La fuga dei cervelli dall’Italia
In questo episodio di livello avanzato, esploriamo il fenomeno della "fuga dei cervelli" dall'Italia: quanti sono i giovani laureati che emigrano, perché lo fanno e quali conseguenze ha questo esodo sul Paese.
Scopri Dentro l'Italia - Corso di italiano avanzato (C1)
Accedi o registrati per continuare a leggere
“Fuga dei cervelli”, se ne sente parlare ovunque, da anni. Ma cosa si intende con questa espressione, esattamente? Per rispondere a questa domanda, facciamo un passo indietro e volgiamo lo sguardo per prima cosa alla lingua italiana.
Scarica la versione PDF della trascrizione
Trascrizione interattiva dell'episodio
Scorrendo le pagine dei quotidiani italiani è frequente imbattersi in titoli come “Armiamo i cervelli, non gli eserciti”; o ancora “Siamo la regione che attira più talenti e cervelli”; e, per continuare, “Cervelli in partenza”, ”Cervelli truffati”, oltre all’onnipresente “Fuga dei cervelli”, da cui siamo partiti.
Chi sono, dunque, questi “cervelli” di cui tanto si parla e tanto si scrive in Italia?
In senso figurato, la parola cervelli è usata per riferirsi a persone di grande mente, di fine intelletto e di straordinaria capacità nel proprio settore di attività o di studio, che si tratti di scienza, tecnica o di altri campi: sentiamo spesso parlare di cervelli della fisica, ad esempio, o ancora di cervelli dell’economia o della politica.
Ma ciò di cui sentiamo soprattutto parlare è, dicevamo, la FUGA dei cervelli, espressione con cui viene indicato l’esodo, la partenza in massa di studiosi e ricercatori, dall’Italia verso altri Paesi che offrono migliori condizioni di vita e di lavoro, retribuzioni più elevate e migliori opportunità di carriera.
La fuga dei cervelli italiani: è proprio questo il tema a cui è dedicato questo episodio.
Questo è Podcast Italiano, un podcast per imparare l’italiano attraverso contenuti interessanti e autentici. Stai ascoltando il podcast di livello intermedio o avanzato: se sei alla ricerca di contenuti un po’ più semplici, cerca Podcast Italiano Principiante. L’episodio di oggi è un episodio di livello avanzato, motivo per cui ti consiglio particolarmente di dare un’occhiata alla trascrizione gratuita che prepariamo per te e che si trova sul nostro sito podcastitaliano.com. La trascrizione contiene un glossario dettagliato che ti permetterà di imparare e capire un sacco di parole ed espressioni probabilmente nuove per te. Trovi il link nelle note di questo episodio, nell’app dove mi stai ascoltando: Spotify, Apple Podcast o qualsiasi app di podcast. Detto ciò, iniziamo.
Fuga dei cervelli, dicevamo. L’espressione nasce sul modello di un’altra espressione, fuga di capitali, con cui ci si riferisce a quel fenomeno economico che si verifica quando grandi quantità di attività finanziarie - denaro, investimenti o titoli - escono rapidamente da un Paese, come conseguenza della ricerca di maggiore sicurezza o rendimenti migliori altrove, spesso in risposta a incertezze o instabilità nel Paese di origine.
L’espressione fuga dei cervelli ricalca quella inglese brain drain, coniata dalla British Royal Society tra la fine degli anni ‘50 e l’inizio degli anni '60, per descrivere il fenomeno dell'emigrazione di un gran numero di scienziati, ingegneri e medici altamente qualificati dal Regno Unito verso il Nord America, soprattutto verso gli Stati Uniti e il Canada. Oggi l’espressione, nelle varie traduzioni, è adottata a livello globale per descrivere la migrazione di persone altamente istruite o capaci da un Paese a un altro, solitamente da nazioni meno sviluppate ad altre più ricche, in cerca di migliori condizioni e opportunità.
In Italia l’emorragia di capitale umano qualificato è un problema così serio che se ne scrivono perfino canzoni. Nel gennaio del 2011 il rapper pugliese Caparezza dedica alla questione la sua Goodbye Malinconia, di cui ascoltiamo un breve estratto:
E chi vuole rimanere, ma come fa?! Ha le mani legate come Andromeda!
Qua ogni rapporto si complica come quello di Washington con Teheran
Si peggiora con l'età, ti viene il broncio da Gary Coleman
Metti nella valigia la collera e scappa da Malincònia
Tanto se ne vanno tutti! Da qua se ne vanno tutti!
Non te ne accorgi ma da qua se ne vanno tutti!
Da qua se ne vanno tutti! Da qua se ne vanno tutti!
Non te ne accorgi ma da qua se ne vanno tutti!
Goodbye Malinconia, come ti sei ridotta in questo stato?
Goodbye Malinconia, dimmi chi ti ha ridotta in questo stato
“E poi se ne vanno tutti”, canta Caparezza. Se ne vanno perché hanno le mani legate. Se ne vanno perché i rapporti di lavoro sono complicati. Se ne vanno incolleriti. Se ne vanno ridotti in stato pietoso. Se ne vanno, se ne vanno tutti. Dal 2011 ad oggi, come vedremo, le cose non sono cambiate, anzi.
A questo punto, viene da porsi alcune domande:
- Quanti sono questi “tutti che se ne vanno”, questi cervelli che fuggono?
- Chi sono?
- Perché fuggono, esattamente?
- Da dove fuggono e verso dove?
- Restano all’estero per sempre o prima o poi tornano in Italia?
- Se tornano, dopo quanto tempo tornano, e con quali prospettive?
Dati alla mano, in questo episodio di Podcast Italiano risponderemo, una ad una, a tutte queste domande. Al termine dell’ascolto, avrai un quadro esaustivo della questione.
Iniziamo dai numeri. Quanti sono i cervelli italiani in fuga?
Dati recenti dell'Istituto Nazionale di Statistica - l’Istat - e di altri istituti di ricerca come Fondazione Nord Est e Almalaurea evidenziano un fenomeno migratorio significativo e in drammatica crescita. In 10 anni - precisamente dal 2014 al 2023 - ben 97.000 giovani laureati italiani hanno lasciato l'Italia. Considerando che il numero totale dei laureati è passato, nello stesso decennio, da poco più di 300.000 a quasi 400.000, gli espatriati rappresenterebbero circa il 12-13%.
Nel 2024, poi, si è registrato un vero record di espatri: secondo i dati Istat e del Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes, lo scorso anno si sono registrate circa 155.000 partenze totali, con un aumento del 38% rispetto all'anno precedente. Si tratta del valore più alto degli ultimi 25 anni. Gli italiani tra i 18-34 anni se ne sono andati in numeri maggiori rispetto all’anno precedente, 2023, il +47,9% in più per la precisione; a cui unire il +38,5% della classe di età immediatamente successiva, quella 35-49 anni. La componente dei giovani e dei giovani adulti, quindi, nell’insieme, raggiunge il 72,2% del totale degli italiani residenti all’estero. Di questo flusso migratorio che riguarda soprattutto i giovani, i laureati, cioè coloro che hanno un titolo universitario, rappresentano una quota consistente: il 40% nella classe di età 18-34 anni.
Inoltre, dei laureati italiani in materie STEM (cioè scientifiche, tecniche, ingegneristiche e matematiche) circa il 10% emigra all'estero.
E sono ancora più preoccupanti i numeri che riguardano i dottori di ricerca, quelli che in inglese sarebbero i PHD (ma si sente spesso questo termine anche in italiano). Dati del 2019 indicano che circa un dottore di ricerca su cinque (dunque il 20%) dopo essersi formato nelle università italiane emigra all'estero. Nel caso dei ricercatori accademici, l’emigrazione è dovuta, oltre alle cause che spiegano anche la fuga dei laureati (ovvero la ricerca di migliori condizioni di lavoro, migliori retribuzioni e maggiori opportunità di carriera) a fattori specifici del sistema universitario italiano, quali la precarietà, la mancanza cronica di finanziamenti, e l’eccesso di burocrazia. La stabilità lavorativa nell'accademia italiana è un orizzonte lontano per i ricercatori, che affrontano anni di contratti a termine, contratti che hanno dunque una scadenza, prima di ottenere una posizione permanente, se mai riescono ad ottenerla. Il sistema universitario italiano soffre inoltre di mancanza di fondi e investimenti, il che limita le risorse disponibili per la ricerca, le attrezzature e le assunzioni. Infine, l'ambiente lavorativo è spesso appesantito da un’eccessiva burocrazia, che rende l'attività di ricerca meno agevole rispetto ad altri Paesi in cui il contesto accademico è più efficiente e meritocratico.
Allora chiediamoci: verso dove fuggono tutti questi cervelli che lasciano l’Italia?
Se da un lato l’attuale mobilità italiana non disdegna i nuovi contesti professionali emergenti (si veda l’Oriente, con Singapore, gli Emirati Arabi, ma anche la Scandinavia), preferisce ancora l’Europa. Il 73,7% degli italiani con residenza all’estero nel 2024 si è trasferito in un Paese europeo (si tratta di quasi 91.000 italiani). Sono 23.000 circa coloro che, invece, sono espatriati in America (pari al 18,9% del totale), di cui 15.000 nell’America latina.
Interroghiamoci ora sull’origine: da dove fuggono i cervelli che raggiungono le destinazioni appena citate? Dal Nord Italia, dal Centro, o dal Sud?
Osserviamo qualche dato. Nel decennio 2014-2023 il Nord ha perso oltre 48.000 giovani laureati, il Centro circa 16.000 e il Mezzogiorno poco più di 32.000. Stiamo appunto parlando di italiani che vanno all’estero. Tuttavia il Nord e il Centro, grazie ai trasferimenti di residenza di giovani provenienti dal Sud, hanno realizzato un guadagno netto rispettivamente di 134.000 e di 13.000 giovani laureati. Sì, molti italiani che vivono al Sud si trasferiscono al Nord e al Centro per avere migliori opportunità. Nel Sud, invece, i numeri del deflusso sono doppi: alle perdite di laureati verso l’estero si sommano appunto i trasferimenti verso il Nord Italia, con un saldo complessivo negativo di oltre 179.000 giovani laureati. Una vera e propria emorragia.
Andiamo allora a fare la conoscenza di alcuni di questi cervelli italiani in fuga, ad ascoltarne le voci, ad apprenderne le storie.
Il giornale online Il Fatto Quotidiano ha dedicato una rubrica ai giovani e alle giovani che sono partiti per far carriera in altri Paesi.
Spulciando in questa rubrica conosciamo, ad esempio, l’architetto Riccardo Minervini. A 37 anni vola in Cina, dove comincia a progettare nientemeno che aeroporti: “Da noi le grandi opere vanno ai soliti”, osserva amaramente in un’intervista a Il Fatto, riferendosi, con l’espressione “i soliti”, ai cosiddetti “raccomandati”, ovvero a persone che vengono scelte non per meriti o competenze, ma per i loro “agganci”, come diciamo in italiano, cioè l’appoggio e protezione di una o più persone influenti.
Sempre a Il Fatto un’altra architetta racconta che in Italia si è ritrovata prima a lavorare in un call center e poi a fare la cameriera in un ristorante. Ora è in Australia a svolgere finalmente la sua vera professione: progettare edifici.
Altra storia, altro cervello: quello di Enrico Casaroli, emigrato negli Stati Uniti. Dopo dieci anni di lavoro come story artist di film di animazione, nel 2013 ha portato alla gara per gli Oscar il suo primo cortometraggio d’autore.
E basta scorrere i titoli della rubrica de Il Fatto per rendersi conto di quante siano - e quanto varie - le storie di chi ha scelto l’estero per la propria crescita professionale, e si è accorto di aver fatto la scelta giusta:
- Domenico, da Bari a Zurigo e poi Oxford per fondare la sua startup, dice “Qui contano i voti, ma anche il saper lavorare in squadra”
- Giacomo Valle, ingegnere neurale in Svezia, dice: “Tornerei, ma non mi conviene”
- Maddalena, dalla Sardegna alla Svezia, dice: “Qui la persona viene prima del lavoro, il tempo per vivere è più importante di tutto”
- Alessandro, biologo in Germania da 13 anni, dice: “Qui ci sono fondi per fare ricerca di qualità”
E se si cercano discussioni online, per esempio su forum come Reddit, si trovano moltissime altre testimonianze analoghe. Gli italiani, soprattutto quelli più qualificati, che se ne vanno all’estero, di solito, non hanno grandi ragioni o incentivi di tornare nel Bel Paese.
Nell’apprendere queste storie, e quelle dei tanti medici e scienziati italiani che sono diventati essenziali per i centri di ricerca all’estero, non possiamo non chiederci quanto futuro, quanto sviluppo, quanta crescita l’Italia stia perdendo ogni volta che un giovane formato in Italia se ne va.
Ma prima ancora che sul depauperamento sociale, demografico, e culturale, interroghiamoci sul danno economico subito da un Paese che investe nella formazione dei propri ragazzi per poi vederli contribuire all'economia e al progresso scientifico di altre nazioni. Ogni laureato rappresenta un investimento complessivo di circa 112.000 euro, tra risorse pubbliche e private, accumulato lungo tutto il percorso formativo: dall’asilo nido fino alla laurea. Si stima che la fuga dei cervelli costi all'Italia circa 14 miliardi di euro all'anno. Il capitale umano perso tra il 2011 e il 2023, dunque in 13 anni, è stimato in 134 miliardi di euro. I ricercatori italiani all'estero sono bravi e capaci, si distinguono nei loro campi, confermando la qualità della formazione italiana, ma anche l'inefficacia del sistema italiano nel trattenerli in Italia.
Soffermiamoci sul danno economico subito in particolare dal Meridione, che, come abbiamo visto, subisce un doppio deflusso (dal Sud verso l’estero e dal Sud verso il Nord Italia); è l’unica area d’Italia a registrare un saldo complessivo negativo in termini di trasferimenti. Secondo un rapporto che abbiamo trovato, l’emigrazione dal Meridione costa oltre quattro miliardi di euro ogni anno. Quando 13.000 giovani emigrano all’estero, significa che il Mezzogiorno perde 1,5 miliardi di euro di capitale umano. Altri 23.000 che si spostano verso il Centro-Nord ne valgono 2,6 miliardi. In totale, si tratta di 4,1 miliardi di euro che il Sud investe per formare una classe dirigente destinata a mettere le proprie competenze al servizio di altri territori. Un disastro.
Il danno economico, demografico e culturale derivante dalla fuga dei cervelli nell’ultimo quarto di secolo è stato al centro dell’attenzione degli ultimi governi italiani, i quali hanno cercato di contenere l’esodo mettendo in atto una serie di contromisure che hanno avuto come obiettivo generale quello di incentivare il trasferimento della residenza fiscale in Italia da parte dei lavoratori altamente qualificati e specializzati italiani che operano all’estero: per esempio, benefici fiscali e una tassazione minore sul reddito, semplificazioni burocratiche per assumere docenti e ricercatori, finanziamenti per progetti di ricerca. Insomma, misure volte a far “rimpatriare”, cioè “tornare in patria”, gli italiani che se ne erano andati all’estero, che vengono appunto chiamati “rimpatriati” (o “impatriati”, con un tecnicismo).
Chiediamoci ora: queste misure hanno o non hanno avuto effetto?
Beh, pare che una svolta in effetti ci sia stata, e che sia arrivata nel 2021: in quell’anno gli italiani rimpatriati sono passati da 2-3 mila l’anno a 6.500. C’è stato dunque un raddoppiamento. Da allora, il numero dei rimpatri è rimasto costante, segno che non è stato il Covid l’unico motivo a spingere tanti a tornare; hanno certamente pesato le politiche fiscali, ma ci sono anche altri fattori da tenere presenti. Ad esempio, il fatto che le condizioni di vita e di lavoro all’estero siano nel frattempo cambiate.
Pensiamo a Londra, ad esempio. Pur rimanendo un centro nevralgico dell’economia tech in Europa, Londra non è più il paradiso: la Brexit e le incertezze attuali dell'economia inglese ne hanno scalfito l’attrattività.
“È una città da cui i londinesi stessi fuggono quando arrivano a una certa fase della vita, in cui hanno figli, perché le scuole migliori sono fuori, la logistica è complicata, c’è enorme competizione su tutto” rivela un italiano emigrato nel Regno Unito, che preferisce restare anonimo, al quotidiano La Repubblica. Questo mutato contesto è una spinta per molti italiani a tornare in patria.
Se non fosse che l’attuale governo ha fatto marcia indietro, complicando le regole che erano in vigore. Dal 1° gennaio 2024, infatti, il governo Meloni, con il decreto legislativo “Fiscalità Internazionale”, ha cambiato le regole per gli impatriati, introducendo un nuovo regime agevolato con requisiti più rigidi e incentivi più bassi rispetto alla normativa precedentemente vigente. Questo nuovo regime ha creato non pochi problemi a rimpatriati e “rimpatrianti”. Molti di loro hanno sfogato la loro frustrazione in un’intervista al quotidiano “Il Corriere della Sera”. Leggiamo, a titolo di esempio, la storia di Simone.
Sono Simone e la mia compagna si chiama Celeste. Abbiamo 36 e 34 anni. Entrambi laureati con master di specializzazione nei nostri rispettivi settori. Abbiamo passato gli anni dal 2015 al 2019 vedendoci a singhiozzo. Io facevo trasfertista per 250 giorni l’anno con contratto italiano, mentre lei lavorava in Baviera. A fine 2019 l’opportunità di stabilirci con le stesse aziende (entrambe multinazionali) a Barcellona e iniziare finalmente a convivere. A febbraio 2022 è nata Penelope. Ovviamente vivere e lavorare con una bimba senza un aiuto famigliare in loco è difficile e costosissimo ma ce la siamo cavata bene e, anzi, abbiamo deciso di avere un secondo figlio: nascerà a gennaio 2024. L’idea di tornare in Italia dove i nostri figli avrebbero nonni e cugini si è fatta insistente. In Spagna stiamo benissimo e la decisione è stata molto sofferta ma ci sentivamo di dover scrivere una nuova pagina di vita. Incredibilmente (come nel 2020) si allineano i pianeti e mi capita l’occasione lavorativa per rientrare! La mia azienda mi fa una proposta interessante a partire dal 1 gennaio 2024 e accetto. La mia ragazza lavora da remoto e può spostarsi più agevolmente. Troviamo una casa in Italia e decidiamo di fare un’offerta dopo aver calcolato tutto meticolosamente e contando sul regime per gli impatriati. Il 17 ottobre ci confermano che la proposta d’acquisto per la casa è stata accettata e nello stesso momento escono le prime notizie sull’intenzione del governo Meloni di modificare il regime fiscale su cui contavamo. Nello stesso giorno ci siamo trovati indebitati con la casa e privati dei soldi su cui avevamo contato prima di firmare. (…) Prima ancora che siamo tornati, l’Italia ci ha già tradito. (…) Ancora prima di rientrare, l’Italia ci ricorda perché eravamo partiti.
A conclusione di questo episodio, l’ultima domanda che ci poniamo è: i cervelli che, nonostante tutti gli ostacoli, decidono di rimpatriare, in Italia, poi, ci restano? O emigrano nuovamente?
Sulla permanenza effettiva dei cervelli rimpatriati in Italia nel lungo periodo non si hanno purtroppo dati raccolti sistematicamente e pubblicati da fonti ufficiali. Manca, cioè, un monitoraggio specifico di retention a lungo termine dei profili altamente qualificati in seguito al rientro in Italia.
Emilia Garito, Fondatrice e Presidente di Quantum Leap ricorda che è proprio questa la vera sfida: far sì che chi torna in Italia poi ci rimanga. Per questo serve, dice, “un ecosistema economico e produttivo in grado di sostenere e alimentare la PERMANENZA dei talenti. Solo così l'Italia potrà davvero capitalizzare sull'inversione dei flussi migratori dei professionisti, trasformando un'opportunità contingente in un vantaggio competitivo di lungo periodo”.
Sul lungo periodo è orientata, per concludere con un esempio virtuoso, la prospettiva di Satispay, startup di pagamenti digitali nata nel 2013 da un’idea di tre ragazzi di Cuneo. Oggi è valutata oltre un miliardo di euro, ha una sede principale a Milano e vanta oltre 630 dipendenti, un numero che continua a crescere. Tra i nuovi assunti ci sono anche diversi italiani di ritorno: c’è chi ha vissuto in contesti come la Silicon Valley, Amsterdam, Londra o Berlino dai tempi dell'università, chi ha lavorato in aziende tech anche molto grandi, chi si è confrontato con professionisti di lunga esperienza, e ora ha deciso di rientrare in Italia dalla famiglia, o di far crescere i propri figli nel suo Paese di origine.
Lo scenario attuale, tuttavia, non lascia molto spazio all’ottimismo, a dire il vero. Satispay è tra le poche startup italiane che hanno avuto davvero successo, insieme a Scalapay, Bending Spoons e iGenius: sono queste le uniche quattro ad aver raggiunto nell’ecosistema tech italiano lo status di “unicorno”, ad essere cioè valutate oltre 1 miliardo di dollari/euro come società private non quotate. Su un paese di 60 milioni di abitanti, si tratta di un risultato che rischia di smorzare gli entusiasmi. L’augurio è che altre startup italiane attualmente in forte crescita - cito ad asempio Casavo, Exain, UnoBravo - possano seguire l’esempio di Satispay e non solo riportare a casa gli italiani, ma anche - perché no? - attrarre talenti esteri. Un risultato che potrà essere ottenuto solo quando saranno create delle condizioni lavorative e fiscali tali da fare del “Bel” Paese anche il “Buon” Paese, a cominciare dai cervelli.
Questo episodio finisce qui. Fammi sapere se il fenomeno della fuga dei cervelli è diffuso anche nel tuo Paese e se ci sono delle mete preferite da chi parte, da chi EMIGRA, dal tuo Paese. Fammelo sapere in un commento. Grazie ancora per l’ascolto e alla prossima.
“Fuga dei cervelli”, se ne sente parlare ovunque, da anni. Ma cosa si intende con questa espressione, esattamente? Per rispondere a questa domanda, facciamo un passo indietro e volgiamo lo sguardo per prima cosa alla lingua italiana.
Scarica la versione PDF della trascrizione
Trascrizione interattiva dell'episodio
Scorrendo le pagine dei quotidiani italiani è frequente imbattersi in titoli come “Armiamo i cervelli, non gli eserciti”; o ancora “Siamo la regione che attira più talenti e cervelli”; e, per continuare, “Cervelli in partenza”, ”Cervelli truffati”, oltre all’onnipresente “Fuga dei cervelli”, da cui siamo partiti.
Chi sono, dunque, questi “cervelli” di cui tanto si parla e tanto si scrive in Italia?
In senso figurato, la parola cervelli è usata per riferirsi a persone di grande mente, di fine intelletto e di straordinaria capacità nel proprio settore di attività o di studio, che si tratti di scienza, tecnica o di altri campi: sentiamo spesso parlare di cervelli della fisica, ad esempio, o ancora di cervelli dell’economia o della politica.
Ma ciò di cui sentiamo soprattutto parlare è, dicevamo, la FUGA dei cervelli, espressione con cui viene indicato l’esodo, la partenza in massa di studiosi e ricercatori, dall’Italia verso altri Paesi che offrono migliori condizioni di vita e di lavoro, retribuzioni più elevate e migliori opportunità di carriera.
La fuga dei cervelli italiani: è proprio questo il tema a cui è dedicato questo episodio.
Questo è Podcast Italiano, un podcast per imparare l’italiano attraverso contenuti interessanti e autentici. Stai ascoltando il podcast di livello intermedio o avanzato: se sei alla ricerca di contenuti un po’ più semplici, cerca Podcast Italiano Principiante. L’episodio di oggi è un episodio di livello avanzato, motivo per cui ti consiglio particolarmente di dare un’occhiata alla trascrizione gratuita che prepariamo per te e che si trova sul nostro sito podcastitaliano.com. La trascrizione contiene un glossario dettagliato che ti permetterà di imparare e capire un sacco di parole ed espressioni probabilmente nuove per te. Trovi il link nelle note di questo episodio, nell’app dove mi stai ascoltando: Spotify, Apple Podcast o qualsiasi app di podcast. Detto ciò, iniziamo.
Fuga dei cervelli, dicevamo. L’espressione nasce sul modello di un’altra espressione, fuga di capitali, con cui ci si riferisce a quel fenomeno economico che si verifica quando grandi quantità di attività finanziarie - denaro, investimenti o titoli - escono rapidamente da un Paese, come conseguenza della ricerca di maggiore sicurezza o rendimenti migliori altrove, spesso in risposta a incertezze o instabilità nel Paese di origine.
L’espressione fuga dei cervelli ricalca quella inglese brain drain, coniata dalla British Royal Society tra la fine degli anni ‘50 e l’inizio degli anni '60, per descrivere il fenomeno dell'emigrazione di un gran numero di scienziati, ingegneri e medici altamente qualificati dal Regno Unito verso il Nord America, soprattutto verso gli Stati Uniti e il Canada. Oggi l’espressione, nelle varie traduzioni, è adottata a livello globale per descrivere la migrazione di persone altamente istruite o capaci da un Paese a un altro, solitamente da nazioni meno sviluppate ad altre più ricche, in cerca di migliori condizioni e opportunità.
In Italia l’emorragia di capitale umano qualificato è un problema così serio che se ne scrivono perfino canzoni. Nel gennaio del 2011 il rapper pugliese Caparezza dedica alla questione la sua Goodbye Malinconia, di cui ascoltiamo un breve estratto:
E chi vuole rimanere, ma come fa?! Ha le mani legate come Andromeda!
Qua ogni rapporto si complica come quello di Washington con Teheran
Si peggiora con l'età, ti viene il broncio da Gary Coleman
Metti nella valigia la collera e scappa da Malincònia
Tanto se ne vanno tutti! Da qua se ne vanno tutti!
Non te ne accorgi ma da qua se ne vanno tutti!
Da qua se ne vanno tutti! Da qua se ne vanno tutti!
Non te ne accorgi ma da qua se ne vanno tutti!
Goodbye Malinconia, come ti sei ridotta in questo stato?
Goodbye Malinconia, dimmi chi ti ha ridotta in questo stato
“E poi se ne vanno tutti”, canta Caparezza. Se ne vanno perché hanno le mani legate. Se ne vanno perché i rapporti di lavoro sono complicati. Se ne vanno incolleriti. Se ne vanno ridotti in stato pietoso. Se ne vanno, se ne vanno tutti. Dal 2011 ad oggi, come vedremo, le cose non sono cambiate, anzi.
A questo punto, viene da porsi alcune domande:
- Quanti sono questi “tutti che se ne vanno”, questi cervelli che fuggono?
- Chi sono?
- Perché fuggono, esattamente?
- Da dove fuggono e verso dove?
- Restano all’estero per sempre o prima o poi tornano in Italia?
- Se tornano, dopo quanto tempo tornano, e con quali prospettive?
Dati alla mano, in questo episodio di Podcast Italiano risponderemo, una ad una, a tutte queste domande. Al termine dell’ascolto, avrai un quadro esaustivo della questione.
Iniziamo dai numeri. Quanti sono i cervelli italiani in fuga?
Dati recenti dell'Istituto Nazionale di Statistica - l’Istat - e di altri istituti di ricerca come Fondazione Nord Est e Almalaurea evidenziano un fenomeno migratorio significativo e in drammatica crescita. In 10 anni - precisamente dal 2014 al 2023 - ben 97.000 giovani laureati italiani hanno lasciato l'Italia. Considerando che il numero totale dei laureati è passato, nello stesso decennio, da poco più di 300.000 a quasi 400.000, gli espatriati rappresenterebbero circa il 12-13%.
Nel 2024, poi, si è registrato un vero record di espatri: secondo i dati Istat e del Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes, lo scorso anno si sono registrate circa 155.000 partenze totali, con un aumento del 38% rispetto all'anno precedente. Si tratta del valore più alto degli ultimi 25 anni. Gli italiani tra i 18-34 anni se ne sono andati in numeri maggiori rispetto all’anno precedente, 2023, il +47,9% in più per la precisione; a cui unire il +38,5% della classe di età immediatamente successiva, quella 35-49 anni. La componente dei giovani e dei giovani adulti, quindi, nell’insieme, raggiunge il 72,2% del totale degli italiani residenti all’estero. Di questo flusso migratorio che riguarda soprattutto i giovani, i laureati, cioè coloro che hanno un titolo universitario, rappresentano una quota consistente: il 40% nella classe di età 18-34 anni.
Inoltre, dei laureati italiani in materie STEM (cioè scientifiche, tecniche, ingegneristiche e matematiche) circa il 10% emigra all'estero.
E sono ancora più preoccupanti i numeri che riguardano i dottori di ricerca, quelli che in inglese sarebbero i PHD (ma si sente spesso questo termine anche in italiano). Dati del 2019 indicano che circa un dottore di ricerca su cinque (dunque il 20%) dopo essersi formato nelle università italiane emigra all'estero. Nel caso dei ricercatori accademici, l’emigrazione è dovuta, oltre alle cause che spiegano anche la fuga dei laureati (ovvero la ricerca di migliori condizioni di lavoro, migliori retribuzioni e maggiori opportunità di carriera) a fattori specifici del sistema universitario italiano, quali la precarietà, la mancanza cronica di finanziamenti, e l’eccesso di burocrazia. La stabilità lavorativa nell'accademia italiana è un orizzonte lontano per i ricercatori, che affrontano anni di contratti a termine, contratti che hanno dunque una scadenza, prima di ottenere una posizione permanente, se mai riescono ad ottenerla. Il sistema universitario italiano soffre inoltre di mancanza di fondi e investimenti, il che limita le risorse disponibili per la ricerca, le attrezzature e le assunzioni. Infine, l'ambiente lavorativo è spesso appesantito da un’eccessiva burocrazia, che rende l'attività di ricerca meno agevole rispetto ad altri Paesi in cui il contesto accademico è più efficiente e meritocratico.
Allora chiediamoci: verso dove fuggono tutti questi cervelli che lasciano l’Italia?
Se da un lato l’attuale mobilità italiana non disdegna i nuovi contesti professionali emergenti (si veda l’Oriente, con Singapore, gli Emirati Arabi, ma anche la Scandinavia), preferisce ancora l’Europa. Il 73,7% degli italiani con residenza all’estero nel 2024 si è trasferito in un Paese europeo (si tratta di quasi 91.000 italiani). Sono 23.000 circa coloro che, invece, sono espatriati in America (pari al 18,9% del totale), di cui 15.000 nell’America latina.
Interroghiamoci ora sull’origine: da dove fuggono i cervelli che raggiungono le destinazioni appena citate? Dal Nord Italia, dal Centro, o dal Sud?
Osserviamo qualche dato. Nel decennio 2014-2023 il Nord ha perso oltre 48.000 giovani laureati, il Centro circa 16.000 e il Mezzogiorno poco più di 32.000. Stiamo appunto parlando di italiani che vanno all’estero. Tuttavia il Nord e il Centro, grazie ai trasferimenti di residenza di giovani provenienti dal Sud, hanno realizzato un guadagno netto rispettivamente di 134.000 e di 13.000 giovani laureati. Sì, molti italiani che vivono al Sud si trasferiscono al Nord e al Centro per avere migliori opportunità. Nel Sud, invece, i numeri del deflusso sono doppi: alle perdite di laureati verso l’estero si sommano appunto i trasferimenti verso il Nord Italia, con un saldo complessivo negativo di oltre 179.000 giovani laureati. Una vera e propria emorragia.
Andiamo allora a fare la conoscenza di alcuni di questi cervelli italiani in fuga, ad ascoltarne le voci, ad apprenderne le storie.
Il giornale online Il Fatto Quotidiano ha dedicato una rubrica ai giovani e alle giovani che sono partiti per far carriera in altri Paesi.
Spulciando in questa rubrica conosciamo, ad esempio, l’architetto Riccardo Minervini. A 37 anni vola in Cina, dove comincia a progettare nientemeno che aeroporti: “Da noi le grandi opere vanno ai soliti”, osserva amaramente in un’intervista a Il Fatto, riferendosi, con l’espressione “i soliti”, ai cosiddetti “raccomandati”, ovvero a persone che vengono scelte non per meriti o competenze, ma per i loro “agganci”, come diciamo in italiano, cioè l’appoggio e protezione di una o più persone influenti.
Sempre a Il Fatto un’altra architetta racconta che in Italia si è ritrovata prima a lavorare in un call center e poi a fare la cameriera in un ristorante. Ora è in Australia a svolgere finalmente la sua vera professione: progettare edifici.
Altra storia, altro cervello: quello di Enrico Casaroli, emigrato negli Stati Uniti. Dopo dieci anni di lavoro come story artist di film di animazione, nel 2013 ha portato alla gara per gli Oscar il suo primo cortometraggio d’autore.
E basta scorrere i titoli della rubrica de Il Fatto per rendersi conto di quante siano - e quanto varie - le storie di chi ha scelto l’estero per la propria crescita professionale, e si è accorto di aver fatto la scelta giusta:
- Domenico, da Bari a Zurigo e poi Oxford per fondare la sua startup, dice “Qui contano i voti, ma anche il saper lavorare in squadra”
- Giacomo Valle, ingegnere neurale in Svezia, dice: “Tornerei, ma non mi conviene”
- Maddalena, dalla Sardegna alla Svezia, dice: “Qui la persona viene prima del lavoro, il tempo per vivere è più importante di tutto”
- Alessandro, biologo in Germania da 13 anni, dice: “Qui ci sono fondi per fare ricerca di qualità”
E se si cercano discussioni online, per esempio su forum come Reddit, si trovano moltissime altre testimonianze analoghe. Gli italiani, soprattutto quelli più qualificati, che se ne vanno all’estero, di solito, non hanno grandi ragioni o incentivi di tornare nel Bel Paese.
Nell’apprendere queste storie, e quelle dei tanti medici e scienziati italiani che sono diventati essenziali per i centri di ricerca all’estero, non possiamo non chiederci quanto futuro, quanto sviluppo, quanta crescita l’Italia stia perdendo ogni volta che un giovane formato in Italia se ne va.
Ma prima ancora che sul depauperamento sociale, demografico, e culturale, interroghiamoci sul danno economico subito da un Paese che investe nella formazione dei propri ragazzi per poi vederli contribuire all'economia e al progresso scientifico di altre nazioni. Ogni laureato rappresenta un investimento complessivo di circa 112.000 euro, tra risorse pubbliche e private, accumulato lungo tutto il percorso formativo: dall’asilo nido fino alla laurea. Si stima che la fuga dei cervelli costi all'Italia circa 14 miliardi di euro all'anno. Il capitale umano perso tra il 2011 e il 2023, dunque in 13 anni, è stimato in 134 miliardi di euro. I ricercatori italiani all'estero sono bravi e capaci, si distinguono nei loro campi, confermando la qualità della formazione italiana, ma anche l'inefficacia del sistema italiano nel trattenerli in Italia.
Soffermiamoci sul danno economico subito in particolare dal Meridione, che, come abbiamo visto, subisce un doppio deflusso (dal Sud verso l’estero e dal Sud verso il Nord Italia); è l’unica area d’Italia a registrare un saldo complessivo negativo in termini di trasferimenti. Secondo un rapporto che abbiamo trovato, l’emigrazione dal Meridione costa oltre quattro miliardi di euro ogni anno. Quando 13.000 giovani emigrano all’estero, significa che il Mezzogiorno perde 1,5 miliardi di euro di capitale umano. Altri 23.000 che si spostano verso il Centro-Nord ne valgono 2,6 miliardi. In totale, si tratta di 4,1 miliardi di euro che il Sud investe per formare una classe dirigente destinata a mettere le proprie competenze al servizio di altri territori. Un disastro.
Il danno economico, demografico e culturale derivante dalla fuga dei cervelli nell’ultimo quarto di secolo è stato al centro dell’attenzione degli ultimi governi italiani, i quali hanno cercato di contenere l’esodo mettendo in atto una serie di contromisure che hanno avuto come obiettivo generale quello di incentivare il trasferimento della residenza fiscale in Italia da parte dei lavoratori altamente qualificati e specializzati italiani che operano all’estero: per esempio, benefici fiscali e una tassazione minore sul reddito, semplificazioni burocratiche per assumere docenti e ricercatori, finanziamenti per progetti di ricerca. Insomma, misure volte a far “rimpatriare”, cioè “tornare in patria”, gli italiani che se ne erano andati all’estero, che vengono appunto chiamati “rimpatriati” (o “impatriati”, con un tecnicismo).
Chiediamoci ora: queste misure hanno o non hanno avuto effetto?
Beh, pare che una svolta in effetti ci sia stata, e che sia arrivata nel 2021: in quell’anno gli italiani rimpatriati sono passati da 2-3 mila l’anno a 6.500. C’è stato dunque un raddoppiamento. Da allora, il numero dei rimpatri è rimasto costante, segno che non è stato il Covid l’unico motivo a spingere tanti a tornare; hanno certamente pesato le politiche fiscali, ma ci sono anche altri fattori da tenere presenti. Ad esempio, il fatto che le condizioni di vita e di lavoro all’estero siano nel frattempo cambiate.
Pensiamo a Londra, ad esempio. Pur rimanendo un centro nevralgico dell’economia tech in Europa, Londra non è più il paradiso: la Brexit e le incertezze attuali dell'economia inglese ne hanno scalfito l’attrattività.
“È una città da cui i londinesi stessi fuggono quando arrivano a una certa fase della vita, in cui hanno figli, perché le scuole migliori sono fuori, la logistica è complicata, c’è enorme competizione su tutto” rivela un italiano emigrato nel Regno Unito, che preferisce restare anonimo, al quotidiano La Repubblica. Questo mutato contesto è una spinta per molti italiani a tornare in patria.
Se non fosse che l’attuale governo ha fatto marcia indietro, complicando le regole che erano in vigore. Dal 1° gennaio 2024, infatti, il governo Meloni, con il decreto legislativo “Fiscalità Internazionale”, ha cambiato le regole per gli impatriati, introducendo un nuovo regime agevolato con requisiti più rigidi e incentivi più bassi rispetto alla normativa precedentemente vigente. Questo nuovo regime ha creato non pochi problemi a rimpatriati e “rimpatrianti”. Molti di loro hanno sfogato la loro frustrazione in un’intervista al quotidiano “Il Corriere della Sera”. Leggiamo, a titolo di esempio, la storia di Simone.
Sono Simone e la mia compagna si chiama Celeste. Abbiamo 36 e 34 anni. Entrambi laureati con master di specializzazione nei nostri rispettivi settori. Abbiamo passato gli anni dal 2015 al 2019 vedendoci a singhiozzo. Io facevo trasfertista per 250 giorni l’anno con contratto italiano, mentre lei lavorava in Baviera. A fine 2019 l’opportunità di stabilirci con le stesse aziende (entrambe multinazionali) a Barcellona e iniziare finalmente a convivere. A febbraio 2022 è nata Penelope. Ovviamente vivere e lavorare con una bimba senza un aiuto famigliare in loco è difficile e costosissimo ma ce la siamo cavata bene e, anzi, abbiamo deciso di avere un secondo figlio: nascerà a gennaio 2024. L’idea di tornare in Italia dove i nostri figli avrebbero nonni e cugini si è fatta insistente. In Spagna stiamo benissimo e la decisione è stata molto sofferta ma ci sentivamo di dover scrivere una nuova pagina di vita. Incredibilmente (come nel 2020) si allineano i pianeti e mi capita l’occasione lavorativa per rientrare! La mia azienda mi fa una proposta interessante a partire dal 1 gennaio 2024 e accetto. La mia ragazza lavora da remoto e può spostarsi più agevolmente. Troviamo una casa in Italia e decidiamo di fare un’offerta dopo aver calcolato tutto meticolosamente e contando sul regime per gli impatriati. Il 17 ottobre ci confermano che la proposta d’acquisto per la casa è stata accettata e nello stesso momento escono le prime notizie sull’intenzione del governo Meloni di modificare il regime fiscale su cui contavamo. Nello stesso giorno ci siamo trovati indebitati con la casa e privati dei soldi su cui avevamo contato prima di firmare. (…) Prima ancora che siamo tornati, l’Italia ci ha già tradito. (…) Ancora prima di rientrare, l’Italia ci ricorda perché eravamo partiti.
A conclusione di questo episodio, l’ultima domanda che ci poniamo è: i cervelli che, nonostante tutti gli ostacoli, decidono di rimpatriare, in Italia, poi, ci restano? O emigrano nuovamente?
Sulla permanenza effettiva dei cervelli rimpatriati in Italia nel lungo periodo non si hanno purtroppo dati raccolti sistematicamente e pubblicati da fonti ufficiali. Manca, cioè, un monitoraggio specifico di retention a lungo termine dei profili altamente qualificati in seguito al rientro in Italia.
Emilia Garito, Fondatrice e Presidente di Quantum Leap ricorda che è proprio questa la vera sfida: far sì che chi torna in Italia poi ci rimanga. Per questo serve, dice, “un ecosistema economico e produttivo in grado di sostenere e alimentare la PERMANENZA dei talenti. Solo così l'Italia potrà davvero capitalizzare sull'inversione dei flussi migratori dei professionisti, trasformando un'opportunità contingente in un vantaggio competitivo di lungo periodo”.
Sul lungo periodo è orientata, per concludere con un esempio virtuoso, la prospettiva di Satispay, startup di pagamenti digitali nata nel 2013 da un’idea di tre ragazzi di Cuneo. Oggi è valutata oltre un miliardo di euro, ha una sede principale a Milano e vanta oltre 630 dipendenti, un numero che continua a crescere. Tra i nuovi assunti ci sono anche diversi italiani di ritorno: c’è chi ha vissuto in contesti come la Silicon Valley, Amsterdam, Londra o Berlino dai tempi dell'università, chi ha lavorato in aziende tech anche molto grandi, chi si è confrontato con professionisti di lunga esperienza, e ora ha deciso di rientrare in Italia dalla famiglia, o di far crescere i propri figli nel suo Paese di origine.
Lo scenario attuale, tuttavia, non lascia molto spazio all’ottimismo, a dire il vero. Satispay è tra le poche startup italiane che hanno avuto davvero successo, insieme a Scalapay, Bending Spoons e iGenius: sono queste le uniche quattro ad aver raggiunto nell’ecosistema tech italiano lo status di “unicorno”, ad essere cioè valutate oltre 1 miliardo di dollari/euro come società private non quotate. Su un paese di 60 milioni di abitanti, si tratta di un risultato che rischia di smorzare gli entusiasmi. L’augurio è che altre startup italiane attualmente in forte crescita - cito ad asempio Casavo, Exain, UnoBravo - possano seguire l’esempio di Satispay e non solo riportare a casa gli italiani, ma anche - perché no? - attrarre talenti esteri. Un risultato che potrà essere ottenuto solo quando saranno create delle condizioni lavorative e fiscali tali da fare del “Bel” Paese anche il “Buon” Paese, a cominciare dai cervelli.
Questo episodio finisce qui. Fammi sapere se il fenomeno della fuga dei cervelli è diffuso anche nel tuo Paese e se ci sono delle mete preferite da chi parte, da chi EMIGRA, dal tuo Paese. Fammelo sapere in un commento. Grazie ancora per l’ascolto e alla prossima.
0 Commenti