell'italiano e pian piano ci avviciniamo sempre di più ad avere una lingua che possa essere usata per parlare o scrivere di qualsiasi argomento, indipendentemente da quanto sia tecnico o complesso.

    A proposito, se ti interessa un video dedicato a Galileo e alla sua importanza nella storia dell'italiano, fammi sapere, lasciami un commento.

    Ah, e a proposito di Galileo, se vuoi continuare a esplorare l'Italia in profondità, proprio come fa Galileo con la scienza, ho il corso perfetto per te. Si chiama Volti d'Italia ed è il corso di Podcast Italiano pensato per chi ha già un livello intermedio e vuole fare il salto di qualità verso il B2.

    In ogni capitolo affrontiamo un tema culturale o storico italiano, (e sì, c'è anche un episodio dedicato agli esploratori italiani, tra cui Galileo) mentre migliori il tuo vocabolario e le tue strutture grammaticali in modo naturale e coinvolgente. Se ti senti bloccato a livello intermedio e vuoi migliorare la tua comprensione, il tuo lessico, la tua conoscenza della grammatica, mentre scopri ciò che rende l'Italia famosa e amata in tutto il mondo, Volti d'Italia è il corso che ti serve.

    Trovi il link in descrizione.

    Un altro evento significativo del Seicento, oltre all'uscita del vocabolario della Crusca e alla rivoluzione galileiana, è la grande diffusione del melodramma, cioè un'opera teatrale in cui il testo viene accompagnato dalla musica, ma al contempo mantiene anche una propria individualità e tende dunque a essere diffuso anche al di fuori dell'ambiente musicale.

    Il melodramma contribuisce molto alla diffusione dell'italiano in ambito artistico e rafforza uno stereotipo vivo ancora oggi, per cui l'italiano sarebbe la lingua della musica per eccellenza.

    Il genere ha grande diffusione in tutta Europa, è dunque normale andare, mettiamo, a Vienna e ascoltare un intero melodramma in italiano.

    Ah, di melodramma e di opera parliamo in un altro episodio di Volti d'Italia.

    La lingua usata è in genere quella poetica e perciò, per diretta conseguenza di tutto ciò che abbiamo appreso finora, quella di Petrarca. Si tratta di un italiano dal registro, dallo stile e dal lessico molto definiti e ristretti, un italiano da qualche migliaio di parole, perfetto per il contesto dell'opera teatrale, per musica, e tra l'altro anche perfetto per una diffusione europea.

    Parliamo infatti di una lingua ben codificata, che impiega sempre le stesse parole e le stesse formule e che, dunque, si può imparare facilmente per cultura e per piacere.

    Più tardi ci torneremo.

    In questo contesto opera una superstar italiana dell'epoca, un autore conosciuto e apprezzato che, vissuto tra il 1698 e il 1782, diventa niente meno che il poeta della corte imperiale di Vienna.

    Si chiama, in arte, Pietro Metastasio e il suo ruolo è proprio quello di comporre le opere che poi verranno rappresentate a teatro e, naturalmente, lette dagli abitanti del palazzo e della grande capitale.

    Metastasio è anche membro dell'Accademia dell'Arcadia, un sodalizio di letterati che nel corso del Settecento si occupa di diffondere la poesia italiana sulla base dell'ideale del poeta pastore dell'antica Grecia. Ecco perché il nostro Pietro assume un cognome dal sapore greco, come Metastasio.

    Tutti gli Arcadi, come si chiamavano, ne avevano uno.

    L'Accademia, viva ancora oggi, contribuisce a propria volta a diffondere una poesia semplice e di gusto classico, non lontana dalla lingua di Petrarca.

    Cerchiamo dunque di fare il punto sulla posizione dell'italiano nel Settecento, così da avere un solido punto di partenza per il prossimo importante, importantissimo capitolo della nostra storia della lingua italiana.

    Il contesto è su per giù il seguente: l'inglese, all'epoca, non gode di una grande popolarità come lingua europea e, i contributi culturali prodotti in inglese, che sono molto importanti, vengono diffusi soprattutto tramite il francese.

    Le lingue slave e il tedesco non sono particolarmente popolari in questo periodo e la finestra di popolarità ottenuta dallo spagnolo nel Cinquecento sta pian piano tramontando.

    Rimangono dunque l'italiano e il francese tra le grandi lingue.

    Il francese è, a tutti gli effetti, come dice anche il nome stesso del termine, la lingua franca d'Europa.

    È usato per comunicare praticamente ovunque ed è così diffuso da permette di vivere, per esempio, in città tedesche senza parlare la lingua locale. È addirittura una lingua che va di moda al di là della sua utilità. Abbiamo tracce storiche di italiani che per scrivere il proprio diario o per comunicare con gli amici usano il francese, anche se vivono in Italia e stanno interagendo con altri italiani.

    Insomma, il francese aveva, al tempo, il ruolo che oggi ha assunto l'inglese. Si tratta di quella lingua molto figa che tutti vogliono usare.

    A proposito, abbiamo parlato dei francesismi e dell'influenza del francese sull'italiano in questo video.

    L'italiano, invece, nel Settecento ha un ruolo molto più limitato rispetto al francese, ma è molto diffusa in Europa come lingua di cultura e come lingua artistica, in particolare come lingua impiegata nei teatri e nel mondo musicale.

    A essere diffusa in particolare è una certa forma di italiano, che è la stessa che stiamo esplorando da ormai molti video, quella usata da Petrarca e da Boccaccio quattro secoli prima, poi consacrata da Bembo, promossa dall'Accademia della Crusca, pian piano diffusa nelle scuole al fianco del latino, e infine resa popolare tramite il melodramma nel corso del Seicento.

    Però, a questa altezza cronologica, ci troviamo ancora in un'Italia divisa, in cui ciascuno parla, a casa il proprio dialetto o lingua regionale, come io preferisco chiamarla.

    A scuola vanno solo pochi giovani e, l'italiano standard fiorentino, che inizia a essere studiato anche in sedi ufficiali, è dunque appreso artificialmente dalle persone colte, che ancora imitano i grandi modelli del 300. Si torna sempre lì. Non siamo neanche lontanamente vicini quindi all'idea di un'Italia in cui tutti parlino l'italiano a cui siamo abituati oggi.

    Bisogna ancora fare l'Italia e poi, come si dice, bisogna fare gli italiani.

    Certo è che, però, non possiamo prendere l'italiano letterario del Trecento e imporlo a tutta la popolazione dell'Ottocento. Si tratta di una lingua strappata a un'altra epoca che non è in grado di farsi strada in tutti gli ambiti della vita moderna.

    Un conto è imitare Petrarca nel suo stesso campo per scrivere una poesia, tutt'altro conto è usare la lingua di Petrarca per andare al mercato o per sgridare i propri figli.

    Ci sono stati i contributi della Crusca, di altri grandi autori, di Galileo e degli altri personaggi che abbiamo incontrato, ma manca ancora qualcosa. Ci vuole un'ultima grande rivoluzione.

    Servono un Petrarca 2.0 e un Boccaccio 2.0... ed ecco che entra in gioco Alessandro Manzoni, l'ultimo gigante di questa storia. Non perderti quindi il prossimo episodio della serie se vuoi saperne di più.

    Qui si conclude questo capitolo della nostra storia della lingua italiana. Ti lascio qui il pdf, se ti interessa metterti alla prova con alcune domande di comprensione, ma anche con alcune attività basate sulla lettura dei testi dell'epoca. Ti prometto che sarà molto interessante.

    Se ti sei perso i capitoli precedenti su Dante, Petrarca e Boccaccio, te li lascio qui.

    Questo è tutto per oggi. Alla prossima!

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    L’evoluzione dell’ITALIANO: Crusca, Galileo e musica (dal '500 al '700)

    July 5, 2026

    Note e risorse

    In questo video esploriamo cosa è successo all'italiano tra il Cinquecento e il Settecento: la nascita dell'Accademia della Crusca, il primo grande vocabolario della lingua italiana, la rivoluzione scientifica di Galileo Galilei e la diffusione del melodramma in tutta Europa.

    Scopri Volti d'Italia, il mio corso di livello B2 prodotto in collaborazione con Marco Cappelli.
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    Trascrizione e glossario sul Podcast Italiano Club (livello di bronzo).

    Trascrizione

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    Nel nostro piccolo viaggio attraverso la storia della lingua italiana, che abbiamo fatto in questi video, abbiamo assegnato molte corone.

    Una a Dante, che ha usato l'italiano in un modo così vasto e capace da distinguersi da chiunque l'abbia preceduto.

    Una a Petrarca, re della poesia.

    Una a Boccaccio, re della prosa.

    E una anche a Pietro Bembo, che merita una corona per aver detto che che Petrarca e Boccaccio meritavano una corona.

    La domanda quindi è più che lecita.

    Chi è il nostro prossimo re, il nostro prossimo grande personaggio della storia dell'italiano?

    Beh, nessuno... per oggi! Perché il prossimo protagonista di questa vicenda arriva soltanto alla fine del Settecento, e noi ci troviamo ancora a metà Cinquecento, momento in cui muore Pietro Bembo.

    Trascrizione e glossario sul Podcast Italiano Club

    Prima di fare un salto verso i tempi moderni, dobbiamo affrontare un tema altrettanto interessante e importante. Che cosa è successo negli oltre 200 anni che separano Bembo dalla nostra prossima celebrità?

    Quali sono i grandi eventi che hanno influenzato la storia dell'italiano e quali sono i personaggi coinvolti?

    Scommetto che già ne conosci uno, quindi... cominciamo subito.

    Se non mi conosci ancora, io mi chiamo Davide e questo è Podcast Italiano, un canale per chi impara l'italiano. Attiva i sottotitoli se ne hai bisogno, la trascrizione integrale è sul mio sito, podcastitaliano.com.

    Ho anche preparato un PDF che accompagna il video e che ti consiglio di stampare.

    Il PDF è molto utile, contiene i concetti base del video per un ripasso, alcuni esercizi di comprensione e alcuni esercizi basati su testi autentici autentici per fare pratica con l'italiano dell'epoca di cui parleremo.

    Ti lascio il link in descrizione ma puoi anche scansionare questo codice QR.

    Scaricalo, perché sono davvero una miniera d'oro questi PDF e rendono la visione del video ancora più utile.

    E ora incominciamo.

    Innanzitutto, nel 1582, a Firenze, viene fondata l'Accademia della Crusca, di cui forse avrai già sentito parlare. E se te lo stessi chiedendo, sì, stiamo parlando proprio della stessa accademia attiva ancora oggi, sotto lo stesso nome, dopo quasi 500 anni.

    Si tratta di un'istituzione più vecchia dell'Italia stessa e di molti altri stati del mondo, ed è ritenuta infatti l'accademia linguistica più antica che esista.

    Oggi si occupa di sostenere la ricerca nel campo della linguistica e della filologia italiana e di diffondere conoscenze sul tema nelle scuole, tra la popolazione italiana e nel mondo.

    Per dire, scoppia una polemica sulla corretta forma di una parola, di un'espressione o di una frase? La Crusca tenta di fornire una soluzione.

    Bisogna formare nuovi ricercatori? La Crusca dà il suo contributo.

    Bisogna organizzare un grosso convegno sulla storia della lingua italiana? Potrebbe esserci lo zampino della Crusca.

    Ecco, l'Accademia viene creata proprio in questo secolo con il contributo di tale Leonardo Salviati, carismatico intellettuale vissuto tra il 1539 e il 1589.

    Salviati crede molto nel modello universale dell'italiano fiorentino, già proposto da Bembo, se ti ricordi.

    Anche se, rispetto a lui, ha una visione un po' più ampia e ammette l'idea di assumere come modello anche altri autori.

    Con un gruppo di altri intellettuali, dunque, fonda un'accademia con lo scopo di promuovere e proteggere quello stesso italiano fiorentino che, anno dopo anno, si stava ormai affermando come standard.

    Alla prova dei fatti, il piano funziona, perché la Crusca assume un'importanza incredibile, soprattutto se consideriamo che si trattava di un'accademia privata e non di un progetto statale.

    A proposito, sai perché l'Accademia si chiama Della Crusca?

    Si tratta di una metafora, una metafora agricolo-alimentare che allude alla lavorazione dei cereali e, in particolare, alla separazione tra il loro nucleo, che contiene la farina pura, bianca, e l'involucro esterno, detto crusca. Se la lingua usata in Italia può essere vista come il cereale intero, in quanto è composta da parti buone e parti cattive, invece la lingua proposta dall'Accademia della Crusca è composta unicamente dalla farina più pura.

    In altre parole, l'Accademia si attribuisce il ruolo di stabilire che cosa sia giusto in una lingua (la farina) e che cosa invece vada scartato (la Crusca).

    Ora stiamo parlando di quattro secoli fa, oggi l'approccio è molto meno prescrittivo e più descrittivo perché nel frattempo le cose sono cambiate, la linguistica si è molto sviluppata.

    Comunque, pensa che anche i nomi dei membri dell'Accademia seguono questa metafora.

    Salviati, per esempio, si chiamava Infarinato, come possiamo osservare anche dalla sua pala.

    Ah già, ogni accademico ha una propria pala personalizzata, illustrata e postillata con il suo nome di membro. Ovviamente anche l'oggetto stesso della pala si rifà al simbolo della lavorazione dei cereali.

    Tornando al lavoro dell'Accademia, il progetto funziona, anche perché altrimenti la Crusca non sarebbe ancora attiva nel 2026.

    I contributi dati alla lingua italiana sono molti. A questo proposito, ti invito a dare un'occhiata al loro sito web, che è ricco di contributi interessanti sulla nostra lingua.

    Ma a noi interessa il più importante di tutti, ovvero l'uscita di un vocabolario dell'italiano pubblicato nel 1612. E indovina da dove vengono pescate le parole da mettere nel vocabolario e da usare come modello?

    Ovviamente, vengono prese tutte da autori toscani.

    Naturalmente ci sono Petrarca e Boccaccio, ma c'è anche una grande novità.

    Sulla scia delle indicazioni dell'ormai defunto Salviati, gli accademici decidono infatti di essere un po' meno snob di Bembo e di prendere come punto di riferimento anche altri autori, anche perché si tratta di accademici un po' diversi da quelli odierni, tutti molto esperti di lingua.

    Quelli del tempo sono intellettuali, anche molto giovani, sì colti, ma non specialisti nel senso moderno.

    Il loro approccio è dunque attento, e l'unica lingua ammessa resta quella toscana; ma l'ampiezza dello sguardo è comunque superiore rispetto a quella di Bembo.

    I vocaboli provengono, dunque, da autori del Trecento, del Quattrocento e anche contemporanei; e si fa di tutto per evidenziare la connessione tra l'italiano di Petrarca e Boccaccio e quello di inizio Seicento.

    Un altro intervento interessante riguarda la grafia di alcune parole che in passato, anche se sono pronunciate come nell'italiano contemporaneo, vengono ugualmente scritte con grafie latineggianti.

    Osserviamo per esempio un verso del Petrarca, tratto dalla prima poesia del suo Canzoniere:

    «Del vario stile in ch'io piango e ragiono.»

    Vedi quel "et"?

    Ecco, non era affatto pronunciato "et", nemmeno nel Trecento. E andava letto semplicemente "e".

    La grafia et era dunque un un puro latinismo ortografico, no? Che riguarda la scrittura delle parole. O in altri casi veniva usata per la variante "-ed".

    Ecco, di questi latinismi ortografici l'italiano è pieno nei primi secoli della sua storia.

    La Crusca invece contribuisce a stabilire una nuova norma, grazie a cui l'italiano viene spinto verso un'ortografia ancora più regolare di ciò che già è.

    Per alcuni questo intervento potrebbe essere scontato, ma non lo è.

    Ci vuole un preciso progetto ortografico in mente e bisogna poi riuscire a diffonderlo tra le persone colte, che non necessariamente erano infastidite dalle norme precedenti.

    Pensa, banalmente, alla lingua francese: il verbo essere, alla terza persona del presente, si pronuncia "è", praticamente come in italiano, ma si scrive "est", proprio come si scriveva in latino.

    Diversi Paesi, ciascuno con i propri piani di intervento sulla lingua, agiscono in modo diverso e dal popolo ricevono reazioni di tipo diverso, generando così esiti linguistici diversi. E quindi, con questo e diversi altri principi a guidare il progetto, il vocabolario della Crusca cresce e diventa sempre più pertinente sul piano scientifico.

    Naturalmente nel frattempo non mancano le polemiche, c'è chi ancora non accetta il modello fiorentino, come c'è chi non accetta che si debba giustificare l'italiano contemporaneo tramite i modelli trecenteschi. Insomma, la solita vecchia storia, già rumorosa se ti ricordi ai tempi di Bembo.

    Altre critiche invece sono legate al fatto che per diversi vocaboli vengono offerte più varianti, tutte rappresentate nella produzione dei grandi autori. Ricordiamoci che Petrarca e Boccaccio vengono presi come i massimi modelli, ma che la loro lingua non seguiva, a propria volta, un modello. Il lavoro è stato fatto a posteriori, ed è dunque normale che si trovi nella lingua del passato una forte varietà, una forte oscillazione delle forme. Ecco, a certi intellettuali questa varietà non va particolarmente a genio.

    Preferirebbero che si scegliesse un'unica forma.

    Nel Seicento, però, non ci sono solo vocabolari: ci sono anche degli scienziati; e uno di questi ci interessa particolarmente. Si chiama Galileo Galilei. Già: proprio lo studioso che perfeziona il cannocchiale e che studia i fenomeni osservabili con un metodo molto vicino a quello scientifico moderno.

    Galileo, vissuto tra il 1564 e il 1642, è spesso ricordato in tutto il mondo nei libri di scienza e talvolta in quelli di filosofia, ma non tutti sanno che la sua importanza per la lingua italiana è stata molto grande, soprattutto se pensiamo a una certa lingua italiana. Galileo infatti sa scrivere in latino, e lo fa, talvolta, ma nel corso della sua carriera decide di dare una possibilità anche alla lingua volgare, cioè alla lingua del popolo.

    Fino ad allora, praticamente nessuno era riuscito a parlare di scienza senza diventare troppo latineggiante o, al contrario, senza cadere in un registro troppo contaminato dagli usi regionali.

    Galileo, invece, di lingua toscana ma viaggiatore, ha imparato a governare un italiano moderno ma pulito, che sappia essere completo senza divertirsi, diventare una brutta copia del latino. In più Galileo nasce verso la fine del Rinascimento e ne eredita il gusto. Ama l'eleganza ma evita l'eccesso. Il risultato è una prosa ricca e vivace che un italiano può comprendere facilmente anche oggi.

    Guarda:

    «Dico, dunque, la cagione per la quale alcuni corpi solidi discendono al fondo nell'acqua è l'eccesso della gravità loro sopra la gravità dell'acqua e, all'incontro, l'eccesso della gravità dell'acqua sopra la gravità di quelli esser cagione che altri non discendano, anzi che dal fondo si elevino e sormontino alla superficie.»

    Oggi diremmo:

    »Dico, dunque, che la ragione per la quale alcuni corpi solidi vanno a fondo nell'acqua è l'eccesso della loro gravità rispetto alla gravità dell'acqua; e, al contrario, dico che l'eccesso della gravità dell'acqua rispetto alla gravità di altri alcuni corpi solidi è la ragione per cui questi non vanno a fondo e per cui anzi si elevano rispetto al fondo e tornano in superficie.»

    Con Galileo, dunque, acquisiamo un nuovo tassello del grande mosaico dell'italiano e pian piano ci avviciniamo sempre di più ad avere una lingua che possa essere usata per parlare o scrivere di qualsiasi argomento, indipendentemente da quanto sia tecnico o complesso.

    A proposito, se ti interessa un video dedicato a Galileo e alla sua importanza nella storia dell'italiano, fammi sapere, lasciami un commento.

    Ah, e a proposito di Galileo, se vuoi continuare a esplorare l'Italia in profondità, proprio come fa Galileo con la scienza, ho il corso perfetto per te. Si chiama Volti d'Italia ed è il corso di Podcast Italiano pensato per chi ha già un livello intermedio e vuole fare il salto di qualità verso il B2.

    In ogni capitolo affrontiamo un tema culturale o storico italiano, (e sì, c'è anche un episodio dedicato agli esploratori italiani, tra cui Galileo) mentre migliori il tuo vocabolario e le tue strutture grammaticali in modo naturale e coinvolgente. Se ti senti bloccato a livello intermedio e vuoi migliorare la tua comprensione, il tuo lessico, la tua conoscenza della grammatica, mentre scopri ciò che rende l'Italia famosa e amata in tutto il mondo, Volti d'Italia è il corso che ti serve.

    Trovi il link in descrizione.

    Un altro evento significativo del Seicento, oltre all'uscita del vocabolario della Crusca e alla rivoluzione galileiana, è la grande diffusione del melodramma, cioè un'opera teatrale in cui il testo viene accompagnato dalla musica, ma al contempo mantiene anche una propria individualità e tende dunque a essere diffuso anche al di fuori dell'ambiente musicale.

    Il melodramma contribuisce molto alla diffusione dell'italiano in ambito artistico e rafforza uno stereotipo vivo ancora oggi, per cui l'italiano sarebbe la lingua della musica per eccellenza.

    Il genere ha grande diffusione in tutta Europa, è dunque normale andare, mettiamo, a Vienna e ascoltare un intero melodramma in italiano.

    Ah, di melodramma e di opera parliamo in un altro episodio di Volti d'Italia.

    La lingua usata è in genere quella poetica e perciò, per diretta conseguenza di tutto ciò che abbiamo appreso finora, quella di Petrarca. Si tratta di un italiano dal registro, dallo stile e dal lessico molto definiti e ristretti, un italiano da qualche migliaio di parole, perfetto per il contesto dell'opera teatrale, per musica, e tra l'altro anche perfetto per una diffusione europea.

    Parliamo infatti di una lingua ben codificata, che impiega sempre le stesse parole e le stesse formule e che, dunque, si può imparare facilmente per cultura e per piacere.

    Più tardi ci torneremo.

    In questo contesto opera una superstar italiana dell'epoca, un autore conosciuto e apprezzato che, vissuto tra il 1698 e il 1782, diventa niente meno che il poeta della corte imperiale di Vienna.

    Si chiama, in arte, Pietro Metastasio e il suo ruolo è proprio quello di comporre le opere che poi verranno rappresentate a teatro e, naturalmente, lette dagli abitanti del palazzo e della grande capitale.

    Metastasio è anche membro dell'Accademia dell'Arcadia, un sodalizio di letterati che nel corso del Settecento si occupa di diffondere la poesia italiana sulla base dell'ideale del poeta pastore dell'antica Grecia. Ecco perché il nostro Pietro assume un cognome dal sapore greco, come Metastasio.

    Tutti gli Arcadi, come si chiamavano, ne avevano uno.

    L'Accademia, viva ancora oggi, contribuisce a propria volta a diffondere una poesia semplice e di gusto classico, non lontana dalla lingua di Petrarca.

    Cerchiamo dunque di fare il punto sulla posizione dell'italiano nel Settecento, così da avere un solido punto di partenza per il prossimo importante, importantissimo capitolo della nostra storia della lingua italiana.

    Il contesto è su per giù il seguente: l'inglese, all'epoca, non gode di una grande popolarità come lingua europea e, i contributi culturali prodotti in inglese, che sono molto importanti, vengono diffusi soprattutto tramite il francese.

    Le lingue slave e il tedesco non sono particolarmente popolari in questo periodo e la finestra di popolarità ottenuta dallo spagnolo nel Cinquecento sta pian piano tramontando.

    Rimangono dunque l'italiano e il francese tra le grandi lingue.

    Il francese è, a tutti gli effetti, come dice anche il nome stesso del termine, la lingua franca d'Europa.

    È usato per comunicare praticamente ovunque ed è così diffuso da permette di vivere, per esempio, in città tedesche senza parlare la lingua locale. È addirittura una lingua che va di moda al di là della sua utilità. Abbiamo tracce storiche di italiani che per scrivere il proprio diario o per comunicare con gli amici usano il francese, anche se vivono in Italia e stanno interagendo con altri italiani.

    Insomma, il francese aveva, al tempo, il ruolo che oggi ha assunto l'inglese. Si tratta di quella lingua molto figa che tutti vogliono usare.

    A proposito, abbiamo parlato dei francesismi e dell'influenza del francese sull'italiano in questo video.

    L'italiano, invece, nel Settecento ha un ruolo molto più limitato rispetto al francese, ma è molto diffusa in Europa come lingua di cultura e come lingua artistica, in particolare come lingua impiegata nei teatri e nel mondo musicale.

    A essere diffusa in particolare è una certa forma di italiano, che è la stessa che stiamo esplorando da ormai molti video, quella usata da Petrarca e da Boccaccio quattro secoli prima, poi consacrata da Bembo, promossa dall'Accademia della Crusca, pian piano diffusa nelle scuole al fianco del latino, e infine resa popolare tramite il melodramma nel corso del Seicento.

    Però, a questa altezza cronologica, ci troviamo ancora in un'Italia divisa, in cui ciascuno parla, a casa il proprio dialetto o lingua regionale, come io preferisco chiamarla.

    A scuola vanno solo pochi giovani e, l'italiano standard fiorentino, che inizia a essere studiato anche in sedi ufficiali, è dunque appreso artificialmente dalle persone colte, che ancora imitano i grandi modelli del 300. Si torna sempre lì. Non siamo neanche lontanamente vicini quindi all'idea di un'Italia in cui tutti parlino l'italiano a cui siamo abituati oggi.

    Bisogna ancora fare l'Italia e poi, come si dice, bisogna fare gli italiani.

    Certo è che, però, non possiamo prendere l'italiano letterario del Trecento e imporlo a tutta la popolazione dell'Ottocento. Si tratta di una lingua strappata a un'altra epoca che non è in grado di farsi strada in tutti gli ambiti della vita moderna.

    Un conto è imitare Petrarca nel suo stesso campo per scrivere una poesia, tutt'altro conto è usare la lingua di Petrarca per andare al mercato o per sgridare i propri figli.

    Ci sono stati i contributi della Crusca, di altri grandi autori, di Galileo e degli altri personaggi che abbiamo incontrato, ma manca ancora qualcosa. Ci vuole un'ultima grande rivoluzione.

    Servono un Petrarca 2.0 e un Boccaccio 2.0... ed ecco che entra in gioco Alessandro Manzoni, l'ultimo gigante di questa storia. Non perderti quindi il prossimo episodio della serie se vuoi saperne di più.

    Qui si conclude questo capitolo della nostra storia della lingua italiana. Ti lascio qui il pdf, se ti interessa metterti alla prova con alcune domande di comprensione, ma anche con alcune attività basate sulla lettura dei testi dell'epoca. Ti prometto che sarà molto interessante.

    Se ti sei perso i capitoli precedenti su Dante, Petrarca e Boccaccio, te li lascio qui.

    Questo è tutto per oggi. Alla prossima!

    Nel nostro piccolo viaggio attraverso la storia della lingua italiana, che abbiamo fatto in questi video, abbiamo assegnato molte corone.

    Una a Dante, che ha usato l'italiano in un modo così vasto e capace da distinguersi da chiunque l'abbia preceduto.

    Una a Petrarca, re della poesia.

    Una a Boccaccio, re della prosa.

    E una anche a Pietro Bembo, che merita una corona per aver detto che che Petrarca e Boccaccio meritavano una corona.

    La domanda quindi è più che lecita.

    Chi è il nostro prossimo re, il nostro prossimo grande personaggio della storia dell'italiano?

    Beh, nessuno... per oggi! Perché il prossimo protagonista di questa vicenda arriva soltanto alla fine del Settecento, e noi ci troviamo ancora a metà Cinquecento, momento in cui muore Pietro Bembo.

    Trascrizione e glossario sul Podcast Italiano Club

    Prima di fare un salto verso i tempi moderni, dobbiamo affrontare un tema altrettanto interessante e importante. Che cosa è successo negli oltre 200 anni che separano Bembo dalla nostra prossima celebrità?

    Quali sono i grandi eventi che hanno influenzato la storia dell'italiano e quali sono i personaggi coinvolti?

    Scommetto che già ne conosci uno, quindi... cominciamo subito.

    Se non mi conosci ancora, io mi chiamo Davide e questo è Podcast Italiano, un canale per chi impara l'italiano. Attiva i sottotitoli se ne hai bisogno, la trascrizione integrale è sul mio sito, podcastitaliano.com.

    Ho anche preparato un PDF che accompagna il video e che ti consiglio di stampare.

    Il PDF è molto utile, contiene i concetti base del video per un ripasso, alcuni esercizi di comprensione e alcuni esercizi basati su testi autentici autentici per fare pratica con l'italiano dell'epoca di cui parleremo.

    Ti lascio il link in descrizione ma puoi anche scansionare questo codice QR.

    Scaricalo, perché sono davvero una miniera d'oro questi PDF e rendono la visione del video ancora più utile.

    E ora incominciamo.

    Innanzitutto, nel 1582, a Firenze, viene fondata l'Accademia della Crusca, di cui forse avrai già sentito parlare. E se te lo stessi chiedendo, sì, stiamo parlando proprio della stessa accademia attiva ancora oggi, sotto lo stesso nome, dopo quasi 500 anni.

    Si tratta di un'istituzione più vecchia dell'Italia stessa e di molti altri stati del mondo, ed è ritenuta infatti l'accademia linguistica più antica che esista.

    Oggi si occupa di sostenere la ricerca nel campo della linguistica e della filologia italiana e di diffondere conoscenze sul tema nelle scuole, tra la popolazione italiana e nel mondo.

    Per dire, scoppia una polemica sulla corretta forma di una parola, di un'espressione o di una frase? La Crusca tenta di fornire una soluzione.

    Bisogna formare nuovi ricercatori? La Crusca dà il suo contributo.

    Bisogna organizzare un grosso convegno sulla storia della lingua italiana? Potrebbe esserci lo zampino della Crusca.

    Ecco, l'Accademia viene creata proprio in questo secolo con il contributo di tale Leonardo Salviati, carismatico intellettuale vissuto tra il 1539 e il 1589.

    Salviati crede molto nel modello universale dell'italiano fiorentino, già proposto da Bembo, se ti ricordi.

    Anche se, rispetto a lui, ha una visione un po' più ampia e ammette l'idea di assumere come modello anche altri autori.

    Con un gruppo di altri intellettuali, dunque, fonda un'accademia con lo scopo di promuovere e proteggere quello stesso italiano fiorentino che, anno dopo anno, si stava ormai affermando come standard.

    Alla prova dei fatti, il piano funziona, perché la Crusca assume un'importanza incredibile, soprattutto se consideriamo che si trattava di un'accademia privata e non di un progetto statale.

    A proposito, sai perché l'Accademia si chiama Della Crusca?

    Si tratta di una metafora, una metafora agricolo-alimentare che allude alla lavorazione dei cereali e, in particolare, alla separazione tra il loro nucleo, che contiene la farina pura, bianca, e l'involucro esterno, detto crusca. Se la lingua usata in Italia può essere vista come il cereale intero, in quanto è composta da parti buone e parti cattive, invece la lingua proposta dall'Accademia della Crusca è composta unicamente dalla farina più pura.

    In altre parole, l'Accademia si attribuisce il ruolo di stabilire che cosa sia giusto in una lingua (la farina) e che cosa invece vada scartato (la Crusca).

    Ora stiamo parlando di quattro secoli fa, oggi l'approccio è molto meno prescrittivo e più descrittivo perché nel frattempo le cose sono cambiate, la linguistica si è molto sviluppata.

    Comunque, pensa che anche i nomi dei membri dell'Accademia seguono questa metafora.

    Salviati, per esempio, si chiamava Infarinato, come possiamo osservare anche dalla sua pala.

    Ah già, ogni accademico ha una propria pala personalizzata, illustrata e postillata con il suo nome di membro. Ovviamente anche l'oggetto stesso della pala si rifà al simbolo della lavorazione dei cereali.

    Tornando al lavoro dell'Accademia, il progetto funziona, anche perché altrimenti la Crusca non sarebbe ancora attiva nel 2026.

    I contributi dati alla lingua italiana sono molti. A questo proposito, ti invito a dare un'occhiata al loro sito web, che è ricco di contributi interessanti sulla nostra lingua.

    Ma a noi interessa il più importante di tutti, ovvero l'uscita di un vocabolario dell'italiano pubblicato nel 1612. E indovina da dove vengono pescate le parole da mettere nel vocabolario e da usare come modello?

    Ovviamente, vengono prese tutte da autori toscani.

    Naturalmente ci sono Petrarca e Boccaccio, ma c'è anche una grande novità.

    Sulla scia delle indicazioni dell'ormai defunto Salviati, gli accademici decidono infatti di essere un po' meno snob di Bembo e di prendere come punto di riferimento anche altri autori, anche perché si tratta di accademici un po' diversi da quelli odierni, tutti molto esperti di lingua.

    Quelli del tempo sono intellettuali, anche molto giovani, sì colti, ma non specialisti nel senso moderno.

    Il loro approccio è dunque attento, e l'unica lingua ammessa resta quella toscana; ma l'ampiezza dello sguardo è comunque superiore rispetto a quella di Bembo.

    I vocaboli provengono, dunque, da autori del Trecento, del Quattrocento e anche contemporanei; e si fa di tutto per evidenziare la connessione tra l'italiano di Petrarca e Boccaccio e quello di inizio Seicento.

    Un altro intervento interessante riguarda la grafia di alcune parole che in passato, anche se sono pronunciate come nell'italiano contemporaneo, vengono ugualmente scritte con grafie latineggianti.

    Osserviamo per esempio un verso del Petrarca, tratto dalla prima poesia del suo Canzoniere:

    «Del vario stile in ch'io piango e ragiono.»

    Vedi quel "et"?

    Ecco, non era affatto pronunciato "et", nemmeno nel Trecento. E andava letto semplicemente "e".

    La grafia et era dunque un un puro latinismo ortografico, no? Che riguarda la scrittura delle parole. O in altri casi veniva usata per la variante "-ed".

    Ecco, di questi latinismi ortografici l'italiano è pieno nei primi secoli della sua storia.

    La Crusca invece contribuisce a stabilire una nuova norma, grazie a cui l'italiano viene spinto verso un'ortografia ancora più regolare di ciò che già è.

    Per alcuni questo intervento potrebbe essere scontato, ma non lo è.

    Ci vuole un preciso progetto ortografico in mente e bisogna poi riuscire a diffonderlo tra le persone colte, che non necessariamente erano infastidite dalle norme precedenti.

    Pensa, banalmente, alla lingua francese: il verbo essere, alla terza persona del presente, si pronuncia "è", praticamente come in italiano, ma si scrive "est", proprio come si scriveva in latino.

    Diversi Paesi, ciascuno con i propri piani di intervento sulla lingua, agiscono in modo diverso e dal popolo ricevono reazioni di tipo diverso, generando così esiti linguistici diversi. E quindi, con questo e diversi altri principi a guidare il progetto, il vocabolario della Crusca cresce e diventa sempre più pertinente sul piano scientifico.

    Naturalmente nel frattempo non mancano le polemiche, c'è chi ancora non accetta il modello fiorentino, come c'è chi non accetta che si debba giustificare l'italiano contemporaneo tramite i modelli trecenteschi. Insomma, la solita vecchia storia, già rumorosa se ti ricordi ai tempi di Bembo.

    Altre critiche invece sono legate al fatto che per diversi vocaboli vengono offerte più varianti, tutte rappresentate nella produzione dei grandi autori. Ricordiamoci che Petrarca e Boccaccio vengono presi come i massimi modelli, ma che la loro lingua non seguiva, a propria volta, un modello. Il lavoro è stato fatto a posteriori, ed è dunque normale che si trovi nella lingua del passato una forte varietà, una forte oscillazione delle forme. Ecco, a certi intellettuali questa varietà non va particolarmente a genio.

    Preferirebbero che si scegliesse un'unica forma.

    Nel Seicento, però, non ci sono solo vocabolari: ci sono anche degli scienziati; e uno di questi ci interessa particolarmente. Si chiama Galileo Galilei. Già: proprio lo studioso che perfeziona il cannocchiale e che studia i fenomeni osservabili con un metodo molto vicino a quello scientifico moderno.

    Galileo, vissuto tra il 1564 e il 1642, è spesso ricordato in tutto il mondo nei libri di scienza e talvolta in quelli di filosofia, ma non tutti sanno che la sua importanza per la lingua italiana è stata molto grande, soprattutto se pensiamo a una certa lingua italiana. Galileo infatti sa scrivere in latino, e lo fa, talvolta, ma nel corso della sua carriera decide di dare una possibilità anche alla lingua volgare, cioè alla lingua del popolo.

    Fino ad allora, praticamente nessuno era riuscito a parlare di scienza senza diventare troppo latineggiante o, al contrario, senza cadere in un registro troppo contaminato dagli usi regionali.

    Galileo, invece, di lingua toscana ma viaggiatore, ha imparato a governare un italiano moderno ma pulito, che sappia essere completo senza divertirsi, diventare una brutta copia del latino. In più Galileo nasce verso la fine del Rinascimento e ne eredita il gusto. Ama l'eleganza ma evita l'eccesso. Il risultato è una prosa ricca e vivace che un italiano può comprendere facilmente anche oggi.

    Guarda:

    «Dico, dunque, la cagione per la quale alcuni corpi solidi discendono al fondo nell'acqua è l'eccesso della gravità loro sopra la gravità dell'acqua e, all'incontro, l'eccesso della gravità dell'acqua sopra la gravità di quelli esser cagione che altri non discendano, anzi che dal fondo si elevino e sormontino alla superficie.»

    Oggi diremmo:

    »Dico, dunque, che la ragione per la quale alcuni corpi solidi vanno a fondo nell'acqua è l'eccesso della loro gravità rispetto alla gravità dell'acqua; e, al contrario, dico che l'eccesso della gravità dell'acqua rispetto alla gravità di altri alcuni corpi solidi è la ragione per cui questi non vanno a fondo e per cui anzi si elevano rispetto al fondo e tornano in superficie.»

    Con Galileo, dunque, acquisiamo un nuovo tassello del grande mosaico dell'italiano e pian piano ci avviciniamo sempre di più ad avere una lingua che possa essere usata per parlare o scrivere di qualsiasi argomento, indipendentemente da quanto sia tecnico o complesso.

    A proposito, se ti interessa un video dedicato a Galileo e alla sua importanza nella storia dell'italiano, fammi sapere, lasciami un commento.

    Ah, e a proposito di Galileo, se vuoi continuare a esplorare l'Italia in profondità, proprio come fa Galileo con la scienza, ho il corso perfetto per te. Si chiama Volti d'Italia ed è il corso di Podcast Italiano pensato per chi ha già un livello intermedio e vuole fare il salto di qualità verso il B2.

    In ogni capitolo affrontiamo un tema culturale o storico italiano, (e sì, c'è anche un episodio dedicato agli esploratori italiani, tra cui Galileo) mentre migliori il tuo vocabolario e le tue strutture grammaticali in modo naturale e coinvolgente. Se ti senti bloccato a livello intermedio e vuoi migliorare la tua comprensione, il tuo lessico, la tua conoscenza della grammatica, mentre scopri ciò che rende l'Italia famosa e amata in tutto il mondo, Volti d'Italia è il corso che ti serve.

    Trovi il link in descrizione.

    Un altro evento significativo del Seicento, oltre all'uscita del vocabolario della Crusca e alla rivoluzione galileiana, è la grande diffusione del melodramma, cioè un'opera teatrale in cui il testo viene accompagnato dalla musica, ma al contempo mantiene anche una propria individualità e tende dunque a essere diffuso anche al di fuori dell'ambiente musicale.

    Il melodramma contribuisce molto alla diffusione dell'italiano in ambito artistico e rafforza uno stereotipo vivo ancora oggi, per cui l'italiano sarebbe la lingua della musica per eccellenza.

    Il genere ha grande diffusione in tutta Europa, è dunque normale andare, mettiamo, a Vienna e ascoltare un intero melodramma in italiano.

    Ah, di melodramma e di opera parliamo in un altro episodio di Volti d'Italia.

    La lingua usata è in genere quella poetica e perciò, per diretta conseguenza di tutto ciò che abbiamo appreso finora, quella di Petrarca. Si tratta di un italiano dal registro, dallo stile e dal lessico molto definiti e ristretti, un italiano da qualche migliaio di parole, perfetto per il contesto dell'opera teatrale, per musica, e tra l'altro anche perfetto per una diffusione europea.

    Parliamo infatti di una lingua ben codificata, che impiega sempre le stesse parole e le stesse formule e che, dunque, si può imparare facilmente per cultura e per piacere.

    Più tardi ci torneremo.

    In questo contesto opera una superstar italiana dell'epoca, un autore conosciuto e apprezzato che, vissuto tra il 1698 e il 1782, diventa niente meno che il poeta della corte imperiale di Vienna.

    Si chiama, in arte, Pietro Metastasio e il suo ruolo è proprio quello di comporre le opere che poi verranno rappresentate a teatro e, naturalmente, lette dagli abitanti del palazzo e della grande capitale.

    Metastasio è anche membro dell'Accademia dell'Arcadia, un sodalizio di letterati che nel corso del Settecento si occupa di diffondere la poesia italiana sulla base dell'ideale del poeta pastore dell'antica Grecia. Ecco perché il nostro Pietro assume un cognome dal sapore greco, come Metastasio.

    Tutti gli Arcadi, come si chiamavano, ne avevano uno.

    L'Accademia, viva ancora oggi, contribuisce a propria volta a diffondere una poesia semplice e di gusto classico, non lontana dalla lingua di Petrarca.

    Cerchiamo dunque di fare il punto sulla posizione dell'italiano nel Settecento, così da avere un solido punto di partenza per il prossimo importante, importantissimo capitolo della nostra storia della lingua italiana.

    Il contesto è su per giù il seguente: l'inglese, all'epoca, non gode di una grande popolarità come lingua europea e, i contributi culturali prodotti in inglese, che sono molto importanti, vengono diffusi soprattutto tramite il francese.

    Le lingue slave e il tedesco non sono particolarmente popolari in questo periodo e la finestra di popolarità ottenuta dallo spagnolo nel Cinquecento sta pian piano tramontando.

    Rimangono dunque l'italiano e il francese tra le grandi lingue.

    Il francese è, a tutti gli effetti, come dice anche il nome stesso del termine, la lingua franca d'Europa.

    È usato per comunicare praticamente ovunque ed è così diffuso da permette di vivere, per esempio, in città tedesche senza parlare la lingua locale. È addirittura una lingua che va di moda al di là della sua utilità. Abbiamo tracce storiche di italiani che per scrivere il proprio diario o per comunicare con gli amici usano il francese, anche se vivono in Italia e stanno interagendo con altri italiani.

    Insomma, il francese aveva, al tempo, il ruolo che oggi ha assunto l'inglese. Si tratta di quella lingua molto figa che tutti vogliono usare.

    A proposito, abbiamo parlato dei francesismi e dell'influenza del francese sull'italiano in questo video.

    L'italiano, invece, nel Settecento ha un ruolo molto più limitato rispetto al francese, ma è molto diffusa in Europa come lingua di cultura e come lingua artistica, in particolare come lingua impiegata nei teatri e nel mondo musicale.

    A essere diffusa in particolare è una certa forma di italiano, che è la stessa che stiamo esplorando da ormai molti video, quella usata da Petrarca e da Boccaccio quattro secoli prima, poi consacrata da Bembo, promossa dall'Accademia della Crusca, pian piano diffusa nelle scuole al fianco del latino, e infine resa popolare tramite il melodramma nel corso del Seicento.

    Però, a questa altezza cronologica, ci troviamo ancora in un'Italia divisa, in cui ciascuno parla, a casa il proprio dialetto o lingua regionale, come io preferisco chiamarla.

    A scuola vanno solo pochi giovani e, l'italiano standard fiorentino, che inizia a essere studiato anche in sedi ufficiali, è dunque appreso artificialmente dalle persone colte, che ancora imitano i grandi modelli del 300. Si torna sempre lì. Non siamo neanche lontanamente vicini quindi all'idea di un'Italia in cui tutti parlino l'italiano a cui siamo abituati oggi.

    Bisogna ancora fare l'Italia e poi, come si dice, bisogna fare gli italiani.

    Certo è che, però, non possiamo prendere l'italiano letterario del Trecento e imporlo a tutta la popolazione dell'Ottocento. Si tratta di una lingua strappata a un'altra epoca che non è in grado di farsi strada in tutti gli ambiti della vita moderna.

    Un conto è imitare Petrarca nel suo stesso campo per scrivere una poesia, tutt'altro conto è usare la lingua di Petrarca per andare al mercato o per sgridare i propri figli.

    Ci sono stati i contributi della Crusca, di altri grandi autori, di Galileo e degli altri personaggi che abbiamo incontrato, ma manca ancora qualcosa. Ci vuole un'ultima grande rivoluzione.

    Servono un Petrarca 2.0 e un Boccaccio 2.0... ed ecco che entra in gioco Alessandro Manzoni, l'ultimo gigante di questa storia. Non perderti quindi il prossimo episodio della serie se vuoi saperne di più.

    Qui si conclude questo capitolo della nostra storia della lingua italiana. Ti lascio qui il pdf, se ti interessa metterti alla prova con alcune domande di comprensione, ma anche con alcune attività basate sulla lettura dei testi dell'epoca. Ti prometto che sarà molto interessante.

    Se ti sei perso i capitoli precedenti su Dante, Petrarca e Boccaccio, te li lascio qui.

    Questo è tutto per oggi. Alla prossima!

    Scarica trascrizione in PDF

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