Come l'Italia ha ispirato la letteratura inglese
In questo episodio di livello intermedio, parliamo del rapporto tra l'Italia e la letteratura inglese: da Chaucer a Shakespeare, da Milton ai poeti romantici Byron, Shelley e Keats. Un viaggio attraverso i secoli per scoprire come e perché l'Italia ha ispirato alcuni dei più grandi scrittori di lingua inglese.
Scopri Dentro l'Italia - Corso di italiano avanzato (C1)
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L'Italia non è mai stata soltanto una coordinata geografica sulla mappa d'Europa.
Per secoli è stata una musa, un palcoscenico, una necessità intellettuale per chiunque stringesse una penna tra le dita.
Oggi l’Italia viene spesso vista come un’idilliaca cartolina fatta di colline toscane, costiere affollate e “dolce vita”, e quando si parla dell’Italia, magari in qualche canzone, si parla sempre di vino, Gucci, Versace e buon cibo. Ma l'attrazione che l’Italia esercitava sugli scrittori dei secoli passati era qualcosa di infinitamente più complesso, viscerale e mutevole. Ogni epoca storica ha cercato, proiettato e trovato nell’Italia un riflesso dei propri desideri, delle proprie ossessioni e delle proprie mancanze.
Nel Trecento e nel Quattrocento, l’Italia era il luogo in cui il mondo antico stava tornando alla luce. Qui, gli umanisti riscoprivano i manoscritti di Roma e della Grecia antica, classica, mentre autori come Dante, Petrarca e Boccaccio dimostravano che il volgare poteva raccontare l’universo umano con una profondità fino ad allora riservata al latino.
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Trascrizione interattiva dell'episodio
Nel tardo Cinquecento, l’Italia era, specialmente per gli inglesi, una terra di contrasti: culla del Rinascimento e della grande arte, ma anche luogo di misteri, intrighi e passioni violente. Vero o no, questa visione dell’Italia era lo scenario perfetto per Shakespeare e i suoi contemporanei, per mettere in scena i drammi dell'animo umano senza subire la censura domestica.
Nel Settecento, poi, si diffonde il Grand Tour, un viaggio di formazione che i giovani aristocratici europei facevano in Italia per completare la loro formazione. Le tappe principali erano Roma, Venezia, Firenze e Napoli, dove si studiavano arte e storia. L’Italia diventa così una tappa fondamentale della cultura europea: un “museo a cielo aperto” che serve a formare il gusto e la cultura dell’élite.
Il Romanticismo ottocentesco stravolge nuovamente questa prospettiva. I poeti romantici cercano il sublime, la decadenza, la rovina che testimonia la fragilità dell'uomo. L’Italia diventa così terra di esilio e rifugio: un luogo dove artisti e scrittori possono sperimentare la natura, la passione e la libertà, in contrasto con la società più rigida dei loro Paesi d’origine.
Infine, il Novecento ha visto l'Italia trasformarsi da luogo “bello e ideale”, a un Paese reale, segnato da guerre, crisi e cambiamenti. Per questo la letteratura inizia a raccontare l’Italia in modo più crudo, realistico, concentrandosi sui problemi delle persone e sulla vita quotidiana, senza più idealizzarla.
Ecco, questi sono solo alcuni esempi della varietà di sguardi con cui, nel tempo, gli scrittori hanno osservato l’Italia. Un Paese che non è mai stato solo una semplice destinazione, ma una vera fonte di ispirazione e spesso anche di trasformazione personale.
In questo episodio ci concentreremo in particolare sugli scrittori inglesi che si sono ispirati profondamente al paesaggio e alla cultura italiana, autori che spesso hanno vissuto e in alcuni casi sono anche morti qui, scegliendo l’Italia come ultima casa. Come nel caso di John Keats, che a Roma scrive: “Sento i fiori crescere su di me.” Parole che, con il tempo, diventano reali, perché oggi il poeta riposa proprio qui, al Cimitero Acattolico di Roma.
Io sono Irene e questo è Podcast Italiano, un podcast che ti aiuta a migliorare il tuo italiano attraverso l’ascolto di contenuti sulla storia, la cultura, la società e l’attualità italiana. L’episodio di oggi racconta in che modo l’Italia ha ispirato molti degli scrittori inglesi più amati e famosi al mondo. Sono sicura che scoprirai tante cose interessanti. Prima di iniziare, però, ti ricordo che questo episodio, come tutti gli altri, è accompagnato da una trascrizione. Ormai usiamo un player interattivo che rende la trascrizione anche un esercizio abbastanza divertente: puoi seguire il testo mentre ascolti l’episodio, puoi accedere al glossario, alle spiegazioni grammaticali e, se necessario, puoi anche tradurre parole o porzioni di testo a tua scelta in tempo reale. La trascrizione ovviamente è gratis ed è un’ottima risorsa che ti consiglio di usare. La trovi nelle note di questo episodio, su Spotify o su Apple Podcast, ma anche sul sito podcastitaliano.com. Detto questo, iniziamo: buon ascolto!
Sicuramente conosci o hai sentito parlare di Chaucer, uno degli autori più importanti della letteratura inglese medievale, tanto da essere spesso definito il “padre della letteratura inglese”. Lui fu infatti tra i primi scrittori a rendere l’inglese una lingua letteraria vera e propria, capace di raccontare storie complesse, divertenti, morali e profondamente umane, in un’epoca in cui si faceva letteratura soprattutto in latino o in francese.
La sua opera più famosa è Canterbury Tales. L’idea è semplice ma geniale: un gruppo di pellegrini si mette in viaggio verso una cattedrale e, per passare il tempo, ognuno racconta delle storie. Il risultato è una specie di mosaico di racconti molto diversi tra loro: comici, morali, religiosi, talvolta anche un po’ irriverenti. Attraverso queste voci diverse, Chaucer ci mostra tutta la società del suo tempo, dai nobili ai mercanti, fino ai contadini, con grande ironia e realismo.
Ma quello che spesso si ignora è che Chaucer non è solo un autore “inglese”. La sua formazione e le sue idee sono profondamente europee e, soprattutto, influenzate dalla cultura italiana.
Infatti, nel XIV secolo Chaucer viaggia molto per motivi diplomatici: lavora a Londra come funzionario di corte e si occupa di missioni politiche e commerciali che lo portano anche fuori dall’Inghilterra. È proprio in questi viaggi che entra in contatto con l’Italia, che all’epoca è uno dei centri culturali più avanzati d’Europa, con città come Firenze, Milano e Genova.
Durante questi soggiorni, Chaucer entra in contatto con mercanti italiani, ma soprattutto con la letteratura. Qui scopre autori come Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio, due figure fondamentali della cultura del Trecento italiano. Petrarca è famoso per le sue poesie introspettive e d’amore, Boccaccio invece è conosciuto per il Decameron, un libro in cui dieci persone si raccontano storie per passare il tempo durante un’epidemia: ogni giorno un personaggio diverso racconta una breve storia, spesso ironica, spesso intelligente, spesso assurda, ma sempre con una morale. Ti ricorda qualcosa?
È proprio qui che si vede l’influenza più concreta su Chaucer. Anche Chaucer racconta di un gruppo di persone che si alterna nel raccontare storie. Anche qui non c’è una sola voce, ma tante voci diverse che rappresentano la società. È come se Chaucer avesse preso l’idea di base del Decameron e l’avesse trasformata in una versione inglese, adattata alla sua cultura e al suo mondo. Un esempio ancora più evidente di questa influenza italiana si trova in uno dei racconti più famosi di Chaucer: Il racconto del Chierico, che riproduce esattamente La Storia di Griselda, presente nel Decameron di Boccaccio. Questa storia quindi non nasce in Inghilterra, ma arriva direttamente dalla tradizione italiana.
La trama è la stessa in entrambe le opere, così come il nome della protagonista. Griselda è una giovane donna poverissima che viene sposata da un nobile signore. Prima del matrimonio, lui le impone una condizione estrema: lei dovrà sempre obbedirgli, senza mai mettere in discussione le sue decisioni. Griselda accetta. Dopo il matrimonio, il marito inizia però a testarla: prima le porta via i figli, facendole credere che siano stati uccisi. Poi la umilia pubblicamente e infine la ripudia, fingendo di voler sposare un’altra donna. Griselda, nonostante tutto, non si ribella mai e continua a sopportare in silenzio. Alla fine, il marito rivela che era tutto un test: i figli sono vivi e la nuova “sposa” era solo una messinscena. Griselda, che ha superato la prova e si è dimostrata “all’altezza”, viene accettata come moglie.
Questa stessa identica storia si trova già nel Decameron di Boccaccio e viene tradotta in latino da Petrarca prima di arrivare a Chaucer. Già qui vediamo come la cultura italiana, o la letteratura, in questo caso, abbia influenzato il gusto e il lavoro dello scrittore.
I viaggi in Italia di Chaucer non sono episodi marginali, infatti, ma momenti fondamentali per la sua formazione. Chaucer non si limita a “visitare” l’Italia: entra in contatto con persone, idee, città e testi che cambiano il suo modo di scrivere. Incontra figure importanti, osserva da vicino città come Firenze e Milano, e assorbe una cultura letteraria che in Inghilterra ancora non esisteva in quella forma.
Un altro autore che ha raccontato l’Italia nelle sue opere è Shakespeare, e quello di Shakespeare è forse uno dei misteri più affascinanti di tutta la storia della letteratura. Non abbiamo nessuna prova certa che il Bardo abbia mai messo piede in Italia, eppure le sue opere ne sono così intimamente intrise da aver fatto nascere nei secoli leggende su viaggi segreti o addirittura su una sua ipotetica origine italiana. Ma questa è “pseudostoria”!
Shakespeare sceglie l'Italia come sfondo per ben dodici dei suoi drammi più famosi: troviamo Venezia ne Il mercante di Venezia e Otello, la Sicilia in Molto rumore per nulla e Il racconto d’inverno, Padova ne La bisbetica domata, e Verona ne I due gentiluomini di Verona e Romeo e Giulietta. Altre opere teatrali sono ambientate nell'antico Impero romano e hanno come scenario principale o secondario Roma e le sue colonie: Giulio Cesare, Coriolano, Tito Andronico e Antonio e Cleopatra.
Anche quando l'ambientazione non è in una città italiana, Shakespeare usa personaggi italiani, come in Cimbelino o La commedia degli errori. In Tutto è bene quel che finisce bene, l'Italia è la destinazione del personaggio Bertram, desideroso di fuggire da un matrimonio indesiderato. In Riccardo II, il pavido Riccardo e i suoi adulatori sono ossessionati dalle mode italiche. Anche La Tempesta, pur avendo un'ambientazione immaginaria, prende ispirazione da luoghi italiani.
Il linguista Ernesto Grillo mette in luce come Shakespeare abbia ambientato 106 scene in Italia e abbia utilizzato oltre 800 riferimenti all'Italia in generale: la conoscenza di Shakespeare dell'Italia era molto profonda.
E il Bardo si avvale di diverse fonti italiane come ispirazione per le trame di diverse sue opere. Anche lui si ispira al Decameron di Boccaccio per Cimbelino e Tutto è bene quel che finisce bene; si ispira a Machiavelli con personaggi come Riccardo II e Riccardo III; si ispira a Torquato Tasso, e alla commedia dell’arte italiana: ad esempio, il termine “pantaloon” viene da Pantalone, un famoso personaggio della commedia dell’arte italiana, e appare in inglese, per la prima volta, nell’opera shakespeariana La bisbetica domata.
Ma Shakespeare non viene solo “influenzato” dall’arte italiana: in molti casi prende spunto direttamente da racconti scritti da autori italiani. Tra questi, spiccano Bandello e Fiorentino, due celebri autori che vissero fra il 300 e il 500. Le loro raccolte di novelle circolavano ampiamente nell’Europa del Rinascimento e offrivano un repertorio quasi inesauribile di amori proibiti, intrighi familiari, vendette, gelosie e colpi di scena.
Ed è proprio da questa tradizione narrativa italiana che Shakespeare attinge alcune delle sue storie più celebri. La vicenda di Romeo e Giulietta, per esempio, deriva da racconti italiani che passano attraverso autori come Luigi da Porto e Matteo Bandello, mentre Il mercante di Venezia mostra evidenti debiti verso una novella di Giovanni Fiorentino.
A questo punto, diventa più facile capire perché l’Italia occupi un posto così speciale nella sua immaginazione. Per Shakespeare, la nostra penisola non è una semplice cartolina decorativa: è un generatore di passioni assolute, uno specchio in cui riflettere gli angoli più oscuri e luminosi dell’animo umano. Pensiamo a Verona, lo spazio perfetto per consumare, da una parte, l'odio sociale dei Montecchi e Capuleti e, dall’altra, l'amore fatale di Romeo e Giulietta. Pensiamo alla Serenissima ne Il mercante di Venezia, che diventa il simbolo globale del denaro, del diritto e delle prime spietate regole del capitalismo, o a Otello, dove lo scontro tra la civiltà veneziana e l'esotismo del Moro si consuma tra i palazzi della laguna. Nelle sue mani, città come Padova, Milano, Messina e Roma si trasformano in spazi mitici dove l'onore, l'intrigo politico, l'amore cortese e la gelosia più distruttiva possono esplodere con una purezza e una violenza che la rigida Inghilterra puritana non avrebbe mai tollerato su un palcoscenico di Londra. L'Italia di Shakespeare è un'invenzione straordinaria, così vivida da superare la realtà stessa.
E se parliamo di “superare” i limiti, uno scrittore insuperabile è John Milton, autore de Il Paradiso Perduto, il celebre poema epico che narra la ribellione di Lucifero contro Dio, la sua caduta all'Inferno e il suo piano di vendetta, che culmina nella tentazione di Adamo ed Eva e nella loro cacciata dal Giardino dell'Eden.
Quando Milton arriva in Italia nel 1638, è un giovane studioso curiosissimo. Il suo soggiorno a Firenze, Roma, Napoli e Venezia segna nel profondo la sua maturazione artistica e spirituale: Milton si innamora perdutamente della lingua italiana e della grande tradizione rinascimentale, respirando l'eredità di Dante e Torquato Tasso. A Firenze frequenta le accademie letterarie, stringe legami sinceri con gli intellettuali dell'epoca e si spinge fino a comporre sonetti direttamente in italiano.
È proprio durante i suoi giorni toscani che Milton vive un incontro destinato a rimanere scolpito nella storia della cultura: quello con un anziano e ormai cieco Galileo Galilei. Un momento quasi profetico, che lascerà un segno indelebile nella sua mente e che troverà spazio nel suo capolavoro assoluto, Il paradiso perduto. Le grandi strutture cosmologiche di Dante influenzano profondamente il modo in cui Milton disegna l'universo, il paradiso e l'inferno, così come la scelta del poema epico è influenzata dall’italiano Torquato Tasso. L'Italia offre a Milton il matrimonio perfetto tra la severità del pensiero e la massima espressione della bellezza formale.
L’esperienza italiana di Milton rappresenta in un certo senso la conclusione di un’epoca. Per Chaucer l’Italia era stata la scuola della narrativa; per Shakespeare il teatro delle passioni e degli intrighi; per Milton il luogo della grande cultura umanistica, della poesia epica e della riflessione intellettuale. Ma facciamo un bel salto temporale e vediamo che succede all’inizio dell’Ottocento.
Per secoli gli scrittori inglesi avevano guardato all’Italia come a una fonte per nuove forme narrative, come a un repertorio inesauribile di storie e come modello supremo della grande poesia. Ma all’inizio dell’Ottocento l’Italia smette di essere soltanto una fonte di ispirazione culturale e diventa qualcosa di molto più personale: un rifugio, un sogno, quasi una seconda patria.
I protagonisti di questo nuovo capitolo sono tre giovani poeti romantici che vedono nella penisola non il passato glorioso dell’Europa, ma la promessa di una vita più intensa e più libera. I loro nomi sono Lord Byron, PB Shelley e John Keats. Stiamo parlando di tre delle figure più celebri del Romanticismo, un movimento culturale nato tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento che mette al centro le emozioni, l’immaginazione, la natura e la libertà individuale.
Per questi autori, il poeta non è più un semplice scrittore, ma quasi un ribelle, un visionario, qualcuno che sfida le convenzioni della società. E, proprio per questo, molti di loro entrano in conflitto con l’Inghilterra del loro tempo, una società che percepiscono come troppo rigida, moralista e conservatrice. L’Italia diventa allora un rifugio ideale: un luogo dove vivere con maggiore libertà, dove lasciarsi ispirare dall’arte, dalla natura e dalla storia.
Il più famoso e scandaloso dei tre è probabilmente Lord Byron. Aristocratico, bellissimo, eccentrico e spesso al centro di pettegolezzi e scandali amorosi, Byron è una vera celebrità del suo tempo. Quando arriva in Italia se ne innamora al punto da considerarla una seconda patria. Vive tra Venezia, Ravenna, Pisa e Genova, frequenta artisti, intellettuali e patrioti italiani e arriva persino a sostenere i Carbonari, i movimenti che lottavano per l’indipendenza e la libertà politica. Nei suoi versi descrive l’Italia come la "madre delle arti", un luogo in cui il passato continua a vivere tra rovine, palazzi e monumenti.
Accanto a lui troviamo PB Shelley, forse il più idealista del gruppo. Shelley crede nella libertà politica, nell’uguaglianza e nella possibilità di costruire una società migliore. Le sue idee sono considerate così radicali da renderlo una figura controversa nella sua stessa patria. Insieme alla moglie Mary Shelley, l’autrice di Frankenstein, si trasferisce in Italia e trascorre lunghi periodi tra Pisa, Firenze e la Liguria.
Qui scrive alcune delle sue poesie più celebri, tra cui Ode al vento occidentale.
Nelle sue opere la natura non è mai un semplice sfondo: il vento, il mare e il cielo diventano simboli di cambiamento, rivoluzione e speranza. Per Shelley l’Italia rappresenta quasi un paradiso terrestre, un luogo dove la bellezza della natura e la libertà dello spirito sembrano fondersi. La sua vita però termina tragicamente nel 1822, quando muore in un naufragio nel Golfo della Spezia a soli ventinove anni.
E poi c’è John Keats, il più giovane dei tre e forse il più amato dai lettori moderni. A differenza di Byron e Shelley, Keats non è ricordato per gli scandali o per l’impegno politico, ma per la straordinaria sensibilità della sua poesia. Le sue opere parlano della bellezza, dell’amore, del tempo che passa e della fragilità della vita. Quando arriva in Italia nel 1820 è già gravemente malato di tubercolosi. I medici gli consigliano di lasciare il clima freddo inglese e di trasferirsi a Roma, nella speranza che l’aria più mite possa aiutarlo. Keats trascorre gli ultimi mesi della sua vita in una casa affacciata su Piazza di Spagna, ma le sue condizioni continuano a peggiorare. Muore il 23 febbraio 1821, a soli venticinque anni.
Oggi, quella casa in cui lui viveva è diventata un museo dedicato ai poeti romantici inglesi.
Tra l’altro, per capire fino in fondo il legame tra questi poeti e l’Italia bisogna visitare un luogo speciale di Roma: il Cimitero Acattolico, nel quartiere Testaccio. Qui riposa Keats, che aveva chiesto di non incidere il proprio nome sulla tomba, ma soltanto una frase malinconica: "Qui giace uno il cui nome fu scritto nell'acqua". Lui, che temeva di essere dimenticato, è diventato uno dei poeti più letti in lingua inglese.
Poco distante si trova anche la tomba di Shelley.
Questo luogo colpì profondamente molti scrittori venuti dopo di loro. Henry James lo descrisse come “un giardino dove lacrime e fiori convivono”, mentre Oscar Wilde lo definì “il luogo più sacro di Roma”. Forse nessun altro posto in Italia rappresenta meglio l’essenza del Romanticismo: un cimitero dove la natura consola il dolore e l’arte sopravvive alla morte.
Comunque, ci sono tantissimi altri autori di cui potremmo parlare, ma purtroppo il tempo fugge. Vorrei concludere con una riflessione. Forse è proprio questo il segreto del fascino che l’Italia ha esercitato per secoli sugli scrittori di tutta Europa: è stata qualcosa di diverso per ogni epoca e per ogni autore che l’ha visitata. Per Chaucer, è stata una scuola di narrativa; per Shakespeare, il teatro delle passioni umane; per Milton, il cuore della cultura umanistica; per Byron, Shelley e Keats, un rifugio, una seconda patria e un luogo dove cercare una vita più libera e intensa. Ognuno di loro ha vissuto e sperimentato l’Italia a modo proprio. Ogni scrittore ha trovato qui ciò che stava cercando: bellezza, libertà, ispirazione, avventura o consolazione.
Detto questo, sono curiosa di sapere cosa ne pensi tu.
Conoscevi già il legame tra questi grandi autori e l’Italia?
Ti ha sorpreso scoprire quanta influenza abbia avuto la cultura italiana sulle loro opere?
Fammi sapere. Spero di averti raccontato qualcosa di interessante e di averti fatto vedere l’Italia da una prospettiva un po’ diversa dal solito. Io ti ricordo e ti consiglio di usare la trascrizione, anche dopo l’ascolto, se necessario. E niente... ti ringrazio per l’ascolto e a presto con un nuovo episodio di Podcast Italiano.
Ciao!
L'Italia non è mai stata soltanto una coordinata geografica sulla mappa d'Europa.
Per secoli è stata una musa, un palcoscenico, una necessità intellettuale per chiunque stringesse una penna tra le dita.
Oggi l’Italia viene spesso vista come un’idilliaca cartolina fatta di colline toscane, costiere affollate e “dolce vita”, e quando si parla dell’Italia, magari in qualche canzone, si parla sempre di vino, Gucci, Versace e buon cibo. Ma l'attrazione che l’Italia esercitava sugli scrittori dei secoli passati era qualcosa di infinitamente più complesso, viscerale e mutevole. Ogni epoca storica ha cercato, proiettato e trovato nell’Italia un riflesso dei propri desideri, delle proprie ossessioni e delle proprie mancanze.
Nel Trecento e nel Quattrocento, l’Italia era il luogo in cui il mondo antico stava tornando alla luce. Qui, gli umanisti riscoprivano i manoscritti di Roma e della Grecia antica, classica, mentre autori come Dante, Petrarca e Boccaccio dimostravano che il volgare poteva raccontare l’universo umano con una profondità fino ad allora riservata al latino.
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Trascrizione interattiva dell'episodio
Nel tardo Cinquecento, l’Italia era, specialmente per gli inglesi, una terra di contrasti: culla del Rinascimento e della grande arte, ma anche luogo di misteri, intrighi e passioni violente. Vero o no, questa visione dell’Italia era lo scenario perfetto per Shakespeare e i suoi contemporanei, per mettere in scena i drammi dell'animo umano senza subire la censura domestica.
Nel Settecento, poi, si diffonde il Grand Tour, un viaggio di formazione che i giovani aristocratici europei facevano in Italia per completare la loro formazione. Le tappe principali erano Roma, Venezia, Firenze e Napoli, dove si studiavano arte e storia. L’Italia diventa così una tappa fondamentale della cultura europea: un “museo a cielo aperto” che serve a formare il gusto e la cultura dell’élite.
Il Romanticismo ottocentesco stravolge nuovamente questa prospettiva. I poeti romantici cercano il sublime, la decadenza, la rovina che testimonia la fragilità dell'uomo. L’Italia diventa così terra di esilio e rifugio: un luogo dove artisti e scrittori possono sperimentare la natura, la passione e la libertà, in contrasto con la società più rigida dei loro Paesi d’origine.
Infine, il Novecento ha visto l'Italia trasformarsi da luogo “bello e ideale”, a un Paese reale, segnato da guerre, crisi e cambiamenti. Per questo la letteratura inizia a raccontare l’Italia in modo più crudo, realistico, concentrandosi sui problemi delle persone e sulla vita quotidiana, senza più idealizzarla.
Ecco, questi sono solo alcuni esempi della varietà di sguardi con cui, nel tempo, gli scrittori hanno osservato l’Italia. Un Paese che non è mai stato solo una semplice destinazione, ma una vera fonte di ispirazione e spesso anche di trasformazione personale.
In questo episodio ci concentreremo in particolare sugli scrittori inglesi che si sono ispirati profondamente al paesaggio e alla cultura italiana, autori che spesso hanno vissuto e in alcuni casi sono anche morti qui, scegliendo l’Italia come ultima casa. Come nel caso di John Keats, che a Roma scrive: “Sento i fiori crescere su di me.” Parole che, con il tempo, diventano reali, perché oggi il poeta riposa proprio qui, al Cimitero Acattolico di Roma.
Io sono Irene e questo è Podcast Italiano, un podcast che ti aiuta a migliorare il tuo italiano attraverso l’ascolto di contenuti sulla storia, la cultura, la società e l’attualità italiana. L’episodio di oggi racconta in che modo l’Italia ha ispirato molti degli scrittori inglesi più amati e famosi al mondo. Sono sicura che scoprirai tante cose interessanti. Prima di iniziare, però, ti ricordo che questo episodio, come tutti gli altri, è accompagnato da una trascrizione. Ormai usiamo un player interattivo che rende la trascrizione anche un esercizio abbastanza divertente: puoi seguire il testo mentre ascolti l’episodio, puoi accedere al glossario, alle spiegazioni grammaticali e, se necessario, puoi anche tradurre parole o porzioni di testo a tua scelta in tempo reale. La trascrizione ovviamente è gratis ed è un’ottima risorsa che ti consiglio di usare. La trovi nelle note di questo episodio, su Spotify o su Apple Podcast, ma anche sul sito podcastitaliano.com. Detto questo, iniziamo: buon ascolto!
Sicuramente conosci o hai sentito parlare di Chaucer, uno degli autori più importanti della letteratura inglese medievale, tanto da essere spesso definito il “padre della letteratura inglese”. Lui fu infatti tra i primi scrittori a rendere l’inglese una lingua letteraria vera e propria, capace di raccontare storie complesse, divertenti, morali e profondamente umane, in un’epoca in cui si faceva letteratura soprattutto in latino o in francese.
La sua opera più famosa è Canterbury Tales. L’idea è semplice ma geniale: un gruppo di pellegrini si mette in viaggio verso una cattedrale e, per passare il tempo, ognuno racconta delle storie. Il risultato è una specie di mosaico di racconti molto diversi tra loro: comici, morali, religiosi, talvolta anche un po’ irriverenti. Attraverso queste voci diverse, Chaucer ci mostra tutta la società del suo tempo, dai nobili ai mercanti, fino ai contadini, con grande ironia e realismo.
Ma quello che spesso si ignora è che Chaucer non è solo un autore “inglese”. La sua formazione e le sue idee sono profondamente europee e, soprattutto, influenzate dalla cultura italiana.
Infatti, nel XIV secolo Chaucer viaggia molto per motivi diplomatici: lavora a Londra come funzionario di corte e si occupa di missioni politiche e commerciali che lo portano anche fuori dall’Inghilterra. È proprio in questi viaggi che entra in contatto con l’Italia, che all’epoca è uno dei centri culturali più avanzati d’Europa, con città come Firenze, Milano e Genova.
Durante questi soggiorni, Chaucer entra in contatto con mercanti italiani, ma soprattutto con la letteratura. Qui scopre autori come Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio, due figure fondamentali della cultura del Trecento italiano. Petrarca è famoso per le sue poesie introspettive e d’amore, Boccaccio invece è conosciuto per il Decameron, un libro in cui dieci persone si raccontano storie per passare il tempo durante un’epidemia: ogni giorno un personaggio diverso racconta una breve storia, spesso ironica, spesso intelligente, spesso assurda, ma sempre con una morale. Ti ricorda qualcosa?
È proprio qui che si vede l’influenza più concreta su Chaucer. Anche Chaucer racconta di un gruppo di persone che si alterna nel raccontare storie. Anche qui non c’è una sola voce, ma tante voci diverse che rappresentano la società. È come se Chaucer avesse preso l’idea di base del Decameron e l’avesse trasformata in una versione inglese, adattata alla sua cultura e al suo mondo. Un esempio ancora più evidente di questa influenza italiana si trova in uno dei racconti più famosi di Chaucer: Il racconto del Chierico, che riproduce esattamente La Storia di Griselda, presente nel Decameron di Boccaccio. Questa storia quindi non nasce in Inghilterra, ma arriva direttamente dalla tradizione italiana.
La trama è la stessa in entrambe le opere, così come il nome della protagonista. Griselda è una giovane donna poverissima che viene sposata da un nobile signore. Prima del matrimonio, lui le impone una condizione estrema: lei dovrà sempre obbedirgli, senza mai mettere in discussione le sue decisioni. Griselda accetta. Dopo il matrimonio, il marito inizia però a testarla: prima le porta via i figli, facendole credere che siano stati uccisi. Poi la umilia pubblicamente e infine la ripudia, fingendo di voler sposare un’altra donna. Griselda, nonostante tutto, non si ribella mai e continua a sopportare in silenzio. Alla fine, il marito rivela che era tutto un test: i figli sono vivi e la nuova “sposa” era solo una messinscena. Griselda, che ha superato la prova e si è dimostrata “all’altezza”, viene accettata come moglie.
Questa stessa identica storia si trova già nel Decameron di Boccaccio e viene tradotta in latino da Petrarca prima di arrivare a Chaucer. Già qui vediamo come la cultura italiana, o la letteratura, in questo caso, abbia influenzato il gusto e il lavoro dello scrittore.
I viaggi in Italia di Chaucer non sono episodi marginali, infatti, ma momenti fondamentali per la sua formazione. Chaucer non si limita a “visitare” l’Italia: entra in contatto con persone, idee, città e testi che cambiano il suo modo di scrivere. Incontra figure importanti, osserva da vicino città come Firenze e Milano, e assorbe una cultura letteraria che in Inghilterra ancora non esisteva in quella forma.
Un altro autore che ha raccontato l’Italia nelle sue opere è Shakespeare, e quello di Shakespeare è forse uno dei misteri più affascinanti di tutta la storia della letteratura. Non abbiamo nessuna prova certa che il Bardo abbia mai messo piede in Italia, eppure le sue opere ne sono così intimamente intrise da aver fatto nascere nei secoli leggende su viaggi segreti o addirittura su una sua ipotetica origine italiana. Ma questa è “pseudostoria”!
Shakespeare sceglie l'Italia come sfondo per ben dodici dei suoi drammi più famosi: troviamo Venezia ne Il mercante di Venezia e Otello, la Sicilia in Molto rumore per nulla e Il racconto d’inverno, Padova ne La bisbetica domata, e Verona ne I due gentiluomini di Verona e Romeo e Giulietta. Altre opere teatrali sono ambientate nell'antico Impero romano e hanno come scenario principale o secondario Roma e le sue colonie: Giulio Cesare, Coriolano, Tito Andronico e Antonio e Cleopatra.
Anche quando l'ambientazione non è in una città italiana, Shakespeare usa personaggi italiani, come in Cimbelino o La commedia degli errori. In Tutto è bene quel che finisce bene, l'Italia è la destinazione del personaggio Bertram, desideroso di fuggire da un matrimonio indesiderato. In Riccardo II, il pavido Riccardo e i suoi adulatori sono ossessionati dalle mode italiche. Anche La Tempesta, pur avendo un'ambientazione immaginaria, prende ispirazione da luoghi italiani.
Il linguista Ernesto Grillo mette in luce come Shakespeare abbia ambientato 106 scene in Italia e abbia utilizzato oltre 800 riferimenti all'Italia in generale: la conoscenza di Shakespeare dell'Italia era molto profonda.
E il Bardo si avvale di diverse fonti italiane come ispirazione per le trame di diverse sue opere. Anche lui si ispira al Decameron di Boccaccio per Cimbelino e Tutto è bene quel che finisce bene; si ispira a Machiavelli con personaggi come Riccardo II e Riccardo III; si ispira a Torquato Tasso, e alla commedia dell’arte italiana: ad esempio, il termine “pantaloon” viene da Pantalone, un famoso personaggio della commedia dell’arte italiana, e appare in inglese, per la prima volta, nell’opera shakespeariana La bisbetica domata.
Ma Shakespeare non viene solo “influenzato” dall’arte italiana: in molti casi prende spunto direttamente da racconti scritti da autori italiani. Tra questi, spiccano Bandello e Fiorentino, due celebri autori che vissero fra il 300 e il 500. Le loro raccolte di novelle circolavano ampiamente nell’Europa del Rinascimento e offrivano un repertorio quasi inesauribile di amori proibiti, intrighi familiari, vendette, gelosie e colpi di scena.
Ed è proprio da questa tradizione narrativa italiana che Shakespeare attinge alcune delle sue storie più celebri. La vicenda di Romeo e Giulietta, per esempio, deriva da racconti italiani che passano attraverso autori come Luigi da Porto e Matteo Bandello, mentre Il mercante di Venezia mostra evidenti debiti verso una novella di Giovanni Fiorentino.
A questo punto, diventa più facile capire perché l’Italia occupi un posto così speciale nella sua immaginazione. Per Shakespeare, la nostra penisola non è una semplice cartolina decorativa: è un generatore di passioni assolute, uno specchio in cui riflettere gli angoli più oscuri e luminosi dell’animo umano. Pensiamo a Verona, lo spazio perfetto per consumare, da una parte, l'odio sociale dei Montecchi e Capuleti e, dall’altra, l'amore fatale di Romeo e Giulietta. Pensiamo alla Serenissima ne Il mercante di Venezia, che diventa il simbolo globale del denaro, del diritto e delle prime spietate regole del capitalismo, o a Otello, dove lo scontro tra la civiltà veneziana e l'esotismo del Moro si consuma tra i palazzi della laguna. Nelle sue mani, città come Padova, Milano, Messina e Roma si trasformano in spazi mitici dove l'onore, l'intrigo politico, l'amore cortese e la gelosia più distruttiva possono esplodere con una purezza e una violenza che la rigida Inghilterra puritana non avrebbe mai tollerato su un palcoscenico di Londra. L'Italia di Shakespeare è un'invenzione straordinaria, così vivida da superare la realtà stessa.
E se parliamo di “superare” i limiti, uno scrittore insuperabile è John Milton, autore de Il Paradiso Perduto, il celebre poema epico che narra la ribellione di Lucifero contro Dio, la sua caduta all'Inferno e il suo piano di vendetta, che culmina nella tentazione di Adamo ed Eva e nella loro cacciata dal Giardino dell'Eden.
Quando Milton arriva in Italia nel 1638, è un giovane studioso curiosissimo. Il suo soggiorno a Firenze, Roma, Napoli e Venezia segna nel profondo la sua maturazione artistica e spirituale: Milton si innamora perdutamente della lingua italiana e della grande tradizione rinascimentale, respirando l'eredità di Dante e Torquato Tasso. A Firenze frequenta le accademie letterarie, stringe legami sinceri con gli intellettuali dell'epoca e si spinge fino a comporre sonetti direttamente in italiano.
È proprio durante i suoi giorni toscani che Milton vive un incontro destinato a rimanere scolpito nella storia della cultura: quello con un anziano e ormai cieco Galileo Galilei. Un momento quasi profetico, che lascerà un segno indelebile nella sua mente e che troverà spazio nel suo capolavoro assoluto, Il paradiso perduto. Le grandi strutture cosmologiche di Dante influenzano profondamente il modo in cui Milton disegna l'universo, il paradiso e l'inferno, così come la scelta del poema epico è influenzata dall’italiano Torquato Tasso. L'Italia offre a Milton il matrimonio perfetto tra la severità del pensiero e la massima espressione della bellezza formale.
L’esperienza italiana di Milton rappresenta in un certo senso la conclusione di un’epoca. Per Chaucer l’Italia era stata la scuola della narrativa; per Shakespeare il teatro delle passioni e degli intrighi; per Milton il luogo della grande cultura umanistica, della poesia epica e della riflessione intellettuale. Ma facciamo un bel salto temporale e vediamo che succede all’inizio dell’Ottocento.
Per secoli gli scrittori inglesi avevano guardato all’Italia come a una fonte per nuove forme narrative, come a un repertorio inesauribile di storie e come modello supremo della grande poesia. Ma all’inizio dell’Ottocento l’Italia smette di essere soltanto una fonte di ispirazione culturale e diventa qualcosa di molto più personale: un rifugio, un sogno, quasi una seconda patria.
I protagonisti di questo nuovo capitolo sono tre giovani poeti romantici che vedono nella penisola non il passato glorioso dell’Europa, ma la promessa di una vita più intensa e più libera. I loro nomi sono Lord Byron, PB Shelley e John Keats. Stiamo parlando di tre delle figure più celebri del Romanticismo, un movimento culturale nato tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento che mette al centro le emozioni, l’immaginazione, la natura e la libertà individuale.
Per questi autori, il poeta non è più un semplice scrittore, ma quasi un ribelle, un visionario, qualcuno che sfida le convenzioni della società. E, proprio per questo, molti di loro entrano in conflitto con l’Inghilterra del loro tempo, una società che percepiscono come troppo rigida, moralista e conservatrice. L’Italia diventa allora un rifugio ideale: un luogo dove vivere con maggiore libertà, dove lasciarsi ispirare dall’arte, dalla natura e dalla storia.
Il più famoso e scandaloso dei tre è probabilmente Lord Byron. Aristocratico, bellissimo, eccentrico e spesso al centro di pettegolezzi e scandali amorosi, Byron è una vera celebrità del suo tempo. Quando arriva in Italia se ne innamora al punto da considerarla una seconda patria. Vive tra Venezia, Ravenna, Pisa e Genova, frequenta artisti, intellettuali e patrioti italiani e arriva persino a sostenere i Carbonari, i movimenti che lottavano per l’indipendenza e la libertà politica. Nei suoi versi descrive l’Italia come la "madre delle arti", un luogo in cui il passato continua a vivere tra rovine, palazzi e monumenti.
Accanto a lui troviamo PB Shelley, forse il più idealista del gruppo. Shelley crede nella libertà politica, nell’uguaglianza e nella possibilità di costruire una società migliore. Le sue idee sono considerate così radicali da renderlo una figura controversa nella sua stessa patria. Insieme alla moglie Mary Shelley, l’autrice di Frankenstein, si trasferisce in Italia e trascorre lunghi periodi tra Pisa, Firenze e la Liguria.
Qui scrive alcune delle sue poesie più celebri, tra cui Ode al vento occidentale.
Nelle sue opere la natura non è mai un semplice sfondo: il vento, il mare e il cielo diventano simboli di cambiamento, rivoluzione e speranza. Per Shelley l’Italia rappresenta quasi un paradiso terrestre, un luogo dove la bellezza della natura e la libertà dello spirito sembrano fondersi. La sua vita però termina tragicamente nel 1822, quando muore in un naufragio nel Golfo della Spezia a soli ventinove anni.
E poi c’è John Keats, il più giovane dei tre e forse il più amato dai lettori moderni. A differenza di Byron e Shelley, Keats non è ricordato per gli scandali o per l’impegno politico, ma per la straordinaria sensibilità della sua poesia. Le sue opere parlano della bellezza, dell’amore, del tempo che passa e della fragilità della vita. Quando arriva in Italia nel 1820 è già gravemente malato di tubercolosi. I medici gli consigliano di lasciare il clima freddo inglese e di trasferirsi a Roma, nella speranza che l’aria più mite possa aiutarlo. Keats trascorre gli ultimi mesi della sua vita in una casa affacciata su Piazza di Spagna, ma le sue condizioni continuano a peggiorare. Muore il 23 febbraio 1821, a soli venticinque anni.
Oggi, quella casa in cui lui viveva è diventata un museo dedicato ai poeti romantici inglesi.
Tra l’altro, per capire fino in fondo il legame tra questi poeti e l’Italia bisogna visitare un luogo speciale di Roma: il Cimitero Acattolico, nel quartiere Testaccio. Qui riposa Keats, che aveva chiesto di non incidere il proprio nome sulla tomba, ma soltanto una frase malinconica: "Qui giace uno il cui nome fu scritto nell'acqua". Lui, che temeva di essere dimenticato, è diventato uno dei poeti più letti in lingua inglese.
Poco distante si trova anche la tomba di Shelley.
Questo luogo colpì profondamente molti scrittori venuti dopo di loro. Henry James lo descrisse come “un giardino dove lacrime e fiori convivono”, mentre Oscar Wilde lo definì “il luogo più sacro di Roma”. Forse nessun altro posto in Italia rappresenta meglio l’essenza del Romanticismo: un cimitero dove la natura consola il dolore e l’arte sopravvive alla morte.
Comunque, ci sono tantissimi altri autori di cui potremmo parlare, ma purtroppo il tempo fugge. Vorrei concludere con una riflessione. Forse è proprio questo il segreto del fascino che l’Italia ha esercitato per secoli sugli scrittori di tutta Europa: è stata qualcosa di diverso per ogni epoca e per ogni autore che l’ha visitata. Per Chaucer, è stata una scuola di narrativa; per Shakespeare, il teatro delle passioni umane; per Milton, il cuore della cultura umanistica; per Byron, Shelley e Keats, un rifugio, una seconda patria e un luogo dove cercare una vita più libera e intensa. Ognuno di loro ha vissuto e sperimentato l’Italia a modo proprio. Ogni scrittore ha trovato qui ciò che stava cercando: bellezza, libertà, ispirazione, avventura o consolazione.
Detto questo, sono curiosa di sapere cosa ne pensi tu.
Conoscevi già il legame tra questi grandi autori e l’Italia?
Ti ha sorpreso scoprire quanta influenza abbia avuto la cultura italiana sulle loro opere?
Fammi sapere. Spero di averti raccontato qualcosa di interessante e di averti fatto vedere l’Italia da una prospettiva un po’ diversa dal solito. Io ti ricordo e ti consiglio di usare la trascrizione, anche dopo l’ascolto, se necessario. E niente... ti ringrazio per l’ascolto e a presto con un nuovo episodio di Podcast Italiano.
Ciao!






























































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