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Le politiche linguistiche del regime FASCISTA - [Learn Italian, IT/RU subs]

September 25, 2020

Trascrizione

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Mescita, bevanda arlecchina, bambinaia, pallacorda. Mai sentite? Queste sono parole che, durante il fascismo, alcuni volevano iniziare ad usare per sostituire parole straniere. Oggi parliamo delle politiche linguistiche del fascismo.

Ciao a tutti e benvenuti! Questo è Podcast Italiano un podcast e canale YouTube, in questo caso, per imparare l’italiano. Un piccolo disclaimer: gli italiani che guardano questo video possono rimanere, non devono andarsene, perché spesso parlo di argomenti che possono interessare sia stranieri, sia italiani.

Trascrizione PDF con glossario audio isolato (PI Club)

Oggi voglio parlarvi delle politiche linguistiche del fascismo e darvi un po’ una visione d’insieme su questo argomento che trovo abbastanza interessante. Prima un po’ di contesto storico per chi non si ricordasse molto cosa è successo nel periodo fascista. Il regime fascista è durato in italia 21 anni circa, dal 1922 al 1943. Si parla infatti di “ventennio fascista” perché è durato più o meno 20 anni. L’Italia era un regno perché c’era un Re, che era Vittorio Emanuele III, anche se la persona che davvero deteneva il potere era Benito Mussolini, il primo ministro conosciuto anche come “il Duce” dalla parola latina “Dux” per “condottiero”, “guida”. Ecco, nel ventennio fascista ci sono state alcune politiche perseguite dal regime che non vengono molto studiate a scuola ma penso che siano interessanti, perché dopotutto la lingua comune, la lingua italiana e lingua del fascismo erano strumenti utilizzati a supporto dell’idea, ideologia nazionalista.

Ora, si potrebbe fare un discorso più ampio parlando anche della retorica del fascismo e degli slogan fascisti ma non lo farò in questo video per mancanza di tempo. Voglio proprio parlare delle politiche linguistiche del fascismo. E c’è questo termine “autarchia linguistica” che è stato inventato da un linguista. Autarchia linguistica rimanda un po’ all’autarchia economica. Autarchia significa “autosufficienza” una parola greca “autosufficienza”, “indipendenza” e l’autarchia economica significava essere autosufficienti a livello economico cioè produrre tutto nel territorio italiano. Allo stesso modo autarchia linguistica significava non importare parole straniere e, diciamo, essere autosufficienti a livello linguistico. Ma la battaglia alle parole straniere era solo uno degli aspetti e dei capisaldi delle politiche linguistiche del fascismo, perché c’erano anche altri due punti di cui voglio parlare, ovvero: la lotta alle lingue minoritarie, lingue come lo sloveno oppure il tedesco, parlate da alcune comunità in italia, e anche la lotta ai dialetti, che il regime voleva emarginare: voleva che tutti parlassero italiano. Iniziamo da questi ultimi due aspetti e poi dopo parliamo delle parole straniere.

A seguito della prima guerra mondiale furono annesse all’Italia alcune regioni dove non si parlava solamente italiano o solo dialetti italiani, come per esempio il Trentino Alto Adige, dove era diffusa la lingua tedesca; la Venezia Giulia, quindi dove ci sono le città di Gorizia e Trieste, dove era diffuso anche lo sloveno; e alcune aree che adesso non sono più italiane (dopo la seconda guerra mondiale sono entrate a far parte della Croazia) come l’Istria e la città di Zara. Al regime non andavano bene queste minoranze linguistiche, non piacevano, e per questo fu iniziata un’opera di italianizzazione. Questo è successo per esempio in Alto Adige la regione forse più colpita da questa battaglia contro le lingue straniere.

Questa battaglia si è combattuta in vari modi: per esempio per mezzo dell’immigrazione di molti italiani, molti dipendenti statali che parlavano italiano in queste zone e anche attraverso l’obbligo di scrivere in italiano tutti gli atti ufficiali e anche gli atti giudiziari, ma anche imponendo l’italiano come unica lingua della scuola nel 1923, con un decreto, imponendo alle persone che avevano cognomi stranieri di cambiarli e italianizzarli e cambiando persino la toponomastica — la toponomastica sono i nomi di luoghi geografici — in questi territori annessi di confine dove si parlavano lingue straniere, ma anche in altri territori come nel Piemonte o in Valle d’Aosta, dove permanevano alcune lingue come il franco-provenzale o l’occitano che non erano sicuramente molto italiane. Ecco, in questi territori i nomi delle città furono cambiati e furono italianizzati. “Bozen” diventa “Bolzano” lo stesso “Südtirol” diventa “Alto Adige”. Ora, questi nomi già esistevano, erano già stati inventati in passato e il fascismo li ha riutilizzati. Per altre città sono stati inventati nuovi nomi come “Brunico” per “Bruneck” oppure “Sterzing” diventa “Vipiteno” pure “Schlanders” diventa “Silandro”. Quindi inventando dei nomi che a volte avevano qualche base storica a volte erano puramente basati sul suono. Ma lo stesso è successo qui in Piemonte. Una città, che io conosco bene perché i miei genitori hanno una casa in montagna, che si chiama “Oulx” è diventata “Ulzio” oppure “Salbertrand” - “Salabertano” oppure in Valle d’Aosta “Courmayeur” è diventata “Cormaiore” oppure la famosa località termale di Pré-Saint-Didier è diventata “San Desiderio Terme”. A proposito, ora alcuni dei toponimi originali sono stati ripristinati, ma non tutti. In alcune regioni come per esempio l’Alto Adige si usano entrambi i nomi, perché di legge vige il bilinguismo. Quindi le città hanno due nomi ufficiali, in due lingue.

Ma oltre alle lingue minoritarie al regime fascista non piacevano nemmeno i dialetti, che erano visti come un ostacolo alla diffusione della lingua nazionale, che era ovviamente l’italiano. Quindi fu intrapresa, fu iniziata una battaglia anche contro i dialetti. Per esempio i dialetti furono vietati nel teatro, nella letteratura, nella stampa erano un pochino più tollerati al cinema anche perché poi le persone ricordiamoci che parlavano dialetto. Gli italiani erano dialettofoni e lo sono stati per tanti anni anche dopo il fascismo. Ma ritorneremo su questo punto. Prima vi ho detto che nel 1923 viene imposta l’istruzione, quindi la scuola, in lingua italiana anche se è vero che per i primi anni dopo questa riforma la cosiddetta “Riforma Gentile”, si chiamava, si è utilizzato il dialetto a scuola per imparare l’italiano. Un po’ come adesso magari usiamo una lingua-ponte per imparare un’altra lingua, come fanno, non lo so le persone che usano il metodo Assimil che hanno due testi: uno con la lingua da imparare e una con la lingua che già sanno. Ecco, allora c’era questo metodo che si chiamava “Dal dialetto alla lingua” che veniva impiegato per aiutare gli italiani che parlavano dialetto ad acquisire la lingua italiana. Questo metodo è durato qualche anno poi ha smesso di essere usato perché i dialetti erano visti come un pericolo. E poi si è anche iniziato... si è introdotto il “libro di testo unico italiano” quindi lo stesso libro di testo per tutti in lingua italiana.

Passiamo ora al terzo punto: la lotta alle parole straniere anche conosciute come “forestierismi”, no? Parole forestiere, parole straniere. Durante il periodo fascista, si riteneva che queste parole fossero dannose per l’identità nazionale, per la purezza della lingua italiana. Già nel 1923 c’era una tassa sulle insegne commerciali che prevedeva che se tu, sulla tua insegna, avevi una parola in una lingua straniera avresti dovuto pagare quattro volte tanto. E questa tassa è salita fino a 25 volte tanto nel 1937. Quindi era meglio non usare parole straniere nella propria insegna [08:51]. E nel 1942 sono state vietate. Nel corso degli anni, si è scatenata una propaganda giornalistica che è iniziata nel 1926 in un articolo di giornale scritto da un tale Tittoni, che era un politico e presidente del Senato di quel momento che condannava l’utilizzo delle parole straniere e sosteneva che fosse necessario un intervento energico contro di loro E si è sviluppato questo dibattito su come sostituire tutte queste parole straniere. Si è sviluppato in numerosi giornali, riviste, addirittura l’Accademia d’Italia, che era la principale istituzione culturale del fascismo, si è occupata di redigere una lista di 1500 parole da sostituire inventando quindi delle alternative in italiano.

Vediamo alcune parole che ho scritto qui: beh... Alcune di queste parole effettivamente hanno avuto un certo successo al posto del francese “regisseur” che si usava a quei tempi. come “regista” che usiamo ancora oggi, oppure “Autista” che usiamo al posto di “chauffeur”. La parola “tramezzino”, inventata dal poeta D’Annunzio, si usa ancora oggi ma è un po’ diverso rispetto al significato originario che aveva, cioè semplicemente “sandwich”. Poi ci sono alcune parole che oggi convivono con la parola straniera. Per esempio diciamo “Film”, ma c’è anche un sinonimo che è “Pellicola” che capita di sentire ancora oggi. Lo stesso per le parole “Clown” e “Pagliaccio” che sostanzialmente sono uguali. Poi abbiamo “Partita”, ma anche “Match” oppure “Incontro” Oppure abbiamo “Budget” e “Bilancio” che sono fondamentalmente la stessa cosa. Oppure “Star” e “Stella del Cinema” Oppure “Garage” e “Autorimessa” Autorimessa si usa poco, però esiste ancora. Infine abbiamo tutta una serie di parole che non sono mai state usate davvero quindi al posto di “Bar” “Mescita”, “Quisibeve”, “Barro” o “Barra”. “Alcole” al posto di “Alcol” “Pallacorda” al posto di “Tennis” “Arlecchino” o “Bevanda Arlecchina” al posto di “Cocktail” “Allibratore” al posto di “Bookmaker” e altre. Ecco, queste sostituzioni sono state inventate e proposte nel corso degli anni in varie sedi, diciamo. Queste parole hanno avuto un certo successo nei mezzi di comunicazione ma è difficile imporre alle persone un modo di parlare. La parola “Bar”, per esempio. La parola “Bar” era entrata nella lingua italiana e tutti dicevano “Bar”. Quindi era davvero difficile sostituirla.

E forse la lotta più ridicola portata avanti dal fascismo è quella di sostituire il pronome “Lei” come forma di cortesia che usiamo oggi con “Voi”, perché si pensava che “Lei” fosse di origine spagnola e che quindi non andasse bene, non fosse abbastanza fascista. E questa è stata un’imposizione che non ha avuto un grande successo. Però c’era una rivista chiamata “Lei” che ha dovuto cambiare il suo nome in “Annabella” perché non poteva più chiamarsi “Lei”.

Queste erano le principali battaglie del fascismo in ambito linguistico. È anche difficile dire che si trattasse di una politica linguistica unitaria, bisogna dire. Al di là della retorica e della propaganda non si sono fatte delle vere campagne di diffusione della lingua italiana. Come ho detto gli italiani, all’epoca, erano dialettofoni, parlavano dialetto e fino agli anni ‘50, se non sbaglio... Quattro quinti della popolazione italiana parlava dialetto e due terzi parlava esclusivamente dialetto. È stata principalmente la TV negli anni ‘60 a diffondere la lingua italiana quindi ben dopo il fascismo. Tante di queste battaglie sono, a mio modo di vedere, abbastanza assurde come quella contro il “Lei” o quella contro alcuni forestierismi. Anche se il tema dei forestierismi, per esempio, è ancora molto vivo oggi nel senso che ci sono tante persone che ritengono che dovremmo utilizzare meno parole straniere e anch’io, alla fine, sono abbastanza di quell’opinione anche se penso che il modo giusto per farlo non sia attraverso le imposizioni e attraverso le multe e i divieti. Il fascismo ci ha provato ma ha raccolto risultati davvero, davvero modesti in questo senso. Io penso che queste politiche protezionistiche o proibizionistiche non abbiano avuto un grande effetto e non abbiano molto senso. È molto più importante cercare di diffondere sì la tua lingua nazionale ma senza andare a reprimere lingue minoritarie o i dialetti oppure parole straniere che, in qualche modo, sono una ricchezza oppure possono essere una ricchezza nel caso delle parole straniere anche se non piacciono a tutti. Ma il punto centrale è cercare di promuovere delle iniziative culturali che diffondano la lingua, dare gli strumenti linguistici alla popolazione. Questo è un problema ancora molto attuale perché noi italiani abbiamo scarse competenze linguistiche, purtroppo. Il linguista Tullio De Mauro si batteva per questa cosa. Diceva: “Bisogna dare gli strumenti linguistici alla popolazione e non dobbiamo preoccuparci della lingua italiana. La lingua italiana sta benissimo, ma sono gli italiani che non stanno tanto bene in quanto a cultura e in quanto a competenze linguistiche”.

Io spero che questo video vi sia piaciuto, spero che sia stato interessante. Ringrazio, come sempre, tutte le persone che supportano questo progetto. I membri del Podcast Italiano Club, che mi aiutano a vivere di questo vivere di video, di podcast e davvero mi aiutano a realizzare questo sogno. Quindi grazie a tutti i membri del Podcast Italiano Club. A proposito adesso potete iscrivervi al Podcast Italiano Club facendo un abbonamento annuale quindi voi pagate solamente una volta, per tutto l’anno e avete un 15 per cento di sconto, che non è male Inoltre... Cos’altro posso dire in questo momento pubblicità? Prendete queste magliette “Parlami in italiano” maglietta molto bella, molto importante quando nel 2050 potremo tutti viaggiare tutto il mondo potrà venire in Italia. Cos’altro? Niente, basta! Basta blaterare. Grazie a voi, ci vediamo nel prossimo video. Ciao!

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