L'Italia, fra fast fashion e alta moda
In questo episodio di livello intermedio, parliamo di moda: dal lusso dell'alta sartoria italiana al fast fashion, passando per i segreti del Made in Italy, l'impatto ambientale dell'industria tessile e le alternative sostenibili che stanno emergendo in Italia.
Scopri Dentro l'Italia - Corso di italiano avanzato (C1)
Accedi o registrati per continuare a leggere
Quando pensiamo alla moda in Italia, la mente corre subito ai grandi nomi: Gucci, Prada, Armani, Valentino, Versace, Fendi, Dolce & Gabbana. Il Made in Italy, nel mondo, è sinonimo di eleganza, qualità, artigianato. È un’immagine potente, quasi mitica: l’Italia come patria del bello, dei tessuti pregiati, dei tagli perfetti, dello stile senza sforzo. Eppure, accanto a questa immagine, da anni esiste un’altra realtà, molto meno glamour ma molto più quotidiana: quella del fast fashion.
Oggi, infatti, nel Paese dell’alta moda (insieme alla Francia, per carità!) convivono due mondi opposti. Da una parte il lusso, il racconto della qualità, della tradizione, della sartoria. Dall’altra una moda veloce, economica, usa e getta, fatta di capi che costano pochissimo, durano poco e spesso vengono indossati solo poche volte. Ed è proprio questo il paradosso italiano: l’Italia non è solo alta sartoria, alta moda, ma anche uno dei mercati europei più immersi nella spirale del consumo rapido di abiti.
Scarica la versione PDF della trascrizione
Trascrizione interattiva dell'episodio
Io sono Irene e questo è Podcast Italiano, un podcast che ti aiuta a migliorare il tuo italiano attraverso l’ascolto di contenuti sulla storia, la cultura, la società e l’attualità italiana. L’episodio di oggi racconta il rapporto degli italiani col fast fashion e l’alta moda: parleremo della verità che c’è dietro la produzione di abiti da parte di brand famosi, di lusso e non, e anche delle alternative e delle possibili soluzioni che gli italiani cercano di adottare per contrastare questo grande problema che coinvolge tutti noi, il fast fashion.
Prima di iniziare, però, ti ricordo che questo episodio, come tutti gli altri, è accompagnato da una trascrizione. Nella trascrizione non troverai solo il testo dell’episodio, che comunque potrai seguire mentre mi ascolti parlare, e questo è molto utile e ti consiglio di farlo, ma troverai anche delle note: lessicali e grammaticali. Le note lessicali sono praticamente un glossario, dove troverai tutte le parole più difficili che ho usato, tradotte in inglese e spiegate in italiano. Le note grammaticali invece ti spiegano tutta la grammatica difficile che ho usato durante l’episodio. Così, se non capisci una struttura grammaticale, oppure hai dei dubbi riguardo l’uso di una certa struttura vedrai che, con le note grammaticali, verranno tutti chiariti. La trascrizione ovviamente è gratis ed è un’ottima risorsa che ti consiglio di usare. La trovi nelle note di questo episodio, su Spotify o su Apple Podcast, ma anche sul sito podcastitaliano.com.
Iniziamo: buon ascolto!
Per capire il paradosso della situazione “moda” in Italia bisogna partire da una domanda semplice: gli italiani seguonodavvero la moda? Non sempre. O meglio: non nel senso superficiale del termine. Non tutti inseguono le tendenze del momento, non tutti sono ossessionati dalle sfilate o dalle marche. Piuttosto, gli italiani, in generale, hanno gusto. E avere gusto non è la stessa cosa che seguire la moda. Vuol dire saper scegliere abiti semplici ma belli, curati, equilibrati, mai troppo eccessivi. Lo stile italiano, spesso, è proprio questo: essenziale, sobrio, elegante. Non troppo appariscente, non troppo carico.
In Italia, il modo di vestirsi ha un peso culturale e sociale importante. Vestirsi bene non significa necessariamente spendere molto, ma apparire curati, in ordine, appropriati. Fare una bella figura conta. Conta da sempre. Ed è qui che il discorso si complica, perché quando scegliamo cosa indossare di solito ci guidano il gusto, l’identità, il desiderio di apparire, di esprimerci. Molto più raramente ci fermiamo a chiederci da dove viene un vestito, chi l’ha prodotto, in quali condizioni, con quale impatto sull’ambiente. Non per cattiveria o superficialità, ma perché oggi fare una scelta davvero etica è molto più difficile di quanto sembri.
Quasi tutto ciò che compriamo porta con sé qualche contraddizione: sfruttamento del lavoro, produzioni poco trasparenti, danni ambientali, trasporti globali che inquinano, materiali sintetici, sprechi enormi. Vivere in modo perfettamente puro e sostenibile, oggi, è quasi impossibile.
A meno che non vogliamo tutti trasferirci in un bosco, vivere di caccia, bere dal fiume e andare a dormire al tramonto, ipotesi piuttosto estrema e poco realistica, ma è chiaro che oggi vivere in modo totalmente pulito ed etico è quasi impossibile. Però questo non significa che allora dobbiamo fare finta di niente. Certo, ogni tanto si chiude un occhio, capita a tutti, ma una cosa è accettare i propri limiti, cioè essere consapevoli che non possiamo essere perfetti, degli eroi dell’etica, un’altra cosa è far finta che non esistano quei limiti, e continuare a scegliere sempre l’opzione più comoda, più economica e più dannosa senza nemmeno pensare al problema e alle conseguenze.
E proprio a questo serve guardare dietro le quinte della moda. Negli ultimi anni, diverse inchieste giornalistiche e documentari, come Dark Fashion, prodotto da Rai Documentari, hanno iniziato a raccontare cosa succede davvero dietro le quinte dell’alta moda. Perché anche l’alta moda ha i suoi difettucci. Quello che emerge è che l’alta moda non è sempre sinonimo di artigianalità pura, né di sostenibilità. Molti grandi marchi non producono direttamente i loro capi, per esempio, ma si affidano ad aziende esterne, i cosiddetti terzisti: piccole imprese italiane (e non) che realizzano concretamente le borse, le scarpe e i vestiti.
Quindi spesso le aziende italiane più piccole e sconosciute fanno il lavoro vero: cucire, tagliare, assemblare scarpe, borse e vestiti; i grandi marchi guadagnano, e i produttori ottengono solo una piccola parte del prezzo finale, anche per capi che vengono venduti a migliaia di euro. Ad esempio, per una borsa venduta a oltre 1000 euro, il produttore può ricevere solo 20/30 euro.
E questo se ci dice bene, cioè se siamo fortunati e la nostra borsa è stata veramente prodotta in Italia da italiani. Perché spesso leggere “Made in Italy” non corrisponde esattamente ad avere una borsa veramente prodotta interamente in Italia.
Il marchio "Made in Italy" indica che il prodotto ha subito l'ultima trasformazione sostanziale in Italia, ma non garantisce che tutte le materie prime siano italiane o che tutta la produzione, la lavorazione sia avvenuta in Italia. È legale utilizzare l'etichetta Made in Italy anche se i materiali arrivano dall’estero, se poi vengono lavorati in Italia. Secondo il codice doganale, è necessario che in Italia avvenga la fase di produzione "importante" che dà al prodotto la sua caratteristica. Se acquisti una borsa di pelle, magari quella non è pelle italiana, però in Italia è avvenuto il processo, la lavorazione, che ha trasformato quella pelle in una borsa. E allora sì, è “made in Italy”.
Attenzione, perché solo la certificazione "100% Made in Italy" garantisce che l'intero ciclo produttivo, la progettazione e le materie prime siano italiane e non provengano dall’estero, in Paesi dove le risorse o il lavoro costano molto meno.
Un paio di anni fa c’è stato uno scandalo a Firenze, dove delle aziende applicavano all'interno delle scarpe che vendevano un’etichetta con scritto Made in Italy ma in realtà le scarpe erano prodotte in Tunisia. Le autorità hanno sequestrato ben 18.500 paia di scarpe, per un valore di quasi 400.000 euro. A quanto pare, queste aziende che facevano? Esportavano dall’Italia la pelle, vera pelle italiana. La portavano in Tunisia, lì facevano tutto il lavoro, quindi trasformavano questa pelle in scarpe, e poi le scarpe venivano importate, praticamente quasi finite, in Italia. Però abbiamo detto che è legale lavorare un prodotto all’estero e usare l’etichetta del Made In Italy, ma solo se la parte di lavorazione più importante, più “trasformante” avviene in Italia. In questo caso, la pelle veniva dall’Italia, ma la lavorazione era stata effettuata in Tunisia, quindi al massimo erano made in… Tunisia!
Quindi tu immagina che paghi un prodotto tantissimo e poi non sai neanche effettivamente da dove viene o dove è stato prodotto. Certo, è anche vero che spesso acquistare qualcosa di marca è un investimento, no? Ad esempio scarpe o borse di lusso non possiamo permettercele tutti. No? Ma siccome oggi il lusso e le marche famose vanno molto di moda, soprattutto con l’avvento dei social network, dove ci piace mostrare la nostra vita, ostentare chi siamo, quanti soldi abbiamo, cosa facciamo… insomma, un po’ tutto, dunque tutti siamo un po’ appassionati di tendenza e di lusso. Soprattutto i giovani. E come fanno i giovani, che magari neanche lavorano o hanno appena iniziato a lavorare, a permettersi scarpe o borse di lusso? Beh, comprano i falsi. Oppure delle “riproduzioni”. Perché la verità è che se Versacecrea un bellissimo completo, quello stesso completo (ovviamente non uguale, ma simile) viene poi riproposto da altri negozi, fisici o online, a prezzi bassissimi.
Ed è proprio qui che entra in scena il fast fashion. Se l’alta moda costa migliaia di euro, marchi come Zara, H&M, Primark, Pull&Bear, Shein o Temu offrono vestiti alla moda a prezzi bassissimi, accessibili quasi a tutti. Il loro modello è semplice: produrre rapidamente, vendere tantissimo, cambiare collezioni di continuo. Oggi si parla persino di ultra-fast fashion: capi progettati, realizzati e messi in vendita in pochissimo tempo, spesso seguendo in tempo reale le tendenze nate sui social. Un colore, un top, una gonna, una stampa diventano virali, e nel giro di pochi giorni vengono prodotti in massa.
Il motivo per cui questo sistema funziona è ovvio: è facile, immediato, economico. Basta un clic. Non serve neanche uscire di casa. E in un Paese come l’Italia, dove gli stipendi spesso non crescono quanto cresce il costo della vita, comprare vestiti economici sembra per molti una scelta quasi obbligata. Se un cappotto di qualità costa moltissimo e un’alternativa low cost costa una piccola frazione, è chiaro che tante persone scelgano la seconda. Non solo per leggerezza, ma anche per necessità.
A questo si aggiunge il fattore culturale. In Italia l’abbigliamento conta. La pressione sociale a presentarsi bene, ad avere il look giusto, a sentirsi adeguati in ogni contesto è reale. Non bisogna per forza essere eleganti o ricchi, ma curati… quello sì. E così nasce l’idea di dover avere sempre l’outfit giusto per ogni occasione: per l’università, per il lavoro, per l’aperitivo, per una cena, per una vacanza, per una foto sui social. Il guardaroba si rinnova continuamente, spesso non per bisogno, ma per desiderio di aggiornarsi, di sentirsi allineati, di raccontare qualcosa di sé.
Negli ultimi anni questa dinamica è stata accelerata dalle piattaforme digitali. Shein, Temu e altri colossi online hanno invaso anche il mercato italiano con prezzi bassissimi e un’offerta praticamente infinita. Per molti consumatori, soprattutto giovani, il fast fashion è diventato uno strumento di espressione e appartenenza sociale. Si compra non solo perché serve un vestito, ma perché si vuole cambiare, sperimentare, sembrare sempre nuovi. Il problema è che questa rapidità si traduce spesso in capi indossati pochissime volte e poi dimenticati, restituiti, buttati, rivenduti o accumulati.
E i numeri aiutano a capire la dimensione del fenomeno. In Europa, ogni cittadino acquista in media circa 19 chili di prodotti tessili all’anno tra vestiti, scarpe e biancheria per la casa. E quasi la stessa quantità, circa 16 chili, diventa rifiuto tessile. È come comprare ogni anno una valigia piena di vestiti, sceglierne ⅘ e poi buttare il resto della valigia. È un dato impressionante, perché mostra quanto il nostro rapporto con l’abbigliamento sia diventato veloce, superficiale e dispersivo.
In Italia la situazione è particolarmente delicata anche sul piano dello smaltimento. In primis, i vestiti che vengono buttati spesso non sono neanche consumati, rovinati, o rotti. Molto spesso sono solo passati di moda, oppure ci siamo stancati di usarli, oppure li abbiamo comprati d’impulso e poi indossati pochissime volte. Poi, spesso si dice che gli abiti vecchi che buttiamo vengano riciclati. Ma solo una piccolissima parte degli abiti usati viene davvero riciclata; il resto, nella maggior parte dei casi, finisce in discarica o viene bruciato. E qui si vede bene uno dei grandi paradossi della moda contemporanea: produciamo tantissimo, consumiamo velocemente o non consumiamo proprio, e buttiamo via quasi subito, per poi ricominciare da capo. È un ciclo più che fast, è proprio rapidissimo, che sembra normale, solo perché ormai ci siamo abituati, ma non lo è affatto.
Il danno, però, non è solo nei rifiuti. È anche nella produzione. Per realizzare vestiti si consumano enormi quantità di acqua, energia e materie prime. Pensa che, per produrre una sola maglietta di cotone servono 2.700 litri di acqua, cioè quanto una persona beve in 2 anni e mezzo. E il problema non finisce neanche qui. Perché oltre allo spreco di acqua, la produzione tessile inquina anche in molti altri modi.
Per esempio, si stima che sia responsabile di circa il 20% dell’inquinamento globale dell’acqua potabile. Questo succede soprattutto durante alcune fasi della lavorazione dei tessuti, come la tintura e quando si usano trattamenti chimici per dare ai vestiti un certo colore, una certa consistenza o un certo effetto finale. Quindi non si consuma solo tantissima acqua: spesso la si sporca, la si inquina, la si contamina anche.
E non solo con tinture e trattamenti chimici, ma anche con i materiali sintetici, come il poliestere o il nylon, che oggi sono ovunque, perché costano poco e sono molto pratici da produrre. Il problema è che ogni volta che li laviamo rilascianonell’acqua minuscole fibre di plastica, cioè microplastiche. Un solo bucato di vestiti sintetici può liberare centinaia di migliaia di microplastiche. E queste microplastiche, alla fine, arrivano nei fiumi, nei mari, negli oceani. Entrano nell’ambiente, vengono ingerite dagli animali marini, finiscono nella catena alimentare e, in un modo o nell’altro, tornano anche a noi, nel cibo che mangiamo o nell’acqua che beviamo. Quindi sì, il vestito economico che compriamo oggi e laviamo dieci volte non resta solo nel nostro armadio: lascia tracce in vari modi e luoghi, e più di quanto immaginiamo.
Per non parlare delle sostanze chimiche presenti nei tessuti. Alcune analisi hanno trovato in certi capi tracce di sostanze potenzialmente dannose, utilizzate nei processi industriali: formaldeide, coloranti tossici, metalli pesanti, ftalati.
A tutto questo si aggiunge anche il problema delle emissioni. Produrre vestiti significa usare energia, trasportare materiali, spostare merci da un continente all’altro, imballare, distribuire, consegnare. Insomma, ogni capo ha un’improntaambientale molto più grande di quella che vediamo.
Infine, in Italia, il fast fashion non ha conseguenze solo sui consumatori e sull’ambiente, ma anche sull’industria italiana della moda. Perché mentre noi compriamo vestiti sempre più economici, tante aziende locali fanno sempre più fatica aresistere. L’ultra fast fashion, quello delle piattaforme che vendono capi a prezzi bassissimi e con ritmi folli, sta mettendo in crisi molte realtà produttive italiane. Le importazioni aumentano, soprattutto dall’Asia, e competere con quei prezzi è quasi impossibile. Il risultato è che la produzione tessile italiana, in molti settori, cala, e diverse imprese artigiane chiudono. Ed è un problema enorme, perché l’Italia non è solo passerelle e grandi marchi: è anche laboratori, piccole aziende, artigiani, distretti produttivi che effettivamente poi producono la maggior parte di tutte quelle scarpe, borse o abiti di lusso che sogniamo o che abbiamo nell’armadio, se siamo fortunati.
Per non parlare, poi, del costo umano. Dietro molti capi venduti a prezzi stracciati ci sono spesso filiere poco trasparenti, salari bassissimi, turni pesanti, condizioni di lavoro dure. In diversi casi, in molte parti del mondo, sono stati documentati sfruttamento dei lavoratori e perfino lavoro minorile. Non significa che ogni singolo vestito sia stato prodotto nelle peggiori condizioni possibili, ma una cosa è chiara: quando un capo costa pochissimo, quasi sempre qualcuno, da qualche parte, ha pagato il prezzo vero, col sudore e il lavoro, ricevendo in cambio solo pochi centesimi.
Ed è qui che il fast fashion diventa un problema ambientale, sociale, culturale, economico… ma anche umano. Una nota positiva, però, è che in Italia stanno emergendo risposte interessanti al problema. Una delle più evidenti è la crescita della passione per l’usato, che per molto tempo è stato visto come qualcosa di triste, di poco desiderabile, quasi di serie B; oggi, però, viene rivalutato. Sempre più persone comprano e vendono vestiti usati, non solo per risparmiare, ma anche per ridurre gli sprechi e dare una seconda vita ai capi. In questo contesto piattaforme come Vinted hanno avuto un ruolo importante: hanno reso la compravendita dell’usato più semplice, normale, quotidiana.
Vinted è una piattaforma molto usata in vari paesi europei, anche Spagna e Francia, dove le persone possono comprare e vendere vestiti usati. Invece di buttare un capo che non mettono più, lo fotografano, lo mettono online, sull’applicazione, e qualcun altro può comprarlo. È un modo semplice per dare una seconda vita ai vestiti, spendere meno e ridurre gli sprechi. Si trovano anche vestiti nuovi con cartellino, e i prezzi variano, da 1€ in su. Questa NON è una sponsorizzazione, ci tengo a precisarlo!
Comunque un’alternativa al comprare abiti usati è il comprare meno, lo scegliere meglio, il puntare su capi che durano di più, o magari riparare un vestito invece di buttarlo, scambiarlo con amici o familiari, sostenere piccoli marchi locali, artigianali, o magari affittare un abito per un’occasione speciale invece di comprarlo e lasciarlo per anni nell’armadio. Sono piccoli cambiamenti, certo, ma al momento non credo esistano soluzioni migliori o soluzioni magiche per ovviare al problema.
Anche perché il vero problema è il sistema. Negli ultimi anni è cambiata proprio l’idea di moda. Una volta, un vestito era quasi un investimento. Un cappotto doveva durare anni. Un paio di scarpe si portava dal calzolaio. Se un abito aveva un problema si aggiustava, si stringeva, si allargava, si tramandava. Oggi invece la moda è diventata molto più spesso consumo rapido. I vestiti entrano ed escono dall’armadio con una velocità impressionante.
Il futuro della moda italiana si gioca proprio qui, in questo equilibrio difficile tra gusto e responsabilità, tra desiderio e consapevolezza, tra bellezza e sostenibilità. L’Italia resterà sempre un Paese che ama vestirsi bene. Ma oggi deve decidere se quel “vestirsi bene” significherà ancora qualità, cultura e artigianato, quindi rimanere fedele alla tradizione, oppure soltanto velocità, quantità e consumo, adattandosi al resto del mondo. Perché il fast fashion non mette alla prova solo l’ambiente o l’economia. Mette alla prova anche noi: la nostra etica, il nostro senso critico, la nostra capacità di guardare oltre il prezzo e chiederci che cosa stiamo davvero indossando.
Detto questo, io vado a fare un po di shopping su Temu… no, sto scherzando! Spero che l’episodio ti sia piaciuto e che ti abbia aiutato a riflettere un po’. Voglio sapere, adesso, che ne pensi tu? Dobbiamo arrenderci al nuovo mondo, a quello che siamo diventati, a quello che sta diventando il consumo, cioè un’arma a doppio taglio, oppure dobbiamo rivedere le priorità di questo pianeta? Perché se continuiamo così, tra il cibo che mangiamo, l’acqua che beviamo, l’aria che respiriamo, forse tra qualche anno non ci resterà nessun corpo da vestire! Comunque, a parte questo finale tragicomico, fammi sapere (senza paura!) come gestisci tu questo problema, quali sono le tue abitudini, qual è il tuo approccio allo shopping in generale. Sei anche tu incastrato o incastrata in questo circolo vizioso che è il consumismo, o riesci a vivere in modo più etico?
Fammelo sapere con un commento.
L’episodio di oggi finisce qui, spero ti sia piaciuto. Ti ricordo che puoi accedere alla trascrizione con varie note, foto e link o sul sito podcastitaliano.com o con il link che trovi nelle note di questo episodio.
Ti saluto. Grazie per l’ascolto e alla prossima.
Ciao!
Quando pensiamo alla moda in Italia, la mente corre subito ai grandi nomi: Gucci, Prada, Armani, Valentino, Versace, Fendi, Dolce & Gabbana. Il Made in Italy, nel mondo, è sinonimo di eleganza, qualità, artigianato. È un’immagine potente, quasi mitica: l’Italia come patria del bello, dei tessuti pregiati, dei tagli perfetti, dello stile senza sforzo. Eppure, accanto a questa immagine, da anni esiste un’altra realtà, molto meno glamour ma molto più quotidiana: quella del fast fashion.
Oggi, infatti, nel Paese dell’alta moda (insieme alla Francia, per carità!) convivono due mondi opposti. Da una parte il lusso, il racconto della qualità, della tradizione, della sartoria. Dall’altra una moda veloce, economica, usa e getta, fatta di capi che costano pochissimo, durano poco e spesso vengono indossati solo poche volte. Ed è proprio questo il paradosso italiano: l’Italia non è solo alta sartoria, alta moda, ma anche uno dei mercati europei più immersi nella spirale del consumo rapido di abiti.
Scarica la versione PDF della trascrizione
Trascrizione interattiva dell'episodio
Io sono Irene e questo è Podcast Italiano, un podcast che ti aiuta a migliorare il tuo italiano attraverso l’ascolto di contenuti sulla storia, la cultura, la società e l’attualità italiana. L’episodio di oggi racconta il rapporto degli italiani col fast fashion e l’alta moda: parleremo della verità che c’è dietro la produzione di abiti da parte di brand famosi, di lusso e non, e anche delle alternative e delle possibili soluzioni che gli italiani cercano di adottare per contrastare questo grande problema che coinvolge tutti noi, il fast fashion.
Prima di iniziare, però, ti ricordo che questo episodio, come tutti gli altri, è accompagnato da una trascrizione. Nella trascrizione non troverai solo il testo dell’episodio, che comunque potrai seguire mentre mi ascolti parlare, e questo è molto utile e ti consiglio di farlo, ma troverai anche delle note: lessicali e grammaticali. Le note lessicali sono praticamente un glossario, dove troverai tutte le parole più difficili che ho usato, tradotte in inglese e spiegate in italiano. Le note grammaticali invece ti spiegano tutta la grammatica difficile che ho usato durante l’episodio. Così, se non capisci una struttura grammaticale, oppure hai dei dubbi riguardo l’uso di una certa struttura vedrai che, con le note grammaticali, verranno tutti chiariti. La trascrizione ovviamente è gratis ed è un’ottima risorsa che ti consiglio di usare. La trovi nelle note di questo episodio, su Spotify o su Apple Podcast, ma anche sul sito podcastitaliano.com.
Iniziamo: buon ascolto!
Per capire il paradosso della situazione “moda” in Italia bisogna partire da una domanda semplice: gli italiani seguonodavvero la moda? Non sempre. O meglio: non nel senso superficiale del termine. Non tutti inseguono le tendenze del momento, non tutti sono ossessionati dalle sfilate o dalle marche. Piuttosto, gli italiani, in generale, hanno gusto. E avere gusto non è la stessa cosa che seguire la moda. Vuol dire saper scegliere abiti semplici ma belli, curati, equilibrati, mai troppo eccessivi. Lo stile italiano, spesso, è proprio questo: essenziale, sobrio, elegante. Non troppo appariscente, non troppo carico.
In Italia, il modo di vestirsi ha un peso culturale e sociale importante. Vestirsi bene non significa necessariamente spendere molto, ma apparire curati, in ordine, appropriati. Fare una bella figura conta. Conta da sempre. Ed è qui che il discorso si complica, perché quando scegliamo cosa indossare di solito ci guidano il gusto, l’identità, il desiderio di apparire, di esprimerci. Molto più raramente ci fermiamo a chiederci da dove viene un vestito, chi l’ha prodotto, in quali condizioni, con quale impatto sull’ambiente. Non per cattiveria o superficialità, ma perché oggi fare una scelta davvero etica è molto più difficile di quanto sembri.
Quasi tutto ciò che compriamo porta con sé qualche contraddizione: sfruttamento del lavoro, produzioni poco trasparenti, danni ambientali, trasporti globali che inquinano, materiali sintetici, sprechi enormi. Vivere in modo perfettamente puro e sostenibile, oggi, è quasi impossibile.
A meno che non vogliamo tutti trasferirci in un bosco, vivere di caccia, bere dal fiume e andare a dormire al tramonto, ipotesi piuttosto estrema e poco realistica, ma è chiaro che oggi vivere in modo totalmente pulito ed etico è quasi impossibile. Però questo non significa che allora dobbiamo fare finta di niente. Certo, ogni tanto si chiude un occhio, capita a tutti, ma una cosa è accettare i propri limiti, cioè essere consapevoli che non possiamo essere perfetti, degli eroi dell’etica, un’altra cosa è far finta che non esistano quei limiti, e continuare a scegliere sempre l’opzione più comoda, più economica e più dannosa senza nemmeno pensare al problema e alle conseguenze.
E proprio a questo serve guardare dietro le quinte della moda. Negli ultimi anni, diverse inchieste giornalistiche e documentari, come Dark Fashion, prodotto da Rai Documentari, hanno iniziato a raccontare cosa succede davvero dietro le quinte dell’alta moda. Perché anche l’alta moda ha i suoi difettucci. Quello che emerge è che l’alta moda non è sempre sinonimo di artigianalità pura, né di sostenibilità. Molti grandi marchi non producono direttamente i loro capi, per esempio, ma si affidano ad aziende esterne, i cosiddetti terzisti: piccole imprese italiane (e non) che realizzano concretamente le borse, le scarpe e i vestiti.
Quindi spesso le aziende italiane più piccole e sconosciute fanno il lavoro vero: cucire, tagliare, assemblare scarpe, borse e vestiti; i grandi marchi guadagnano, e i produttori ottengono solo una piccola parte del prezzo finale, anche per capi che vengono venduti a migliaia di euro. Ad esempio, per una borsa venduta a oltre 1000 euro, il produttore può ricevere solo 20/30 euro.
E questo se ci dice bene, cioè se siamo fortunati e la nostra borsa è stata veramente prodotta in Italia da italiani. Perché spesso leggere “Made in Italy” non corrisponde esattamente ad avere una borsa veramente prodotta interamente in Italia.
Il marchio "Made in Italy" indica che il prodotto ha subito l'ultima trasformazione sostanziale in Italia, ma non garantisce che tutte le materie prime siano italiane o che tutta la produzione, la lavorazione sia avvenuta in Italia. È legale utilizzare l'etichetta Made in Italy anche se i materiali arrivano dall’estero, se poi vengono lavorati in Italia. Secondo il codice doganale, è necessario che in Italia avvenga la fase di produzione "importante" che dà al prodotto la sua caratteristica. Se acquisti una borsa di pelle, magari quella non è pelle italiana, però in Italia è avvenuto il processo, la lavorazione, che ha trasformato quella pelle in una borsa. E allora sì, è “made in Italy”.
Attenzione, perché solo la certificazione "100% Made in Italy" garantisce che l'intero ciclo produttivo, la progettazione e le materie prime siano italiane e non provengano dall’estero, in Paesi dove le risorse o il lavoro costano molto meno.
Un paio di anni fa c’è stato uno scandalo a Firenze, dove delle aziende applicavano all'interno delle scarpe che vendevano un’etichetta con scritto Made in Italy ma in realtà le scarpe erano prodotte in Tunisia. Le autorità hanno sequestrato ben 18.500 paia di scarpe, per un valore di quasi 400.000 euro. A quanto pare, queste aziende che facevano? Esportavano dall’Italia la pelle, vera pelle italiana. La portavano in Tunisia, lì facevano tutto il lavoro, quindi trasformavano questa pelle in scarpe, e poi le scarpe venivano importate, praticamente quasi finite, in Italia. Però abbiamo detto che è legale lavorare un prodotto all’estero e usare l’etichetta del Made In Italy, ma solo se la parte di lavorazione più importante, più “trasformante” avviene in Italia. In questo caso, la pelle veniva dall’Italia, ma la lavorazione era stata effettuata in Tunisia, quindi al massimo erano made in… Tunisia!
Quindi tu immagina che paghi un prodotto tantissimo e poi non sai neanche effettivamente da dove viene o dove è stato prodotto. Certo, è anche vero che spesso acquistare qualcosa di marca è un investimento, no? Ad esempio scarpe o borse di lusso non possiamo permettercele tutti. No? Ma siccome oggi il lusso e le marche famose vanno molto di moda, soprattutto con l’avvento dei social network, dove ci piace mostrare la nostra vita, ostentare chi siamo, quanti soldi abbiamo, cosa facciamo… insomma, un po’ tutto, dunque tutti siamo un po’ appassionati di tendenza e di lusso. Soprattutto i giovani. E come fanno i giovani, che magari neanche lavorano o hanno appena iniziato a lavorare, a permettersi scarpe o borse di lusso? Beh, comprano i falsi. Oppure delle “riproduzioni”. Perché la verità è che se Versacecrea un bellissimo completo, quello stesso completo (ovviamente non uguale, ma simile) viene poi riproposto da altri negozi, fisici o online, a prezzi bassissimi.
Ed è proprio qui che entra in scena il fast fashion. Se l’alta moda costa migliaia di euro, marchi come Zara, H&M, Primark, Pull&Bear, Shein o Temu offrono vestiti alla moda a prezzi bassissimi, accessibili quasi a tutti. Il loro modello è semplice: produrre rapidamente, vendere tantissimo, cambiare collezioni di continuo. Oggi si parla persino di ultra-fast fashion: capi progettati, realizzati e messi in vendita in pochissimo tempo, spesso seguendo in tempo reale le tendenze nate sui social. Un colore, un top, una gonna, una stampa diventano virali, e nel giro di pochi giorni vengono prodotti in massa.
Il motivo per cui questo sistema funziona è ovvio: è facile, immediato, economico. Basta un clic. Non serve neanche uscire di casa. E in un Paese come l’Italia, dove gli stipendi spesso non crescono quanto cresce il costo della vita, comprare vestiti economici sembra per molti una scelta quasi obbligata. Se un cappotto di qualità costa moltissimo e un’alternativa low cost costa una piccola frazione, è chiaro che tante persone scelgano la seconda. Non solo per leggerezza, ma anche per necessità.
A questo si aggiunge il fattore culturale. In Italia l’abbigliamento conta. La pressione sociale a presentarsi bene, ad avere il look giusto, a sentirsi adeguati in ogni contesto è reale. Non bisogna per forza essere eleganti o ricchi, ma curati… quello sì. E così nasce l’idea di dover avere sempre l’outfit giusto per ogni occasione: per l’università, per il lavoro, per l’aperitivo, per una cena, per una vacanza, per una foto sui social. Il guardaroba si rinnova continuamente, spesso non per bisogno, ma per desiderio di aggiornarsi, di sentirsi allineati, di raccontare qualcosa di sé.
Negli ultimi anni questa dinamica è stata accelerata dalle piattaforme digitali. Shein, Temu e altri colossi online hanno invaso anche il mercato italiano con prezzi bassissimi e un’offerta praticamente infinita. Per molti consumatori, soprattutto giovani, il fast fashion è diventato uno strumento di espressione e appartenenza sociale. Si compra non solo perché serve un vestito, ma perché si vuole cambiare, sperimentare, sembrare sempre nuovi. Il problema è che questa rapidità si traduce spesso in capi indossati pochissime volte e poi dimenticati, restituiti, buttati, rivenduti o accumulati.
E i numeri aiutano a capire la dimensione del fenomeno. In Europa, ogni cittadino acquista in media circa 19 chili di prodotti tessili all’anno tra vestiti, scarpe e biancheria per la casa. E quasi la stessa quantità, circa 16 chili, diventa rifiuto tessile. È come comprare ogni anno una valigia piena di vestiti, sceglierne ⅘ e poi buttare il resto della valigia. È un dato impressionante, perché mostra quanto il nostro rapporto con l’abbigliamento sia diventato veloce, superficiale e dispersivo.
In Italia la situazione è particolarmente delicata anche sul piano dello smaltimento. In primis, i vestiti che vengono buttati spesso non sono neanche consumati, rovinati, o rotti. Molto spesso sono solo passati di moda, oppure ci siamo stancati di usarli, oppure li abbiamo comprati d’impulso e poi indossati pochissime volte. Poi, spesso si dice che gli abiti vecchi che buttiamo vengano riciclati. Ma solo una piccolissima parte degli abiti usati viene davvero riciclata; il resto, nella maggior parte dei casi, finisce in discarica o viene bruciato. E qui si vede bene uno dei grandi paradossi della moda contemporanea: produciamo tantissimo, consumiamo velocemente o non consumiamo proprio, e buttiamo via quasi subito, per poi ricominciare da capo. È un ciclo più che fast, è proprio rapidissimo, che sembra normale, solo perché ormai ci siamo abituati, ma non lo è affatto.
Il danno, però, non è solo nei rifiuti. È anche nella produzione. Per realizzare vestiti si consumano enormi quantità di acqua, energia e materie prime. Pensa che, per produrre una sola maglietta di cotone servono 2.700 litri di acqua, cioè quanto una persona beve in 2 anni e mezzo. E il problema non finisce neanche qui. Perché oltre allo spreco di acqua, la produzione tessile inquina anche in molti altri modi.
Per esempio, si stima che sia responsabile di circa il 20% dell’inquinamento globale dell’acqua potabile. Questo succede soprattutto durante alcune fasi della lavorazione dei tessuti, come la tintura e quando si usano trattamenti chimici per dare ai vestiti un certo colore, una certa consistenza o un certo effetto finale. Quindi non si consuma solo tantissima acqua: spesso la si sporca, la si inquina, la si contamina anche.
E non solo con tinture e trattamenti chimici, ma anche con i materiali sintetici, come il poliestere o il nylon, che oggi sono ovunque, perché costano poco e sono molto pratici da produrre. Il problema è che ogni volta che li laviamo rilascianonell’acqua minuscole fibre di plastica, cioè microplastiche. Un solo bucato di vestiti sintetici può liberare centinaia di migliaia di microplastiche. E queste microplastiche, alla fine, arrivano nei fiumi, nei mari, negli oceani. Entrano nell’ambiente, vengono ingerite dagli animali marini, finiscono nella catena alimentare e, in un modo o nell’altro, tornano anche a noi, nel cibo che mangiamo o nell’acqua che beviamo. Quindi sì, il vestito economico che compriamo oggi e laviamo dieci volte non resta solo nel nostro armadio: lascia tracce in vari modi e luoghi, e più di quanto immaginiamo.
Per non parlare delle sostanze chimiche presenti nei tessuti. Alcune analisi hanno trovato in certi capi tracce di sostanze potenzialmente dannose, utilizzate nei processi industriali: formaldeide, coloranti tossici, metalli pesanti, ftalati.
A tutto questo si aggiunge anche il problema delle emissioni. Produrre vestiti significa usare energia, trasportare materiali, spostare merci da un continente all’altro, imballare, distribuire, consegnare. Insomma, ogni capo ha un’improntaambientale molto più grande di quella che vediamo.
Infine, in Italia, il fast fashion non ha conseguenze solo sui consumatori e sull’ambiente, ma anche sull’industria italiana della moda. Perché mentre noi compriamo vestiti sempre più economici, tante aziende locali fanno sempre più fatica aresistere. L’ultra fast fashion, quello delle piattaforme che vendono capi a prezzi bassissimi e con ritmi folli, sta mettendo in crisi molte realtà produttive italiane. Le importazioni aumentano, soprattutto dall’Asia, e competere con quei prezzi è quasi impossibile. Il risultato è che la produzione tessile italiana, in molti settori, cala, e diverse imprese artigiane chiudono. Ed è un problema enorme, perché l’Italia non è solo passerelle e grandi marchi: è anche laboratori, piccole aziende, artigiani, distretti produttivi che effettivamente poi producono la maggior parte di tutte quelle scarpe, borse o abiti di lusso che sogniamo o che abbiamo nell’armadio, se siamo fortunati.
Per non parlare, poi, del costo umano. Dietro molti capi venduti a prezzi stracciati ci sono spesso filiere poco trasparenti, salari bassissimi, turni pesanti, condizioni di lavoro dure. In diversi casi, in molte parti del mondo, sono stati documentati sfruttamento dei lavoratori e perfino lavoro minorile. Non significa che ogni singolo vestito sia stato prodotto nelle peggiori condizioni possibili, ma una cosa è chiara: quando un capo costa pochissimo, quasi sempre qualcuno, da qualche parte, ha pagato il prezzo vero, col sudore e il lavoro, ricevendo in cambio solo pochi centesimi.
Ed è qui che il fast fashion diventa un problema ambientale, sociale, culturale, economico… ma anche umano. Una nota positiva, però, è che in Italia stanno emergendo risposte interessanti al problema. Una delle più evidenti è la crescita della passione per l’usato, che per molto tempo è stato visto come qualcosa di triste, di poco desiderabile, quasi di serie B; oggi, però, viene rivalutato. Sempre più persone comprano e vendono vestiti usati, non solo per risparmiare, ma anche per ridurre gli sprechi e dare una seconda vita ai capi. In questo contesto piattaforme come Vinted hanno avuto un ruolo importante: hanno reso la compravendita dell’usato più semplice, normale, quotidiana.
Vinted è una piattaforma molto usata in vari paesi europei, anche Spagna e Francia, dove le persone possono comprare e vendere vestiti usati. Invece di buttare un capo che non mettono più, lo fotografano, lo mettono online, sull’applicazione, e qualcun altro può comprarlo. È un modo semplice per dare una seconda vita ai vestiti, spendere meno e ridurre gli sprechi. Si trovano anche vestiti nuovi con cartellino, e i prezzi variano, da 1€ in su. Questa NON è una sponsorizzazione, ci tengo a precisarlo!
Comunque un’alternativa al comprare abiti usati è il comprare meno, lo scegliere meglio, il puntare su capi che durano di più, o magari riparare un vestito invece di buttarlo, scambiarlo con amici o familiari, sostenere piccoli marchi locali, artigianali, o magari affittare un abito per un’occasione speciale invece di comprarlo e lasciarlo per anni nell’armadio. Sono piccoli cambiamenti, certo, ma al momento non credo esistano soluzioni migliori o soluzioni magiche per ovviare al problema.
Anche perché il vero problema è il sistema. Negli ultimi anni è cambiata proprio l’idea di moda. Una volta, un vestito era quasi un investimento. Un cappotto doveva durare anni. Un paio di scarpe si portava dal calzolaio. Se un abito aveva un problema si aggiustava, si stringeva, si allargava, si tramandava. Oggi invece la moda è diventata molto più spesso consumo rapido. I vestiti entrano ed escono dall’armadio con una velocità impressionante.
Il futuro della moda italiana si gioca proprio qui, in questo equilibrio difficile tra gusto e responsabilità, tra desiderio e consapevolezza, tra bellezza e sostenibilità. L’Italia resterà sempre un Paese che ama vestirsi bene. Ma oggi deve decidere se quel “vestirsi bene” significherà ancora qualità, cultura e artigianato, quindi rimanere fedele alla tradizione, oppure soltanto velocità, quantità e consumo, adattandosi al resto del mondo. Perché il fast fashion non mette alla prova solo l’ambiente o l’economia. Mette alla prova anche noi: la nostra etica, il nostro senso critico, la nostra capacità di guardare oltre il prezzo e chiederci che cosa stiamo davvero indossando.
Detto questo, io vado a fare un po di shopping su Temu… no, sto scherzando! Spero che l’episodio ti sia piaciuto e che ti abbia aiutato a riflettere un po’. Voglio sapere, adesso, che ne pensi tu? Dobbiamo arrenderci al nuovo mondo, a quello che siamo diventati, a quello che sta diventando il consumo, cioè un’arma a doppio taglio, oppure dobbiamo rivedere le priorità di questo pianeta? Perché se continuiamo così, tra il cibo che mangiamo, l’acqua che beviamo, l’aria che respiriamo, forse tra qualche anno non ci resterà nessun corpo da vestire! Comunque, a parte questo finale tragicomico, fammi sapere (senza paura!) come gestisci tu questo problema, quali sono le tue abitudini, qual è il tuo approccio allo shopping in generale. Sei anche tu incastrato o incastrata in questo circolo vizioso che è il consumismo, o riesci a vivere in modo più etico?
Fammelo sapere con un commento.
L’episodio di oggi finisce qui, spero ti sia piaciuto. Ti ricordo che puoi accedere alla trascrizione con varie note, foto e link o sul sito podcastitaliano.com o con il link che trovi nelle note di questo episodio.
Ti saluto. Grazie per l’ascolto e alla prossima.
Ciao!




























































0 Commenti