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    4 donne che hanno cambiato l’Italia

    Intermedio
    #
    62

    May 12, 2026

    Note e risorse

    In questo episodio di livello intermedio, parliamo di quattro donne che hanno sfidato le convenzioni del loro tempo, cambiando per sempre l'Italia: Franca Viola, Alfonsina Strada, Lidia Poët e Tina Anselmi.

    Scopri Dentro l'Italia - Corso di italiano avanzato (C1)

    Trascrizione

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    Quando leggiamo i nomi di personaggi storici, sui libri di storia, su una targa, sotto a un monumento in una piazza, lo facciamo in fretta. Attraversiamo quei nomi con lo sguardo, senza fermarci davvero a riflettere sul fatto che quei nomi non sono mai solo nomi. Sono persone che, in un modo o nell’altro, hanno cambiato la storia e il mondo in cui viviamo oggi. Hanno inciso sulla società, sulle leggi, sulla mentalità collettiva e, quasi sempre, lo hanno fatto senza sapere davvero quanto grande sarebbe stato il risultato delle loro scelte. Spesso, chi ha cambiato il mondo o la società, lo ha fatto attraverso decisioni personali che, senza sembrare inizialmente straordinarie, hanno finito per cambiare il modo di pensare e di vivere di milioni di persone.

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    Trascrizione interattiva dell'episodio

    Se guardiamo bene, tutto ciò che oggi consideriamo “avanzamento” o “progresso” è il risultato di una lunga catena di persone che hanno aggiunto un cambiamento, un miglioramento alla volta. E la cosa forse più sorprendente è che, spesso, chi ha fatto davvero la differenza non si è reso conto subito della portata del proprio gesto. Non c’era la consapevolezza di “stare cambiando la storia ”. C’era, piuttosto, un’idea, una necessità, una curiosità, una passione, o semplicemente la scelta di non accettare che le cose restassero ferme.

    Per questo, quando oggi leggiamo quei nomi, dobbiamo farlo con un po’ più di attenzione. Perché quei nomi non sono solo riferimenti del passato: sono le fondamenta del presente. Il mondo in cui viviamo, che ci sembra così stabile e definito, è in realtà il risultato di tante trasformazioni, dovute a tante persone che hanno voluto cambiare le cose, spesso andando contro quello che era “normale” nel loro tempo.

    In questo episodio parleremo di alcuni di questi nomi. Se ci pensi, la maggior parte delle volte che vediamo una statua, rappresenta un uomo; la maggior parte dei personaggi storici menzionati nei libri di storia, sono uomini; in generale, spesso, abbiamo l’impressione che siano stati gli uomini a scrivere la storia. Ma uomini e donne hanno contribuito allo stesso modo nello scrivere la storia del mondo. La storia è piena di contributi intrecciati, complessi, collettivi. E, troppo spesso, il ruolo delle donne nei cambiamenti della storia è stato raccontato meno, o raccontato in modo secondario. E invece è stato centrale, in ogni ambito: nella scienza, nella cultura, nella società, nelle scoperte, e nelle innovazioni.

    Per questo, in questo episodio, abbiamo deciso di parlare di 4 donne, 4 pioniere straordinarie che, in epoche e ambiti diversi, hanno sfidato le convenzioni sociali e giuridiche del loro tempo, aprendo la strada all'emancipazione femminile in Italia, ma anche al progresso sociale, riscrivendo il ruolo della donna nella società.

    Io sono Irene e questo è Podcast Italiano, un podcast che ti aiuta a migliorare il tuo italiano attraverso contenuti autentici e interessanti che trattano la cultura e la società italiana. Prima di iniziare, ti ricordo che questo episodio, come tutti gli episodi, è accompagnato da una trascrizione, parola per parola, di tutto l’episodio, e da un glossario, che presenta tutte le parole più difficili di questo testo, spiegate in italiano e tradotte in inglese; troverai inoltre anche la spiegazione delle strutture grammaticali più difficili che userò. Sia la trascrizione che il glossario sono risorse molto utili per chi sta studiando o vuole imparare l’italiano senza sforzo. Trovi il link a tutte queste risorse in descrizione, o sul sito podcastitaliano.com , nella sezione “podcast intermedio”. Ti ricordo che queste risorse sono tutte gratis. Approfittane.

    La storia da cui partiamo è una storia che, ancora oggi, colpisce parecchio, secondo me.

    La storia di Franca Viola.

    Nel cuore della Sicilia degli anni ’60, in un’Italia ancora profondamente segnata dalla reputazione e dalla cultura dell’onore, la vita di una ragazza poteva cambiare in un attimo e, quasi sempre, non per scelta sua.

    In quel contesto, la donna non era ancora pienamente riconosciuta come soggetto autonomo. La sua libertà personale era spesso filtrata attraverso la famiglia, le scelte di vita della giovane donna erano fatte dai genitori, o meglio, dal padre; e in questo contesto l’onore familiare era visto come un valore collettivo, più importante della volontà individuale.

    Franca Viola è la figlia di una famiglia di coltivatori. Da adolescente, a 15 anni, si fidanza con Filippo Melodia, nipote di un boss mafioso, e membro di una famiglia benestante. In quel periodo, Melodia viene arrestato per furto e per appartenenza a una banda mafiosa; questo induce il padre di Franca, Bernardo, a rompere il fidanzamento; per queste ragioni, la famiglia Viola è soggetta a una serie di violente minacce e intimidazioni: il loro vigneto viene distrutto, il casolare bruciato, e Bernardo Viola viene addirittura minacciato con una pistola e con queste parole: "chista è chidda che scaccerà la testa a vossia" (chi sta, questa - la pistola - è chidda, è quella, che scaccerà la testa, che farà saltare la testa, a vossia, a voi, a te) ma tutto ciò non cambia la sua decisione: il padre di Franca, e anche Franca, non vuole che i due stiano insieme.

    Franca affermerà: “Io non sono proprietà di nessuno, nessuno può costringermi ad amare una persona che non rispetto, l’onore lo perde chi le fa certe cose, non chi le subisce”.

    Un’affermazione forte di una donna forte, dato il periodo e il luogo in cui viene fatta.

    Il 26 dicembre 1965, la situazione precipita. Franca viene rapita insieme al fratellino, subito liberato, da Melodia e da alcuni complici. La sua casa viene devastata, e sua madre viene aggredita mentre tenta di difendere la figlia. Franca viene rapita, segregata per giorni, violentata, malmenata e tenuta in condizioni di totale isolamento.

    A quel punto, secondo la logica dell’epoca, tutto sembrava già scritto. Esisteva infatti una norma precisa del codice penale italiano, l’articolo 544, che prevedeva la possibilità di estinguere il reato se l’autore sposava la persona offesa. In altre parole, se lo stupratore sposava la vittima, "riparandone" l'onore, cioè metteva in atto il cosiddetto “matrimonio riparatore”, cancellava la violenza sessuale agli occhi della legge. E la cultura dominante vedeva questo matrimonio riparatore come una sorta di soluzione “accettabile”, se non addirittura necessaria, per “salvare l’onore” della vittima. Praticamente l’unica salvezza era consegnarla nelle mani del suo carnefice.

    Ma è proprio qui che la storia cambia direzione.

    Quando viene proposta la cosiddetta “paciata”, un incontro tra le famiglie per formalizzare il matrimonio e chiudere il caso, i genitori di Franca fingono di accettare, in accordo con la polizia. Ma all’alba del 2 gennaio 1966, le forze dell’ordine fanno irruzione e liberano Franca, arrestando Melodia e i suoi complici.

    Da quel momento, accade qualcosa che rompe completamente lo schema sociale dell’epoca: per la prima volta in Italia, una donna rifiuta apertamente il matrimonio riparatore.

    La pressione sociale è fortissima. In quel contesto, una ragazza che subiva una simile vicenda avrebbe dovuto sposare il suo aggressore per “rimettere a posto le cose”. Il rifiuto significava esporsi al giudizio pubblico, al rischio di essere considerata “disonorata”, esclusa, marginalizzata.

    Ma Franca Viola sceglie un’altra strada.

    Il processo che segue, presso il Tribunale di Trapani, diventa un caso nazionale. La difesa tenta di ribaltare la narrazione, parlando di “fuitina”, cioè di una fuga d’amore consenziente, una tradizione locale che avrebbe dovuto giustificare il gesto e normalizzarlo come premessa al matrimonio. Ma l’impianto accusatorio regge: il pubblico ministero sottolinea con forza il valore della scelta di Franca, riconoscendo che il suo rifiuto non è solo personale, ma simbolico; una rottura con la logica passata secondo cui la donna deve adattarsi alla violenza subita per preservare l’onore.

    Filippo Melodia viene condannato nel 1966 a 11 anni di carcere, insieme ai complici. Le successive riduzioni di pena e i processi d’appello non cancellano l’impatto della sentenza: per la prima volta, la legge non si piega alla logica del matrimonio riparatore come soluzione automatica.

    La vicenda ha un'eco enorme in tutta Italia. Diventa oggetto di dibattito politico, sociale e giuridico. Perché mette in discussione non solo un singolo caso, ma un intero sistema culturale.

    E infatti, negli anni successivi, la norma delle nozze riparatrici viene progressivamente svuotata di senso fino alla sua abolizione nel 1981; poi, solo nel 1996, la violenza sessuale verrà finalmente riconosciuta come reato contro la persona, e non contro la morale.

    Dopo la vicenda, Franca Viola sceglie una vita lontana dai riflettori, durante la quale si sposa e riceve attestati di solidarietà istituzionale, ottenendo incontri e riconoscimenti anche dal Presidente della Repubblica e dal Papa, Paolo VI.

    La storia di Franca è diventata anche parte della cultura popolare, ispirando film, libri e opere teatrali, perché rappresenta qualcosa che va oltre il singolo evento: la rottura di un meccanismo sociale che per secoli aveva confuso l’onore con il controllo sulla libertà individuale. La sua vicenda ispirò, nel 1970, il film La moglie più bella di Damiano Damiani, dove Franca (sotto il nome di Francesca) è impersonata da una giovanissima ed esordiente Ornella Muti. Il cantautore Otello Profazio le dedicò la canzone La regina senza re. La scrittrice Beatrice Monroy l'ha resa oggetto, nel 2012, del suo libro Niente ci fu, che venne però rinnegato dalla stessa Franca Viola in quanto dipingeva la figura del padre come un uomo cattivo e prepotente. Nel 2022 la sua vicenda ha ispirato anche il film Primadonna.

    Oggi, il nome di Franca Viola non rappresenta soltanto una ragazza siciliana degli anni ’60. È diventato il segno di una svolta storica, un simbolo di riscatto, in nome di tutte le donne che hanno vissuto nella stessa condizione senza poter trovare la forza o la possibilità di ribellarsi. Così che, da quel momento in poi, nessuna donna dovrà più essere costretta a fare i conti con una simile violenza.

    Passiamo ora alla storia di un’altra donna che ha cambiato l’Italia.

    La storia di Alfonsina Strada.

    All’inizio del Novecento, in Italia, il mondo dello sport era pensato come una dimostrazione di forza, resistenza, disciplina fisica. E tutto questo, nella mentalità dell’epoca, apparteneva quasi completamente agli uomini. Le donne, quando comparivano, lo facevano ai margini: spettatrici, figure decorative, oppure eccezioni tanto rare. L’idea che una donna potesse gareggiare, sudare, cadere, rialzarsi, competere su lunghi percorsi contro uomini allenati e professionisti non era solo insolita: era quasi inaccettabile. Si pensava che il corpo femminile fosse “inadatto”, fragile, non compatibile con la fatica estrema. E questa convinzione non era solo culturale: era sociale, quotidiana, normale.

    In questo contesto si sviluppa la storia di Alfonsina Strada, che nasce da una famiglia poverissima e analfabeta delle campagne emiliane, dove la vita è fatta di lavoro nei campi, fatica, pochi mezzi e molti figli.

    Nonostante la povertà estrema in cui vivevano, nel 1901, il padre Carlo acquista una bicicletta dal medico del paese: un mezzo quasi da rottamare, ma ancora funzionante. Alfonsina impara a pedalare su quella bicicletta, sviluppando una passione immediata e intensa. Prima dei 14 anni, inizia a partecipare di nascosto a diverse gare, mentendo ai genitori e dicendo di andare a Messa la domenica. Secondo alcune fonti, alla sua prima gara a Reggio Emilia, Alfonsina vince addirittura un maiale vivo.

    Quando la madre scopre la verità, le dice che avrebbe potuto continuare a pedalare solo se si fosse sposata e fosse andata via di casa. A ventiquattro anni, il 26 ottobre 1915, Alfonsina sposa quindi Luigi Strada, un meccanico, che diventerà il suo primo sostenitore e manager. Come regalo di nozze, riceve una bicicletta da corsa.

    Nel 1907, a sedici anni, si trasferisce a Torino, città in cui il ciclismo era molto diffuso, anche tra le donne. Qui inizia a gareggiare, ottenendo il titolo di “miglior ciclista italiana”. A Torino conosce Carlo Messori, che la convince a partecipare al Grand Prix di Pietroburgo del 1909, dove riceve una medaglia dallo zar Nicola II.

    Nel 1911, a Moncalieri, Alfonsina stabilisce il record mondiale femminile di velocità con 37,192 km/h e, 6 anni più tardi, si iscrive al Giro di Lombardia, come prima donna a competere con uomini in una corsa su strada. Alfonsina arriva ultima tra i classificati, con un’ora e mezza di ritardo, ma porta a termine la gara, dove molti altri si ritirano.

    La sua partecipazione suscita ironia e polemiche, ma lei continua a gareggiare. L’anno dopo partecipa di nuovo al Giro di Lombardia, arrivando ventunesima. Nel 1924, con il marito ricoverato in manicomio e senza abbastanza soldi, decide di iscriversi al Giro d’Italia. La sua presenza è controversa e, inizialmente, il suo nome non viene pubblicato correttamente sui giornali: si teme infatti che il Giro possa risultare una vera e propria "pagliacciata”. E così, poco prima dell’inizio del Giro d’Italia, il suo nome compare sulla Gazzetta dello Sport come "Alfonsin Strada di Milano"; non si sa se la "a" mancante sia dovuta a un errore o a una precisa volontà, fatto sta però che un altro quotidiano, riporta il nome "Alfonsino Strada”. Un nome maschile.

    Inizia il giro d’Italia: Alfonsina conclude le varie tappe in estremo ritardo, ma si impegna e arriva a pedalare fino a 21 ore consecutive. Nonostante le cadute, le forature delle gomme e le condizioni proibitive, riesce a completare il Giro. In un’intervista dichiara: “Sono una donna, è vero. E può darsi che non sia molto estetica e graziosa una donna che corre in bicicletta. Vede come sono ridotta? Non sono mai stata bella; ora sono… un mostro. Ma che dovevo fare? Non sono pentita. Ho avuto delle amarezze, qualcuno mi ha schernita; ma io sono soddisfatta e so di avere fatto bene.”

    Alfonsina non vince il Giro, ma lo attraversa fino in fondo. E questo cambia tutto. Perché per la prima volta una donna non è spettatrice dello sport, né eccezione tollerata: è una presenza che ha attraversato lo stesso percorso degli uomini fino alla fine, attirando gli occhi degli spettatori curiosi.

    E il significato di questo gesto va oltre lo sport. Perché mette in crisi un’idea intera di società: quella secondo cui certi spazi, certe fatiche, certi livelli di competizione non fossero “per le donne”.

    Dopo il Giro, la sua carriera continua tra gare, esibizioni, spettacoli, viaggi. Diventa una figura iconica, una ciclista che non rappresenta solo se stessa ma la possibilità stessa di superare un limite. E anche quando il ciclismo non le permette più di competere come prima, perché viene bandita dal Giro d’Italia, la sua presenza continua a pesare simbolicamente: la sua storia resta una delle più potenti del ciclismo italiano. E non perché abbia “vinto tutto”, ma perché ha fatto qualcosa di più raro: ha dimostrato che una cosa considerata impossibile poteva essere fatta.

    E ogni volta che oggi vediamo una donna nello sport professionistico, soprattutto in discipline di resistenza o di alto livello competitivo, lo dobbiamo anche ad Alfonsina. Ai suoi sogni e al suo coraggio di aver rincorso una strada che, prima di Alfonsina Strada, semplicemente, per le donne, non esisteva.

    Anche Alfonsina ha ricevuto molti riconoscimenti: racconti, romanzi, spettacoli teatrali e film, ma anche varie canzoni, fra cui Alfonsina e la bici. Nel videoclip di questa canzone, ad interpretare la protagonista, cioè Alfonsina, è Margherita Hack.  Su di lei è stata scritta anche la biografia Gli anni ruggenti di Alfonsina Strada - Il romanzo dell'unica donna che ha corso il Giro d'Italia assieme agli uomini (Edicicloeditore). E poi, a tante piste ciclabili e vie è stato dato il suo nome: a Milano, a Ravenna, Perugia. Inoltre, la salita più impegnativa del Giro d'Italia Women 2024 è stata denominata "Cima Alfonsina Strada".

    Ma abbandoniamo lo sport per parlare di un’altra donna molto importante per noi italiani. Entriamo in punta di piedi ne…

    La storia di Lidia Poët.

    Ci troviamo in Piemonte, nella seconda metà dell’Ottocento. L’Italia è un Paese che si sta ancora costruendo, ma che resta profondamente ancorato a un’idea molto rigida dei ruoli sociali. Le donne, anche quando istruite, anche quando capaci, sono quasi sempre escluse dagli spazi del sapere “ufficiale” e ancora di più da quelli della legge, della politica, delle istituzioni. Il diritto, in particolare, è considerato un territorio esclusivamente maschile: tecnico, pubblico, “non adatto” alla sensibilità femminile secondo le convinzioni dell’epoca.

    Ed è proprio in questo scenario che emerge la figura di Lidia Poët, nata nel 1855 a Perrero, in una famiglia benestante e colta. Fin da giovane si muove in un percorso di studi non comune per una donna del suo tempo: studia lingue, insegna, ottiene diplomi, frequenta scuole anche all’estero, tra Svizzera e Piemonte. È una formazione solida, ampia, già in parte “fuori luogo”.

    Ma il vero salto avviene quando decide di iscriversi alla facoltà di giurisprudenza all’Università di Torino. È una scelta quasi rivoluzionaria, non tanto per la difficoltà degli studi, quanto per ciò che rappresenta: una donna che entra in un mondo che non la contempla.

    Si laurea nel 1881 con una tesi che già dice molto della sua visione: la condizione femminile e il diritto di voto alle donne. Non è solo un esercizio accademico, ma una presa di posizione intellettuale in anticipo sui tempi.

    Dopo la laurea, svolge il praticantato legale, supera brillantemente l’esame di abilitazione e chiede l’iscrizione all’Ordine degli Avvocati di Torino. Qui accade qualcosa che segna un punto di rottura nella storia giuridica italiana: la sua richiesta viene accolta… inizialmente. E per un breve momento, nel 1883, Lidia Poët diventa ufficialmente la prima donna ammessa all’esercizio dell’avvocatura in Italia.

    Ma quella apertura dura pochissimo.

    Il procuratore generale del Regno contesta la decisione, sostenendo che l’iscrizione non sia legittima. Il caso arriva fino alla Corte d’Appello e poi alla Corte di Cassazione. La sentenza finale ribalta tutto: l’iscrizione viene annullata.

    La motivazione non è solo tecnica, ma profondamente culturale. La Corte afferma che la donna non può esercitare l’avvocatura perché così dice la legge. Ma soprattutto, nelle argomentazioni, emergono chiaramente stereotipi dell’epoca: si sostiene che le donne non siano adatte alla durezza del dibattito giudiziario, che la loro presenza nei tribunali sia inopportuna, che la toga su un corpo femminile risulti quasi “fuori luogo”, e che manchino delle qualità ritenute necessarie alla professione, come fermezza, costanza e razionalità.

    È un linguaggio che oggi colpisce proprio perché non è neutro: non si limita a escludere, ma giustifica l’esclusione come “naturale”. La decisione provoca un forte dibattito pubblico, anche fuori dall’Italia. La vicenda diventa simbolo di una contraddizione evidente: una donna formata, competente, preparata, viene esclusa non per incapacità, ma per la sua identità, per il suo genere.

    Da quel momento, Lidia Poët non può esercitare formalmente come avvocata. Ma questo non la allontana dal diritto. Lavora con il fratello avvocato, segue casi, si occupa di minori, di persone fragili, di diritti sociali. Allarga progressivamente il suo campo d’azione, entrando anche nel dibattito internazionale sui sistemi penitenziari. Partecipa infatti ai Congressi Penitenziari Internazionali, dove per decenni contribuisce a riflessioni avanzate per l’epoca: la funzione rieducativa della pena, la necessità di protezione dei minori, l’idea che il carcere non debba essere solo punizione ma anche reinserimento. Sono temi che oggi consideriamo centrali nel diritto moderno, ma che alloraerano ancora in fase embrionale.

    Per decenni, quindi, lavora “ai margini” dell’ufficialità, ma al centro dei processi di trasformazione sociale e giuridica.

    La svolta formale arriva solo molti anni dopo, con la legge del 1919 che finalmente dà accesso, alle donne, ai pubblici uffici e alle professioni. A quel punto, Lidia Poët ha già più di sessant’anni. Ma nonostante l’età, non rinuncia a completare simbolicamente il suo percorso: nel 1920 viene finalmente ammessa all’Ordine degli Avvocati.

    È un riconoscimento tardivo, ma potentissimo. Non perché cambi la sua vita quotidiana, ormai già segnata da anni di attività, ma perché chiude un cerchio storico: ciò che era stato negato per principio, diventa finalmente legittimo.

    Negli ultimi anni continua a impegnarsi nel sociale, anche nel movimento per il suffragio femminile, e muore nel 1949, a 93 anni.

    La sua storia non è solo quella della prima donna di legge; ma quella di una frattura nel sistema. Una frattura che mostra con chiarezza quanto le esclusioni non siano mai naturali, ma costruite. E soprattutto, quanto spesso il cambiamento inizi prima del riconoscimento ufficiale: nelle aule, nelle idee, e nel coraggio di chi continua a esercitare il proprio mestiere anche quando il sistema dice che non dovrebbe farlo.

    Ultimamente, la storia e il personaggio di Lidia Poet hanno ottenuto molta fama nella cultura popolare, soprattutto grazie alla serie TV di Netflix La legge di Lidia Poët, dove Lidia è interpretata da Matilda De Angelis, famosa attrice italiana riconosciuta a livello internazionale. Io non ho ancora visto questa serie ma te la consiglio, una mia amica mi ha detto che è bellissima e che è assolutamente da recuperare.

    Concludiamo con…

    La storia di Tina Anselmi.

    Nel primo Novecento e poi ancora nel pieno della Seconda guerra mondiale, l’Italia è un Paese attraversato da contraddizioni fortissime. Da un lato c’è un mondo che cambia, con le donne che iniziano lentamente a entrare nel lavoro, nella scuola, nella vita pubblica. Dall’altro, però, resta un impianto sociale ancora profondamente patriarcale, in cui la politica, le istituzioni e perfino l’idea stessa di cittadinanza attiva sono quasi interamente maschili.

    È un’Italia in cui la guerra non è un’idea lontana, ma una presenza concreta che entra nelle case, nelle scuole, nei paesi. E soprattutto è un’Italia in cui la libertà, quella vera, non è ancora un dato stabile: è qualcosa che si perde e si riconquista, spesso a un prezzo altissimo.

    In questo scenario, si colloca Tina Anselmi, nata nel 1927 a Castelfranco Veneto. Cresce in una famiglia che predica una forte attenzione ai valori civili. Ma è soprattutto il contesto storico a segnare la sua formazione: il fascismo prima, e poi la guerra, con tutta la sua brutalità.

    Da adolescente, Tina vive direttamente uno degli episodi che segneranno per sempre la sua coscienza: durante un rastrellamento nazifascista viene obbligata ad assistere, insieme ad altri studenti, all’impiccagione pubblica di decine di prigionieri. È un momento di rottura. Non è più solo la guerra “raccontata”, è la violenza resa spettacolo, imposta come intimidazione collettiva.

    Da lì nasce la scelta di entrare nella Resistenza. Con il nome di battaglia “Gabriella”, Tina diventa staffetta partigiana. Le staffette sono spesso invisibili nella narrazione storica, ma fondamentali per il funzionamento della rete partigiana: erano fondamentali per il funzionamento della Resistenza perché garantivano i collegamenti tra gruppi e territori diversi. Trasportavano messaggi segreti, spesso nascosti o imparati a memoria, e mettevano in comunicazione le brigate isolate. Portavano anche armi, viveri e medicinali, accompagnavano persone in fuga lungo percorsi sicuri e raccoglievano informazioni sui movimenti nemici. Molte erano donne e riuscivano a passare più inosservate fingendo una vita normale. Pur non combattendo direttamente, svolgevano un ruolo estremamente rischioso e indispensabile, senza il quale la rete partigiana non avrebbe potuto esistere.

    In quel periodo entra anche nella Democrazia Cristiana, segnando già un passaggio importante: la resistenza non è solo lotta armata, ma anche costruzione politica del futuro. Quando la guerra finisce, l’Italia non è semplicemente “libera”. È un Paese da ricostruire, materialmente e istituzionalmente. Ed è qui che Tina Anselmi entra in una nuova fase della sua vita: quella dell’impegno politico e sociale.

    Negli anni successivi entra stabilmente nella vita politica nazionale come deputata della Democrazia Cristiana, occupandosi di lavoro, sanità, politiche sociali, famiglia, diritti. Anselmi si muove dentro i meccanismi istituzionali cercando di modificarli dall’interno.

    Il punto di svolta arriva nel 1976, quando diventa ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale. È un passaggio storico: è la prima donna nella storia della Repubblica Italiana a ricoprire una carica ministeriale. In quegli anni porta avanti politiche legate alla parità salariale fra uomo e donna e alla tutela dei lavoratori, sempre con una particolare attenzione alle disuguaglianze di genere nel mondo del lavoro.

    Successivamente diventa anche Ministro della Sanità. In questo ruolo si trova al centro di una delle trasformazioni più importanti dello Stato sociale italiano: la nascita del Servizio Sanitario Nazionale. È un cambiamento radicale, che mira a rendere l’assistenza sanitaria universale e pubblica. In questo contesto, vengono anche rimosse dal mercato numerose pratiche e farmaci ritenuti inefficaci o pericolosi. Ma la sua attività politica non si limita alle riforme tecniche. È anche una figura profondamente legata a scelte etiche e civili complesse. Tina Anselmi, prima donna ministro in Italia, firma la legge 194 del 22 maggio 1978 che legalizza l'aborto, pur essendo personalmente contraria per convinzioni cattoliche. Da ministra della Sanità, decide di firmare per rispetto della volontà popolare e della democrazia, per evitare i rischi dell'aborto clandestino.

    Per concludere in bellezza, Tina Anselmi, negli anni 80, ha avuto anche un ruolo decisivo nello smascherare uno dei più gravi scandali della storia della Repubblica italiana, quello della Loggia massonica P2.

    La P2 era formalmente una loggia massonica, una rete segreta di potere che riuniva al suo interno figure molto influenti: politici, alti ufficiali dell’esercito, membri dei servizi segreti, imprenditori, banchieri e giornalisti. Questa rete influenzava e controllava le istituzioni dello Stato dall’interno, aggirando le regole democratiche. Era praticamente uno “Stato nello Stato”: un sistema parallelo che operava nell’ombra, con l’obiettivo di orientare la politica, l’informazione e gli equilibri di potere del Paese.

    Nel 1981, Tina Anselmi viene nominata presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2. È un incarico estremamente delicato, perché significa indagare proprio su quelle persone potenti che occupavano ruoli chiave nelle istituzioni. Il suo lavoro consiste nel raccogliere documenti, analizzare prove, interrogare testimoni e ricostruire l’intera rete: chi ne faceva parte, quali erano gli obiettivi e in che modo operava. Non è un’indagine semplice: incontra resistenze, silenzi, minacce e pressioni, ma nonostante questo, Anselmi porta avanti il lavoro con grande determinazione e rigore, riuscendo a far emergere la reale portata del fenomeno.

    Da questa esperienza nasce anche una conseguenza concreta: la legge del 1982, nota come “Legge Anselmi”, che vieta le associazioni segrete che interferiscono con il funzionamento delle istituzioni. In questo modo, la sua azione non si limita a denunciare un problema, ma contribuisce a creare strumenti per impedirne il ripetersi.

    Una donna eccezionale.

    Tra l’altro, ti consiglio di cercare delle interviste su YouTube. Fortunatamente è pieno di interviste a Tina Anselmi, anche sulla loggia massonica; te le consiglio perché sono molto molto interessanti.

    Comunque, non so se conoscevi queste donne, quattro donne di cui non si parla molto spesso. Quando ho pensato a questo episodio ho pensato che magari avrei parlato di Rita Levi-Montalcini, Maria Montessori, Samantha Cristoforetti eccetera eccetera, ma poi ho deciso di parlare di donne che hanno apportato un cambiamento forse meno “conosciuto”, meno “celebrato”, ma più che fondamentale. Sei d’accordo?

    Comunque, per concludere, ti chiedo: quale storia ti ha lasciato di più il segno? E poi, soprattutto, ti vengono in mente nomi di donne particolarmente influenti, quando pensi alla storia del tuo Paese? Fammelo sapere con un commento. Io ti saluto, grazie per l’ascolto e alla prossima. Ciao!

    Quando leggiamo i nomi di personaggi storici, sui libri di storia, su una targa, sotto a un monumento in una piazza, lo facciamo in fretta. Attraversiamo quei nomi con lo sguardo, senza fermarci davvero a riflettere sul fatto che quei nomi non sono mai solo nomi. Sono persone che, in un modo o nell’altro, hanno cambiato la storia e il mondo in cui viviamo oggi. Hanno inciso sulla società, sulle leggi, sulla mentalità collettiva e, quasi sempre, lo hanno fatto senza sapere davvero quanto grande sarebbe stato il risultato delle loro scelte. Spesso, chi ha cambiato il mondo o la società, lo ha fatto attraverso decisioni personali che, senza sembrare inizialmente straordinarie, hanno finito per cambiare il modo di pensare e di vivere di milioni di persone.

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    Trascrizione interattiva dell'episodio

    Se guardiamo bene, tutto ciò che oggi consideriamo “avanzamento” o “progresso” è il risultato di una lunga catena di persone che hanno aggiunto un cambiamento, un miglioramento alla volta. E la cosa forse più sorprendente è che, spesso, chi ha fatto davvero la differenza non si è reso conto subito della portata del proprio gesto. Non c’era la consapevolezza di “stare cambiando la storia ”. C’era, piuttosto, un’idea, una necessità, una curiosità, una passione, o semplicemente la scelta di non accettare che le cose restassero ferme.

    Per questo, quando oggi leggiamo quei nomi, dobbiamo farlo con un po’ più di attenzione. Perché quei nomi non sono solo riferimenti del passato: sono le fondamenta del presente. Il mondo in cui viviamo, che ci sembra così stabile e definito, è in realtà il risultato di tante trasformazioni, dovute a tante persone che hanno voluto cambiare le cose, spesso andando contro quello che era “normale” nel loro tempo.

    In questo episodio parleremo di alcuni di questi nomi. Se ci pensi, la maggior parte delle volte che vediamo una statua, rappresenta un uomo; la maggior parte dei personaggi storici menzionati nei libri di storia, sono uomini; in generale, spesso, abbiamo l’impressione che siano stati gli uomini a scrivere la storia. Ma uomini e donne hanno contribuito allo stesso modo nello scrivere la storia del mondo. La storia è piena di contributi intrecciati, complessi, collettivi. E, troppo spesso, il ruolo delle donne nei cambiamenti della storia è stato raccontato meno, o raccontato in modo secondario. E invece è stato centrale, in ogni ambito: nella scienza, nella cultura, nella società, nelle scoperte, e nelle innovazioni.

    Per questo, in questo episodio, abbiamo deciso di parlare di 4 donne, 4 pioniere straordinarie che, in epoche e ambiti diversi, hanno sfidato le convenzioni sociali e giuridiche del loro tempo, aprendo la strada all'emancipazione femminile in Italia, ma anche al progresso sociale, riscrivendo il ruolo della donna nella società.

    Io sono Irene e questo è Podcast Italiano, un podcast che ti aiuta a migliorare il tuo italiano attraverso contenuti autentici e interessanti che trattano la cultura e la società italiana. Prima di iniziare, ti ricordo che questo episodio, come tutti gli episodi, è accompagnato da una trascrizione, parola per parola, di tutto l’episodio, e da un glossario, che presenta tutte le parole più difficili di questo testo, spiegate in italiano e tradotte in inglese; troverai inoltre anche la spiegazione delle strutture grammaticali più difficili che userò. Sia la trascrizione che il glossario sono risorse molto utili per chi sta studiando o vuole imparare l’italiano senza sforzo. Trovi il link a tutte queste risorse in descrizione, o sul sito podcastitaliano.com , nella sezione “podcast intermedio”. Ti ricordo che queste risorse sono tutte gratis. Approfittane.

    La storia da cui partiamo è una storia che, ancora oggi, colpisce parecchio, secondo me.

    La storia di Franca Viola.

    Nel cuore della Sicilia degli anni ’60, in un’Italia ancora profondamente segnata dalla reputazione e dalla cultura dell’onore, la vita di una ragazza poteva cambiare in un attimo e, quasi sempre, non per scelta sua.

    In quel contesto, la donna non era ancora pienamente riconosciuta come soggetto autonomo. La sua libertà personale era spesso filtrata attraverso la famiglia, le scelte di vita della giovane donna erano fatte dai genitori, o meglio, dal padre; e in questo contesto l’onore familiare era visto come un valore collettivo, più importante della volontà individuale.

    Franca Viola è la figlia di una famiglia di coltivatori. Da adolescente, a 15 anni, si fidanza con Filippo Melodia, nipote di un boss mafioso, e membro di una famiglia benestante. In quel periodo, Melodia viene arrestato per furto e per appartenenza a una banda mafiosa; questo induce il padre di Franca, Bernardo, a rompere il fidanzamento; per queste ragioni, la famiglia Viola è soggetta a una serie di violente minacce e intimidazioni: il loro vigneto viene distrutto, il casolare bruciato, e Bernardo Viola viene addirittura minacciato con una pistola e con queste parole: "chista è chidda che scaccerà la testa a vossia" (chi sta, questa - la pistola - è chidda, è quella, che scaccerà la testa, che farà saltare la testa, a vossia, a voi, a te) ma tutto ciò non cambia la sua decisione: il padre di Franca, e anche Franca, non vuole che i due stiano insieme.

    Franca affermerà: “Io non sono proprietà di nessuno, nessuno può costringermi ad amare una persona che non rispetto, l’onore lo perde chi le fa certe cose, non chi le subisce”.

    Un’affermazione forte di una donna forte, dato il periodo e il luogo in cui viene fatta.

    Il 26 dicembre 1965, la situazione precipita. Franca viene rapita insieme al fratellino, subito liberato, da Melodia e da alcuni complici. La sua casa viene devastata, e sua madre viene aggredita mentre tenta di difendere la figlia. Franca viene rapita, segregata per giorni, violentata, malmenata e tenuta in condizioni di totale isolamento.

    A quel punto, secondo la logica dell’epoca, tutto sembrava già scritto. Esisteva infatti una norma precisa del codice penale italiano, l’articolo 544, che prevedeva la possibilità di estinguere il reato se l’autore sposava la persona offesa. In altre parole, se lo stupratore sposava la vittima, "riparandone" l'onore, cioè metteva in atto il cosiddetto “matrimonio riparatore”, cancellava la violenza sessuale agli occhi della legge. E la cultura dominante vedeva questo matrimonio riparatore come una sorta di soluzione “accettabile”, se non addirittura necessaria, per “salvare l’onore” della vittima. Praticamente l’unica salvezza era consegnarla nelle mani del suo carnefice.

    Ma è proprio qui che la storia cambia direzione.

    Quando viene proposta la cosiddetta “paciata”, un incontro tra le famiglie per formalizzare il matrimonio e chiudere il caso, i genitori di Franca fingono di accettare, in accordo con la polizia. Ma all’alba del 2 gennaio 1966, le forze dell’ordine fanno irruzione e liberano Franca, arrestando Melodia e i suoi complici.

    Da quel momento, accade qualcosa che rompe completamente lo schema sociale dell’epoca: per la prima volta in Italia, una donna rifiuta apertamente il matrimonio riparatore.

    La pressione sociale è fortissima. In quel contesto, una ragazza che subiva una simile vicenda avrebbe dovuto sposare il suo aggressore per “rimettere a posto le cose”. Il rifiuto significava esporsi al giudizio pubblico, al rischio di essere considerata “disonorata”, esclusa, marginalizzata.

    Ma Franca Viola sceglie un’altra strada.

    Il processo che segue, presso il Tribunale di Trapani, diventa un caso nazionale. La difesa tenta di ribaltare la narrazione, parlando di “fuitina”, cioè di una fuga d’amore consenziente, una tradizione locale che avrebbe dovuto giustificare il gesto e normalizzarlo come premessa al matrimonio. Ma l’impianto accusatorio regge: il pubblico ministero sottolinea con forza il valore della scelta di Franca, riconoscendo che il suo rifiuto non è solo personale, ma simbolico; una rottura con la logica passata secondo cui la donna deve adattarsi alla violenza subita per preservare l’onore.

    Filippo Melodia viene condannato nel 1966 a 11 anni di carcere, insieme ai complici. Le successive riduzioni di pena e i processi d’appello non cancellano l’impatto della sentenza: per la prima volta, la legge non si piega alla logica del matrimonio riparatore come soluzione automatica.

    La vicenda ha un'eco enorme in tutta Italia. Diventa oggetto di dibattito politico, sociale e giuridico. Perché mette in discussione non solo un singolo caso, ma un intero sistema culturale.

    E infatti, negli anni successivi, la norma delle nozze riparatrici viene progressivamente svuotata di senso fino alla sua abolizione nel 1981; poi, solo nel 1996, la violenza sessuale verrà finalmente riconosciuta come reato contro la persona, e non contro la morale.

    Dopo la vicenda, Franca Viola sceglie una vita lontana dai riflettori, durante la quale si sposa e riceve attestati di solidarietà istituzionale, ottenendo incontri e riconoscimenti anche dal Presidente della Repubblica e dal Papa, Paolo VI.

    La storia di Franca è diventata anche parte della cultura popolare, ispirando film, libri e opere teatrali, perché rappresenta qualcosa che va oltre il singolo evento: la rottura di un meccanismo sociale che per secoli aveva confuso l’onore con il controllo sulla libertà individuale. La sua vicenda ispirò, nel 1970, il film La moglie più bella di Damiano Damiani, dove Franca (sotto il nome di Francesca) è impersonata da una giovanissima ed esordiente Ornella Muti. Il cantautore Otello Profazio le dedicò la canzone La regina senza re. La scrittrice Beatrice Monroy l'ha resa oggetto, nel 2012, del suo libro Niente ci fu, che venne però rinnegato dalla stessa Franca Viola in quanto dipingeva la figura del padre come un uomo cattivo e prepotente. Nel 2022 la sua vicenda ha ispirato anche il film Primadonna.

    Oggi, il nome di Franca Viola non rappresenta soltanto una ragazza siciliana degli anni ’60. È diventato il segno di una svolta storica, un simbolo di riscatto, in nome di tutte le donne che hanno vissuto nella stessa condizione senza poter trovare la forza o la possibilità di ribellarsi. Così che, da quel momento in poi, nessuna donna dovrà più essere costretta a fare i conti con una simile violenza.

    Passiamo ora alla storia di un’altra donna che ha cambiato l’Italia.

    La storia di Alfonsina Strada.

    All’inizio del Novecento, in Italia, il mondo dello sport era pensato come una dimostrazione di forza, resistenza, disciplina fisica. E tutto questo, nella mentalità dell’epoca, apparteneva quasi completamente agli uomini. Le donne, quando comparivano, lo facevano ai margini: spettatrici, figure decorative, oppure eccezioni tanto rare. L’idea che una donna potesse gareggiare, sudare, cadere, rialzarsi, competere su lunghi percorsi contro uomini allenati e professionisti non era solo insolita: era quasi inaccettabile. Si pensava che il corpo femminile fosse “inadatto”, fragile, non compatibile con la fatica estrema. E questa convinzione non era solo culturale: era sociale, quotidiana, normale.

    In questo contesto si sviluppa la storia di Alfonsina Strada, che nasce da una famiglia poverissima e analfabeta delle campagne emiliane, dove la vita è fatta di lavoro nei campi, fatica, pochi mezzi e molti figli.

    Nonostante la povertà estrema in cui vivevano, nel 1901, il padre Carlo acquista una bicicletta dal medico del paese: un mezzo quasi da rottamare, ma ancora funzionante. Alfonsina impara a pedalare su quella bicicletta, sviluppando una passione immediata e intensa. Prima dei 14 anni, inizia a partecipare di nascosto a diverse gare, mentendo ai genitori e dicendo di andare a Messa la domenica. Secondo alcune fonti, alla sua prima gara a Reggio Emilia, Alfonsina vince addirittura un maiale vivo.

    Quando la madre scopre la verità, le dice che avrebbe potuto continuare a pedalare solo se si fosse sposata e fosse andata via di casa. A ventiquattro anni, il 26 ottobre 1915, Alfonsina sposa quindi Luigi Strada, un meccanico, che diventerà il suo primo sostenitore e manager. Come regalo di nozze, riceve una bicicletta da corsa.

    Nel 1907, a sedici anni, si trasferisce a Torino, città in cui il ciclismo era molto diffuso, anche tra le donne. Qui inizia a gareggiare, ottenendo il titolo di “miglior ciclista italiana”. A Torino conosce Carlo Messori, che la convince a partecipare al Grand Prix di Pietroburgo del 1909, dove riceve una medaglia dallo zar Nicola II.

    Nel 1911, a Moncalieri, Alfonsina stabilisce il record mondiale femminile di velocità con 37,192 km/h e, 6 anni più tardi, si iscrive al Giro di Lombardia, come prima donna a competere con uomini in una corsa su strada. Alfonsina arriva ultima tra i classificati, con un’ora e mezza di ritardo, ma porta a termine la gara, dove molti altri si ritirano.

    La sua partecipazione suscita ironia e polemiche, ma lei continua a gareggiare. L’anno dopo partecipa di nuovo al Giro di Lombardia, arrivando ventunesima. Nel 1924, con il marito ricoverato in manicomio e senza abbastanza soldi, decide di iscriversi al Giro d’Italia. La sua presenza è controversa e, inizialmente, il suo nome non viene pubblicato correttamente sui giornali: si teme infatti che il Giro possa risultare una vera e propria "pagliacciata”. E così, poco prima dell’inizio del Giro d’Italia, il suo nome compare sulla Gazzetta dello Sport come "Alfonsin Strada di Milano"; non si sa se la "a" mancante sia dovuta a un errore o a una precisa volontà, fatto sta però che un altro quotidiano, riporta il nome "Alfonsino Strada”. Un nome maschile.

    Inizia il giro d’Italia: Alfonsina conclude le varie tappe in estremo ritardo, ma si impegna e arriva a pedalare fino a 21 ore consecutive. Nonostante le cadute, le forature delle gomme e le condizioni proibitive, riesce a completare il Giro. In un’intervista dichiara: “Sono una donna, è vero. E può darsi che non sia molto estetica e graziosa una donna che corre in bicicletta. Vede come sono ridotta? Non sono mai stata bella; ora sono… un mostro. Ma che dovevo fare? Non sono pentita. Ho avuto delle amarezze, qualcuno mi ha schernita; ma io sono soddisfatta e so di avere fatto bene.”

    Alfonsina non vince il Giro, ma lo attraversa fino in fondo. E questo cambia tutto. Perché per la prima volta una donna non è spettatrice dello sport, né eccezione tollerata: è una presenza che ha attraversato lo stesso percorso degli uomini fino alla fine, attirando gli occhi degli spettatori curiosi.

    E il significato di questo gesto va oltre lo sport. Perché mette in crisi un’idea intera di società: quella secondo cui certi spazi, certe fatiche, certi livelli di competizione non fossero “per le donne”.

    Dopo il Giro, la sua carriera continua tra gare, esibizioni, spettacoli, viaggi. Diventa una figura iconica, una ciclista che non rappresenta solo se stessa ma la possibilità stessa di superare un limite. E anche quando il ciclismo non le permette più di competere come prima, perché viene bandita dal Giro d’Italia, la sua presenza continua a pesare simbolicamente: la sua storia resta una delle più potenti del ciclismo italiano. E non perché abbia “vinto tutto”, ma perché ha fatto qualcosa di più raro: ha dimostrato che una cosa considerata impossibile poteva essere fatta.

    E ogni volta che oggi vediamo una donna nello sport professionistico, soprattutto in discipline di resistenza o di alto livello competitivo, lo dobbiamo anche ad Alfonsina. Ai suoi sogni e al suo coraggio di aver rincorso una strada che, prima di Alfonsina Strada, semplicemente, per le donne, non esisteva.

    Anche Alfonsina ha ricevuto molti riconoscimenti: racconti, romanzi, spettacoli teatrali e film, ma anche varie canzoni, fra cui Alfonsina e la bici. Nel videoclip di questa canzone, ad interpretare la protagonista, cioè Alfonsina, è Margherita Hack.  Su di lei è stata scritta anche la biografia Gli anni ruggenti di Alfonsina Strada - Il romanzo dell'unica donna che ha corso il Giro d'Italia assieme agli uomini (Edicicloeditore). E poi, a tante piste ciclabili e vie è stato dato il suo nome: a Milano, a Ravenna, Perugia. Inoltre, la salita più impegnativa del Giro d'Italia Women 2024 è stata denominata "Cima Alfonsina Strada".

    Ma abbandoniamo lo sport per parlare di un’altra donna molto importante per noi italiani. Entriamo in punta di piedi ne…

    La storia di Lidia Poët.

    Ci troviamo in Piemonte, nella seconda metà dell’Ottocento. L’Italia è un Paese che si sta ancora costruendo, ma che resta profondamente ancorato a un’idea molto rigida dei ruoli sociali. Le donne, anche quando istruite, anche quando capaci, sono quasi sempre escluse dagli spazi del sapere “ufficiale” e ancora di più da quelli della legge, della politica, delle istituzioni. Il diritto, in particolare, è considerato un territorio esclusivamente maschile: tecnico, pubblico, “non adatto” alla sensibilità femminile secondo le convinzioni dell’epoca.

    Ed è proprio in questo scenario che emerge la figura di Lidia Poët, nata nel 1855 a Perrero, in una famiglia benestante e colta. Fin da giovane si muove in un percorso di studi non comune per una donna del suo tempo: studia lingue, insegna, ottiene diplomi, frequenta scuole anche all’estero, tra Svizzera e Piemonte. È una formazione solida, ampia, già in parte “fuori luogo”.

    Ma il vero salto avviene quando decide di iscriversi alla facoltà di giurisprudenza all’Università di Torino. È una scelta quasi rivoluzionaria, non tanto per la difficoltà degli studi, quanto per ciò che rappresenta: una donna che entra in un mondo che non la contempla.

    Si laurea nel 1881 con una tesi che già dice molto della sua visione: la condizione femminile e il diritto di voto alle donne. Non è solo un esercizio accademico, ma una presa di posizione intellettuale in anticipo sui tempi.

    Dopo la laurea, svolge il praticantato legale, supera brillantemente l’esame di abilitazione e chiede l’iscrizione all’Ordine degli Avvocati di Torino. Qui accade qualcosa che segna un punto di rottura nella storia giuridica italiana: la sua richiesta viene accolta… inizialmente. E per un breve momento, nel 1883, Lidia Poët diventa ufficialmente la prima donna ammessa all’esercizio dell’avvocatura in Italia.

    Ma quella apertura dura pochissimo.

    Il procuratore generale del Regno contesta la decisione, sostenendo che l’iscrizione non sia legittima. Il caso arriva fino alla Corte d’Appello e poi alla Corte di Cassazione. La sentenza finale ribalta tutto: l’iscrizione viene annullata.

    La motivazione non è solo tecnica, ma profondamente culturale. La Corte afferma che la donna non può esercitare l’avvocatura perché così dice la legge. Ma soprattutto, nelle argomentazioni, emergono chiaramente stereotipi dell’epoca: si sostiene che le donne non siano adatte alla durezza del dibattito giudiziario, che la loro presenza nei tribunali sia inopportuna, che la toga su un corpo femminile risulti quasi “fuori luogo”, e che manchino delle qualità ritenute necessarie alla professione, come fermezza, costanza e razionalità.

    È un linguaggio che oggi colpisce proprio perché non è neutro: non si limita a escludere, ma giustifica l’esclusione come “naturale”. La decisione provoca un forte dibattito pubblico, anche fuori dall’Italia. La vicenda diventa simbolo di una contraddizione evidente: una donna formata, competente, preparata, viene esclusa non per incapacità, ma per la sua identità, per il suo genere.

    Da quel momento, Lidia Poët non può esercitare formalmente come avvocata. Ma questo non la allontana dal diritto. Lavora con il fratello avvocato, segue casi, si occupa di minori, di persone fragili, di diritti sociali. Allarga progressivamente il suo campo d’azione, entrando anche nel dibattito internazionale sui sistemi penitenziari. Partecipa infatti ai Congressi Penitenziari Internazionali, dove per decenni contribuisce a riflessioni avanzate per l’epoca: la funzione rieducativa della pena, la necessità di protezione dei minori, l’idea che il carcere non debba essere solo punizione ma anche reinserimento. Sono temi che oggi consideriamo centrali nel diritto moderno, ma che alloraerano ancora in fase embrionale.

    Per decenni, quindi, lavora “ai margini” dell’ufficialità, ma al centro dei processi di trasformazione sociale e giuridica.

    La svolta formale arriva solo molti anni dopo, con la legge del 1919 che finalmente dà accesso, alle donne, ai pubblici uffici e alle professioni. A quel punto, Lidia Poët ha già più di sessant’anni. Ma nonostante l’età, non rinuncia a completare simbolicamente il suo percorso: nel 1920 viene finalmente ammessa all’Ordine degli Avvocati.

    È un riconoscimento tardivo, ma potentissimo. Non perché cambi la sua vita quotidiana, ormai già segnata da anni di attività, ma perché chiude un cerchio storico: ciò che era stato negato per principio, diventa finalmente legittimo.

    Negli ultimi anni continua a impegnarsi nel sociale, anche nel movimento per il suffragio femminile, e muore nel 1949, a 93 anni.

    La sua storia non è solo quella della prima donna di legge; ma quella di una frattura nel sistema. Una frattura che mostra con chiarezza quanto le esclusioni non siano mai naturali, ma costruite. E soprattutto, quanto spesso il cambiamento inizi prima del riconoscimento ufficiale: nelle aule, nelle idee, e nel coraggio di chi continua a esercitare il proprio mestiere anche quando il sistema dice che non dovrebbe farlo.

    Ultimamente, la storia e il personaggio di Lidia Poet hanno ottenuto molta fama nella cultura popolare, soprattutto grazie alla serie TV di Netflix La legge di Lidia Poët, dove Lidia è interpretata da Matilda De Angelis, famosa attrice italiana riconosciuta a livello internazionale. Io non ho ancora visto questa serie ma te la consiglio, una mia amica mi ha detto che è bellissima e che è assolutamente da recuperare.

    Concludiamo con…

    La storia di Tina Anselmi.

    Nel primo Novecento e poi ancora nel pieno della Seconda guerra mondiale, l’Italia è un Paese attraversato da contraddizioni fortissime. Da un lato c’è un mondo che cambia, con le donne che iniziano lentamente a entrare nel lavoro, nella scuola, nella vita pubblica. Dall’altro, però, resta un impianto sociale ancora profondamente patriarcale, in cui la politica, le istituzioni e perfino l’idea stessa di cittadinanza attiva sono quasi interamente maschili.

    È un’Italia in cui la guerra non è un’idea lontana, ma una presenza concreta che entra nelle case, nelle scuole, nei paesi. E soprattutto è un’Italia in cui la libertà, quella vera, non è ancora un dato stabile: è qualcosa che si perde e si riconquista, spesso a un prezzo altissimo.

    In questo scenario, si colloca Tina Anselmi, nata nel 1927 a Castelfranco Veneto. Cresce in una famiglia che predica una forte attenzione ai valori civili. Ma è soprattutto il contesto storico a segnare la sua formazione: il fascismo prima, e poi la guerra, con tutta la sua brutalità.

    Da adolescente, Tina vive direttamente uno degli episodi che segneranno per sempre la sua coscienza: durante un rastrellamento nazifascista viene obbligata ad assistere, insieme ad altri studenti, all’impiccagione pubblica di decine di prigionieri. È un momento di rottura. Non è più solo la guerra “raccontata”, è la violenza resa spettacolo, imposta come intimidazione collettiva.

    Da lì nasce la scelta di entrare nella Resistenza. Con il nome di battaglia “Gabriella”, Tina diventa staffetta partigiana. Le staffette sono spesso invisibili nella narrazione storica, ma fondamentali per il funzionamento della rete partigiana: erano fondamentali per il funzionamento della Resistenza perché garantivano i collegamenti tra gruppi e territori diversi. Trasportavano messaggi segreti, spesso nascosti o imparati a memoria, e mettevano in comunicazione le brigate isolate. Portavano anche armi, viveri e medicinali, accompagnavano persone in fuga lungo percorsi sicuri e raccoglievano informazioni sui movimenti nemici. Molte erano donne e riuscivano a passare più inosservate fingendo una vita normale. Pur non combattendo direttamente, svolgevano un ruolo estremamente rischioso e indispensabile, senza il quale la rete partigiana non avrebbe potuto esistere.

    In quel periodo entra anche nella Democrazia Cristiana, segnando già un passaggio importante: la resistenza non è solo lotta armata, ma anche costruzione politica del futuro. Quando la guerra finisce, l’Italia non è semplicemente “libera”. È un Paese da ricostruire, materialmente e istituzionalmente. Ed è qui che Tina Anselmi entra in una nuova fase della sua vita: quella dell’impegno politico e sociale.

    Negli anni successivi entra stabilmente nella vita politica nazionale come deputata della Democrazia Cristiana, occupandosi di lavoro, sanità, politiche sociali, famiglia, diritti. Anselmi si muove dentro i meccanismi istituzionali cercando di modificarli dall’interno.

    Il punto di svolta arriva nel 1976, quando diventa ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale. È un passaggio storico: è la prima donna nella storia della Repubblica Italiana a ricoprire una carica ministeriale. In quegli anni porta avanti politiche legate alla parità salariale fra uomo e donna e alla tutela dei lavoratori, sempre con una particolare attenzione alle disuguaglianze di genere nel mondo del lavoro.

    Successivamente diventa anche Ministro della Sanità. In questo ruolo si trova al centro di una delle trasformazioni più importanti dello Stato sociale italiano: la nascita del Servizio Sanitario Nazionale. È un cambiamento radicale, che mira a rendere l’assistenza sanitaria universale e pubblica. In questo contesto, vengono anche rimosse dal mercato numerose pratiche e farmaci ritenuti inefficaci o pericolosi. Ma la sua attività politica non si limita alle riforme tecniche. È anche una figura profondamente legata a scelte etiche e civili complesse. Tina Anselmi, prima donna ministro in Italia, firma la legge 194 del 22 maggio 1978 che legalizza l'aborto, pur essendo personalmente contraria per convinzioni cattoliche. Da ministra della Sanità, decide di firmare per rispetto della volontà popolare e della democrazia, per evitare i rischi dell'aborto clandestino.

    Per concludere in bellezza, Tina Anselmi, negli anni 80, ha avuto anche un ruolo decisivo nello smascherare uno dei più gravi scandali della storia della Repubblica italiana, quello della Loggia massonica P2.

    La P2 era formalmente una loggia massonica, una rete segreta di potere che riuniva al suo interno figure molto influenti: politici, alti ufficiali dell’esercito, membri dei servizi segreti, imprenditori, banchieri e giornalisti. Questa rete influenzava e controllava le istituzioni dello Stato dall’interno, aggirando le regole democratiche. Era praticamente uno “Stato nello Stato”: un sistema parallelo che operava nell’ombra, con l’obiettivo di orientare la politica, l’informazione e gli equilibri di potere del Paese.

    Nel 1981, Tina Anselmi viene nominata presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2. È un incarico estremamente delicato, perché significa indagare proprio su quelle persone potenti che occupavano ruoli chiave nelle istituzioni. Il suo lavoro consiste nel raccogliere documenti, analizzare prove, interrogare testimoni e ricostruire l’intera rete: chi ne faceva parte, quali erano gli obiettivi e in che modo operava. Non è un’indagine semplice: incontra resistenze, silenzi, minacce e pressioni, ma nonostante questo, Anselmi porta avanti il lavoro con grande determinazione e rigore, riuscendo a far emergere la reale portata del fenomeno.

    Da questa esperienza nasce anche una conseguenza concreta: la legge del 1982, nota come “Legge Anselmi”, che vieta le associazioni segrete che interferiscono con il funzionamento delle istituzioni. In questo modo, la sua azione non si limita a denunciare un problema, ma contribuisce a creare strumenti per impedirne il ripetersi.

    Una donna eccezionale.

    Tra l’altro, ti consiglio di cercare delle interviste su YouTube. Fortunatamente è pieno di interviste a Tina Anselmi, anche sulla loggia massonica; te le consiglio perché sono molto molto interessanti.

    Comunque, non so se conoscevi queste donne, quattro donne di cui non si parla molto spesso. Quando ho pensato a questo episodio ho pensato che magari avrei parlato di Rita Levi-Montalcini, Maria Montessori, Samantha Cristoforetti eccetera eccetera, ma poi ho deciso di parlare di donne che hanno apportato un cambiamento forse meno “conosciuto”, meno “celebrato”, ma più che fondamentale. Sei d’accordo?

    Comunque, per concludere, ti chiedo: quale storia ti ha lasciato di più il segno? E poi, soprattutto, ti vengono in mente nomi di donne particolarmente influenti, quando pensi alla storia del tuo Paese? Fammelo sapere con un commento. Io ti saluto, grazie per l’ascolto e alla prossima. Ciao!

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