Cos’è stato il Rinascimento?
In questo episodio di livello avanzato, esploriamo il Rinascimento italiano: le sue origini, i suoi protagonisti, le innovazioni artistiche e i luoghi che lo hanno reso un'epoca irripetibile.
Scopri Volti d'Italia - Corso di italiano intermedio-avanzato (B1)
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Rinascimento, renaissance, renacimiento. Una parola che sicuramente hai già sentito, soprattutto se sei un amante dell’Italia e della sua cultura: ma sai davvero che cosa si intende con “Rinascimento”?
Questo episodio ha come obiettivo quello di esplorare il Rinascimento, un importantissimo periodo storico, artistico, culturale che si colloca in Italia tra la fine del Medioevo e l'inizio dell'Età Moderna, e che occupa un arco di tempo che va dalla metà del XV secolo fino alla fine del XVI.
In questo episodio cercheremo di delineare i tratti distintivi del Rinascimento, e di rispondere ad alcune domande fondamentali, come queste:
- Perché il Rinascimento è stato così importante in Italia?
- Quali luoghi e quali personaggi ne sono stati protagonisti?
- Cosa, esattamente, definisce lo stile artistico rinascimentale, in pittura, nell’architettura e nella scultura?
- E, in altre parole: come si riconosce un’opera rinascimentale?
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Trascrizione interattiva dell'episodio
Questo è Podcast Italiano, un podcast per imparare l’italiano attraverso contenuti interessanti e autentici. L’episodio di oggi è un episodio di livello avanzato, motivo per cui ti consiglio particolarmente di dare un’occhiata alla trascrizione gratuita che prepariamo per te e che si trova sul nostro sito podcastitaliano.com. C’è anche un link diretto che si trova nelle note di questo episodio, all’interno dell’applicazione dove mi stai ascoltando: Spotify, Apple Podcast, o qualsiasi altra app. La trascrizione contiene anche un glossario molto dettagliato che ti permetterà di imparare e di capire un sacco di parole ed espressioni che, probabilmente, sono nuove per te. La trascrizione, poi, in questo episodio, contiene anche un sacco di immagini di tutte le opere che citerò, che menzionerò, quindi… trovi il link alla trascrizione nelle note di questo episodio, sempre all’interno dell’app. Detto ciò, andiamo.
Per aiutarti a comprendere cos’è stato il Rinascimento, e in particolare il Rinascimento italiano, mi focalizzerò su quattro concetti chiave:
- Il ritorno all’antico. ****
- Una nuova figura d’artista. ****
- L’Umanesimo.
- L’invenzione di una nuova prospettiva.
Bene: partiamo dal primo punto, il ritorno all’antico*,* e cominciamo col prestare molta attenzione alle parole che stiamo usando. Rinascimento è un termine che deriva, ovviamente, dal verbo nascere, preceduto dal suffisso ri-, che in italiano ha il significato di “nuovamente” o “di nuovo”. E quindi, per Rinascimento, si intende una nuova nascita, una ri-nascita. Ma rinascita… di chi? O di che cosa?
Ecco, rispondere a questa domanda ci permetterà di cominciare a immergerci in profondità nella materia di cui ci stiamo occupando. Ciò che rinasce, ciò che che torna alla luce, ciò che recupera vita nel Rinascimento (dopo il “presunto” oblio subito nel Medioevo) sono la cultura e l’arte classica, la cultura e l’arte greco-romana.
A dirla tutta, questa idea di ritorno all’antico era stata teorizzata già nel Trecento, dal celebre poeta di Arezzo Francesco Petrarca, noto soprattutto per il contributo che diede alla diffusione del fiorentino, il volgare fiorentino del Trecento, quale varietà linguistica da adottare nella scrittura in sostituzione al latino. Ho fatto un video su YouTube proprio su Francesco Petrarca e sulla sua importanza.
Nella prima Età Moderna, che si fa corrispondere al Rinascimento, questa idea di ritorno all’antico migra dalla letteratura all’arte, e da Arezzo a Firenze. Fu, infatti, nell’ambiente fiorentino del primo Quattrocento che lo studio dell’antico assunse il valore di autentica conquista. Così scrive lo storico dell’arte Philippe Daverio nel suo saggio Firenze, culla del Rinascimento:
“Attraverso gli strumenti offerti dalla storia e dalla filologia, l’eredità classica venne indagata e posseduta, così da divenire fonte di creazione originale”.
Quindi: si ritorna all’antico.
Il tutto iniziò con un viaggio, anzi, per essere precisi, con due viaggi, compiuti a distanza di due anni l’uno dall’altro, e di cui furono protagonisti due “turisti” italiani illustri, autori di opere universalmente note, che sicuramente conosci, come la cupola di Santa Maria del Fiore a Firenze o la statua del David, per limitarci a un paio di esempi. Sto parlando, naturalmente, di Filippo Brunelleschi (architetto, ingegnere e scultore) e di Donato Niccolò di Betto Bardi, noto, per gli amici, come Donatello, anche lui scultore e architetto, oltre che pittore. Nel 1402 e nel 1404, i due artisti si recarono insieme a Roma per approfondire la loro conoscenza del mondo figurativo degli antichi; ed è su questa conoscenza che basarono l’opera di rinnovamento artistico e culturale di cui furono precursori.
A pensarci bene, la metafora del “nuovo inizio”, della “resurrezione”, presuppone necessariamente una precedente decadenza, una morte anteriore. Ma di quale decadenza si starebbe parlando? Cioè, quale morte sarebbe implicata dal termine “Rinascimento”?
Beh, la risposta classica è “la decadenza medioevale”.
Il Medioevo, età di mezzo tra l’Impero Romano e il Rinascimento, è comunemente descritto, sia dagli storici che dai critici d’arte, come un tempo di oscurità, di impigrimento, di “sonno” culturale. Ma è stato davvero così?
Beh, ricordiamoci che è proprio nel Medioevo, tra il 1267 e il 1337, che è vissuto nientemeno che Giotto, autore di alcuni tra gli affreschi più belli e preziosi del patrimonio artistico del mondo occidentale, come quelli della Basilica di San Francesco ad Assisi, o della Cappella degli Scrovegni a Padova, solo per fare un paio di esempi. Se non li hai mai visti, te li consiglio, davvero: passa da Padova e passa da Assisi perché sono posti stupendi.
Chiediamoci, dopo aver ricordato che Giotto è stato un uomo del Medioevo, se la rinascita è davvero iniziata nel Quattrocento a Firenze, e non prima, e non altrove.
Chiediamoci anche se Giotto non sia stato un precursore di tale rinascita, se non abbia tracciato, con la sua opera, una prima grande discontinuità.
Ricordiamo infine una cosa: sotto il monumento funebre di Giotto, il busto conservato nella navata centrale della Basilica di Santa Maria del Fiore a Firenze, un testo celebrativo in latino recita:
Ille ego sum, per quem pictura extincta revixit.
Che, tradotto in italiano, significa: **
*È ***per mio merito che la pittura, defunta, poté rivivere.
Rivivere. Tornare alla vita. Rinascere.
Teniamolo in mente, dunque: un secolo prima del Rinascimento, Giotto aveva già fatto rinascere la pittura, tagliando i ponti con la trascendenza dell’arte bizantina, cioè praticando una rappresentazione che non idealizzava, ma puntava a restituire la realtà, la natura delle cose.
Teniamo inoltre presente che è già nell’opera di Giotto che troviamo i primi esperimenti di prospettiva: l’effetto di terza dimensione, il volume delle figure, il superamento dei fondi oro (cioè i fondi dorati che erano tipici dei dipinti del Medioevo), l’inclusione degli sfondi urbani, tutti elementi importanti nell’arte rinascimentale.
E ricordiamoci, per ultimo, che è con Giotto che abbiamo la prima irruzione dell’emozione nell’arte.
E, già che ci siamo, non trascuriamo anche un altro fatto, ovvero che il primo storico dell’arte dell’Età Moderna, Giorgio Vasari, era un fiorentino, e che il fatto che fosse fiorentino può aver avuto il suo peso nella ricostruzione dell’evoluzione dell’arte delineata nella sua mastodontica opera Vite de’ più eccellenti pittori, sculturi e architettori (a proposito: oggi diremmo “architetti”!) spesso menzionata semplicemente come Vite, che è un’opera, appunto, che ha condizionato buona parte delle successive idee sull’arte, quindi come si è vista, si è ricostruita l’arte nei secoli successivi.
Attenzione: non voglio negare che Brunelleschi, Donatello, Masaccio, o ancora Michelangelo, Leonardo, Botticelli (solo per citare alcuni dei grandi artisti attivi a Firenze nel Quattrocento e nel Cinquecento) siano stati protagonisti di un grande, grandissimo rinnovamento artistico e culturale, basato, certamente, sul recupero dell’antichità. Ecco, non lo siamo negando. Sto solo ricordando che, quando si divide la storia in periodi e in epoche, è sempre in agguato il rischio della semplificazione.
Quello che voglio fare, in realtà, è anche altro. Voglio mettere una pulce nell’orecchio di chi mi ascolta: voglio suggerire infatti che il Rinascimento, più che una rinascita, una resurrezione, più che un’uscita dalle tenebre, dall’oscurità, potrebbe esser stato nient’altro che il compimento delle premesse del Medioevo; uno sviluppo, un’evoluzione.
Se la nascita di un’arte davvero “nuova” è dunque un concetto che si presta a essere discusso, gli esperti sono molto più unanimi per quanto riguarda la nascita di una nuova figura d’artista, che è il secondo punto così al secondo punto che voglio affrontare in questo episodio. Arriviamo al secondo dei quattro concetti chiave per comprendere il Rinascimento. L’artista, da artigiano che era, passa a essere un operatore intellettuale borghese: diventa artista nel senso contemporaneo del termine, come lo intendiamo ancora oggi.
Soffermiamoci allora, un attimo, su queste due parole: “artigiano” e “artista”.
La prima, “artigiano”, indica chiunque eserciti un’attività per la produzione non seriale (o anche per la riparazione) di beni, tramite il lavoro manuale proprio ed, eventualmente, il lavoro di un numero limitato di lavoranti. Ecco: il falegname è un artigiano, il fabbro è un artigiano, ma lo sono anche l’idraulico, l’elettricista, il pavimentista, e che dir si voglia. Nel Medioevo era considerato artigiano anche chi esercitava un’attività artistica, per esempio i pittori; chi realizzava affreschi nelle chiese era considerato artigiano. Idem chi realizzava crocifissi, pale d’altare, icone, quadri a soggetto religioso. Tutti artigiani. Giotto era considerato un artigiano; prima di lui, il suo maestro, Cimabue, da cui aveva appreso il mestiere nella bottega in cui lavoravano gomito a gomito, era anche lui un artigiano.
Ecco, nel Rinascimento questa concezione cambia. Chi si occupa di pittura, ma anche di scultura o di architettura, passa a essere considerato un artista nel senso contemporaneo del termine, nel senso che oggi diamo alla parola: quello di un creatore consapevole del proprio ruolo culturale, e che fonda il proprio operare, il proprio lavoro, oltre che su un naturale talento e sull’ispirazione, sui principi della matematica, della geometria, dell’ottica e delle scienze naturali. Come scrive Philip Daverio, che abbiamo menzionato prima:
“Si avvia, in sostanza, un processo di emancipazione dell’artista, che passa dalla condizione artigiana a quella borghese, e dal livello di operatore manuale a quello di intellettuale. Si realizza, così, una vera e propria rivoluzione. Una rivoluzione al cui centro, c’è l’essere umano”.
Il che ci porta al terzo concetto-chiave per comprendere il Rinascimento: l’Umanesimo. Se nel Medioevo tanto la produzione artistica quanto la riflessione filosofica ruotavano attorno all’idea di Dio, dunque al divino, nel Rinascimento si torna alla centralità dell’essere umano, centralità sostenuta dallo studio proprio dei testi classici. La nuova mentalità, che valorizza l’Essere Umano come artefice del proprio destino e ne celebra l’azione individuale, influisce sia sullo stile che sui soggetti delle opere.
Per quanto riguarda lo stile, questo è sempre più attento a una rappresentazione realistica e il più possibile dettagliata del corpo umano; una rappresentazione, come dicevamo già prima, non più idealizzante come avveniva, ad esempio, nell’arte bizantina. Il realismo riguarda inoltre non solo il corpo, ma anche il suo animo: nella rappresentazione artistica trovano spazio, finalmente, le emozioni: il dolore, la disperazione, la sorpresa, la gioia.
Per quanto riguarda, invece, i soggetti, l’Umanesimo porta con sé che protagonisti delle raffigurazioni diventino letterati e condottieri. Allo stesso tempo, nei quadri a soggetto religioso, che non smettono certo di essere realizzati, accanto ai santi e alle Madonne, fanno la loro comparsa le figure dei mecenati, ovvero delle persone che sostenevano finanziariamente l’artista, perché potesse dedicarsi al suo lavoro; mecenati rappresentati realisticamente con i loro volti e nei loro abiti. Chi erano questi mecenati? Si trattava (e questa era una novità) di Signori, di mercanti, di borghesi, non più di papi e figure religiose, come prima. Si assiste così, nel Rinascimento, alla nascita non solo di una nuova figura di artista, ma anche di una nuova figura di committente, cioè la persona che ordina il lavoro, detentore di un potere non più religioso, bensì politico ed economico.
Un paio di esempi ci permetteranno di capire meglio le novità introdotte dagli artisti rinascimentali. Troverai tutti questi esempi, tutte queste immagini, nella trascrizione sul sito, che ti consiglio di andare a vedere. Ti ricordo che trovi il link diretto nelle note di questo episodio, se mi stai ascoltando su un’app di podcast. Ti basterà fare il login al nostro sito e avrai accesso alla trascrizione di quest’episodio, e di moltissimi altri.
Dunque, nell’affresco della Trinità di Masaccio, conservato nella chiesa di Santa Maria Novella a Firenze, Domenico Lenzi, il committente, è raffigurato ai lati dello spazio sacro con grande realismo: ha un naso pronunciato e l’orecchio buffamente piegato sotto il cappuccio.
Oppure, un altro esempio: nella Sacra Conversazione ****di Piero della Francesca, realizzato a Urbino e oggi conservato a Milano, alla Pinacoteca di Brera, il volto del committente, Federico da Montefeltro, è raffigurato senza alcuna idealizzazione, e anzi con una minuzia che non risparmia i tratti pronunciati ****e le imperfezioni della pelle. Realismo, qui, è la parola chiave.
Pochi anni più tardi, nella Firenze di Lorenzo dei Medici (Signore della città dal 1469 al 1492: Lorenzo de Medici era un politico, umanista e mecenate, oltre che poeta e scrittore lui stesso) le storie sacre si popoleranno di personaggi dell’aristocrazia commerciale fiorentina.
Una curiosità che riguarda i ritratti: in un primo periodo, la presentazione del personaggio avveniva rigorosamente di profilo, secondo una formula che discendeva dalle medaglie, ed era quindi legata al recupero dell’antichità. L’influsso della pittura fiamminga introdusse, in seguito anche in Italia, un altro tipo di presentazione del volto, cioè di tre quarti, ma fu soltanto verso la metà del secolo che si passò alla rappresentazione frontale. Ti lascio un esempio di questo sempre nella trascrizione.
Passiamo ora al quarto e ultimo concetto chiave per comprendere il Rinascimento: l’invenzione di una nuova prospettiva, detta centrale o lineare. Questa invenzione, la cui paternità è riconosciuta a Filippo Brunelleschi, è la principale manifestazione dell’impegno dell’artista nuovo, dell’artista rinascimentale, a fondare il proprio operare su principi rigorosamente scientifici.
La prospettiva precedentemente introdotta nell’arte da Giotto (no? Lo abbiamo visto prima) era stata una prospettiva intuitiva, basata sull’osservazione e sulla percezione, con linee di fuga che convergevano ma in modo non perfetto. Ecco, se vedi un quadro di Giotto, ti rendi conto che c’è qualcosa di strano, da questo punto di vista. Letteralmente “da questo punto di vista”, da questa prospettiva!
Per la prima volta Brunelleschi elabora invece un vero e proprio metodo, basato su norme geometriche, per rappresentare oggetti tridimensionali su un piano bidimensionale, il che segna un vero e proprio spartiacque tra arte medievale e arte rinascimentale. In sintesi: mentre la prospettiva di Giotto era stata empirica, legata all’esperienza, quella di Brunelleschi è scientifica, e rispecchia la visione umana reale.
Ora che abbiamo compreso i concetti chiave del Rinascimento, continuiamo a conoscerne i protagonisti e le opere, ****che trovi, come dicevo, sempre nella trascrizione del podcast sul sito. Ti consiglio di dare un’occhiata, perché sentire la descrizione delle opere è un conto, ma sentirle mentre le vedi con i tuoi occhi, ti aiuterà molto di più a capire le opere che ora ti descriverò a parole.
Iniziamo dalla pittura. Dei pittori rinascimentali voglio ricordare qui Masaccio, autore, tra le altre sue meraviglie, della Cappella Brancacci. Masaccio traspone in campo pittorico gli ideali classicisti e razionali del Brunelleschi. Per la prima volta l’Essere Umano è raffigurato in pittura come un individuo reale, dotato di sentimenti che sono rivelati dalle espressioni del volto, e fornito di un corpo solido, tridimensionale, che ha volume, che è in grado di proiettare la propria ombra, un corpo costruito in base a un doppio studio, in primo luogo dei modelli antichi e in secondo luogo della natura. Si tratta inoltre di un Essere Umano inserito in uno spazio misurabile, costruito secondo i principi della prospettiva, e in cui vengono rispettate le proporzioni tra tutti gli elementi; uno spazio realistico e dettagliato.
Bene: passando dalla pittura all’architettura, iniziamo dall’osservare che, mentre la pratica architettonica gotica era fondata sulla moltiplicazione degli ornamenti, quella rinascimentale è basata sul rigore geometrico e sulla ripetizione modulare degli elementi. Parlando di architettura rinascimentale non si può non citare il Brunelleschi e la sua Cupola di Santa Maria del Fiore a Firenze. Lo studio dei monumenti antichi, come ad esempio il Pantheon di Roma, suggerì al Brunelleschi una soluzione vincente per il duomo di Firenze: la cupola, che avrebbe dovuto completare l’edificio, la cui costruzione era iniziata nel 1296 e si era fermata alla base ottagonale della cupola stessa, sarebbe stata costruita disponendo i mattoni a spina di pesce, come negli esempi romani, il che avrebbe dato solidità alla parete senza gravarne il peso. Inoltre, Brunelleschi escogita l’espediente della “doppia cupola” per creare un sistema autoportante, cioè che si regge da solo: la cupola interna, più piccola e più robusta, avrebbe avuto il compito di reggere quella esterna. Una soluzione, questa, che avrebbe cambiato per sempre il paesaggio urbano di Firenze. Sono sicuro che anche tu ne hai goduto se sei stato, o se sei stata, a Firenze.
E arrivando, infine, alla scultura, il nome che subito viene alla mente è quello di Donatello, autore del celebre David. Fu sua la mano che portò la scultura a un rinnovamento in senso realistico. L’arte antica offriva infiniti modelli di straordinario realismo, in cui le figure erano lavorate a tutto tondo, cioè a 360 gradi. Nella scultura greco-romana la rappresentazione del movimento aveva già raggiunto risultati molto alti. Bene, la scultura rinascimentale riprende questa via, la via del realismo. Alla rappresentazione realistica e dinamica già propria della scultura classica, Donatello, però, aggiunge la rappresentazione delle emozioni, spesso drammatiche, e quindi muovendosi nella stessa direzione del Brunelleschi.
A proposito di realismo: ti racconto un aneddoto, riportato da Vasari (cioè lo storico dell’arte di cui abbiamo parlato prima) proprio nelle sue Vite, questa opera mastodontica e che riguarda proprio la relazione tra Donatello e Brunelleschi. Pare che Donatello avesse mostrato, tutto orgoglioso, al collega, il crocifisso realizzato per la chiesa di Santa Croce a Firenze, e che il Brunelleschi, invece di fargli i complimenti, lo avesse accusato di “aver messo in croce un contadino”, cioè di aver crocefisso un contadino, che è una critica al realismo estremo con cui Donatello aveva accentuato i caratteri in grado di dare drammaticità al soggetto. In risposta, il Brunelleschi realizzò il crocifisso che è oggi in Santa Maria Novella, sempre a Firenze, e che pare abbia lasciato Donatello senza parole per la perfetta applicazione dei canoni proporzionali. Donatello fu costretto ad ammettere la superiorità del Brunelleschi, al quale pare abbia detto:
“A te è conceduto fare i Cristi et a me i contadini.”
…nell’italiano dell’epoca.
Lo studio dell’antico consentì a Donatello di recuperare tecniche artistiche dimenticate in scultura, come la fusione in bronzo a cera persa. Funzionava così: su un’anima di argilla, l’artista creava un modello in cera, perfettamente rifinito. L’insieme era ricoperto da un secondo strato di argilla fissato all’anima con chiodi di metallo e dotato di un sistema di canali per consentire il deflusso della cera mentre il modello veniva cotto in forno. La cera sciolta lasciava libero uno spazio vuoto nel quale successivamente si gettava la lega di bronzo fusa. Questa tecnica, la cui pratica aveva subito un arresto nel Medioevo, fu riportata al successo proprio da Donatello, che la usò per realizzare alcuni dei suoi capolavori, come il David o la Giuditta e Oloferne. Anche questi te li lascio nella trascrizione.
Per concludere questo excursus, qualche parola sui luoghi del Rinascimento.
Il Rinascimento è associato, nell’immaginario italiano e internazionale, a Firenze, e nello specifico alla corte di Lorenzo dei Medici, noto come Lorenzo il Magnifico, Signore di Firenze e grande mecenate, committente di artisti come Michelangelo, Leonardo, Botticelli. Come è stato osservato da molti, la concentrazione di artisti a Firenze in quei secoli fu qualcosa di straordinario, privo di precedenti storici, paragonabile forse solo a quanto avvenne nell’Atene di Pericle nel V secolo a. C.
Non possiamo però non ricordare che l’associazione tra Firenze e il Rinascimento è anche risultato del fatto che il Vasari, lo storico dell’arte di cui abbiamo parlato prima, da buon fiorentino qual era, coniò una concezione del Rinascimento altamente “firenzocentrica”, cioè in cui Firenze ha il ruolo centrale. Sarebbe una leggerezza dimenticare che, benché l’esperienza fiorentina sia stata unica e sia giunta in anticipo rispetto al resto del territorio italiano ed europeo, questa giunse ben presto a influenzare altri centri artistici italiani: ad esempio, Urbino, dove, alla corte del Signore Federico da Montefeltro, si formò Raffaello e lavorò Piero della Francesca, che proprio qui, a Urbino, scrisse il trattato De prospectiva pingendi, ovvero, “Sulla prospettiva nella pittura”; o ancora, non possiamo non menzionare Mantova, dove, alla corte dei Gonzaga, lavorò il Mantegna, celebre per la sua Camera degli sposi; e ancora ci sarebbero da ricordare Ferrara, Napoli, Padova, Venezia; e naturalmente Roma, dove si incontrarono il genio di Raffaello, quello del Beato Angelico e di Leon Battista Alberti.
Bene, siamo giunti al termine di questo viaggio tra concetti, protagonisti e luoghi del Rinascimento. Abbiamo compreso il significato del termine, e la relazione dell’epoca storico-artistica con quelle che l’hanno preceduta e preparata, cioè la classicità greco-romana e l’età medioevale. Abbiamo messo in discussione alcuni luoghi comuni che circolano sul Rinascimento. Abbiamo capito, soprattutto, perché il Rinascimento ha rappresentato un vero e proprio spartiacque nella Storia della Pittura, della Scultura e dell’Architettura, sia a Firenze che nel resto d’Italia (e d’Europa, potremmo aggiungere).
Mi auguro che la prossima volta che visiterai una città rinascimentale, o ti troverai di fronte a un’opera rinascimentale, le cose che avrai imparato grazie a questo episodio possano aiutarti a “leggere” meglio ciò che ti troverai davanti agli occhi, cioè che possano servirti da lenti e da dizionario.
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Rinascimento, renaissance, renacimiento. Una parola che sicuramente hai già sentito, soprattutto se sei un amante dell’Italia e della sua cultura: ma sai davvero che cosa si intende con “Rinascimento”?
Questo episodio ha come obiettivo quello di esplorare il Rinascimento, un importantissimo periodo storico, artistico, culturale che si colloca in Italia tra la fine del Medioevo e l'inizio dell'Età Moderna, e che occupa un arco di tempo che va dalla metà del XV secolo fino alla fine del XVI.
In questo episodio cercheremo di delineare i tratti distintivi del Rinascimento, e di rispondere ad alcune domande fondamentali, come queste:
- Perché il Rinascimento è stato così importante in Italia?
- Quali luoghi e quali personaggi ne sono stati protagonisti?
- Cosa, esattamente, definisce lo stile artistico rinascimentale, in pittura, nell’architettura e nella scultura?
- E, in altre parole: come si riconosce un’opera rinascimentale?
Scarica la versione PDF della trascrizione
Trascrizione interattiva dell'episodio
Questo è Podcast Italiano, un podcast per imparare l’italiano attraverso contenuti interessanti e autentici. L’episodio di oggi è un episodio di livello avanzato, motivo per cui ti consiglio particolarmente di dare un’occhiata alla trascrizione gratuita che prepariamo per te e che si trova sul nostro sito podcastitaliano.com. C’è anche un link diretto che si trova nelle note di questo episodio, all’interno dell’applicazione dove mi stai ascoltando: Spotify, Apple Podcast, o qualsiasi altra app. La trascrizione contiene anche un glossario molto dettagliato che ti permetterà di imparare e di capire un sacco di parole ed espressioni che, probabilmente, sono nuove per te. La trascrizione, poi, in questo episodio, contiene anche un sacco di immagini di tutte le opere che citerò, che menzionerò, quindi… trovi il link alla trascrizione nelle note di questo episodio, sempre all’interno dell’app. Detto ciò, andiamo.
Per aiutarti a comprendere cos’è stato il Rinascimento, e in particolare il Rinascimento italiano, mi focalizzerò su quattro concetti chiave:
- Il ritorno all’antico. ****
- Una nuova figura d’artista. ****
- L’Umanesimo.
- L’invenzione di una nuova prospettiva.
Bene: partiamo dal primo punto, il ritorno all’antico*,* e cominciamo col prestare molta attenzione alle parole che stiamo usando. Rinascimento è un termine che deriva, ovviamente, dal verbo nascere, preceduto dal suffisso ri-, che in italiano ha il significato di “nuovamente” o “di nuovo”. E quindi, per Rinascimento, si intende una nuova nascita, una ri-nascita. Ma rinascita… di chi? O di che cosa?
Ecco, rispondere a questa domanda ci permetterà di cominciare a immergerci in profondità nella materia di cui ci stiamo occupando. Ciò che rinasce, ciò che che torna alla luce, ciò che recupera vita nel Rinascimento (dopo il “presunto” oblio subito nel Medioevo) sono la cultura e l’arte classica, la cultura e l’arte greco-romana.
A dirla tutta, questa idea di ritorno all’antico era stata teorizzata già nel Trecento, dal celebre poeta di Arezzo Francesco Petrarca, noto soprattutto per il contributo che diede alla diffusione del fiorentino, il volgare fiorentino del Trecento, quale varietà linguistica da adottare nella scrittura in sostituzione al latino. Ho fatto un video su YouTube proprio su Francesco Petrarca e sulla sua importanza.
Nella prima Età Moderna, che si fa corrispondere al Rinascimento, questa idea di ritorno all’antico migra dalla letteratura all’arte, e da Arezzo a Firenze. Fu, infatti, nell’ambiente fiorentino del primo Quattrocento che lo studio dell’antico assunse il valore di autentica conquista. Così scrive lo storico dell’arte Philippe Daverio nel suo saggio Firenze, culla del Rinascimento:
“Attraverso gli strumenti offerti dalla storia e dalla filologia, l’eredità classica venne indagata e posseduta, così da divenire fonte di creazione originale”.
Quindi: si ritorna all’antico.
Il tutto iniziò con un viaggio, anzi, per essere precisi, con due viaggi, compiuti a distanza di due anni l’uno dall’altro, e di cui furono protagonisti due “turisti” italiani illustri, autori di opere universalmente note, che sicuramente conosci, come la cupola di Santa Maria del Fiore a Firenze o la statua del David, per limitarci a un paio di esempi. Sto parlando, naturalmente, di Filippo Brunelleschi (architetto, ingegnere e scultore) e di Donato Niccolò di Betto Bardi, noto, per gli amici, come Donatello, anche lui scultore e architetto, oltre che pittore. Nel 1402 e nel 1404, i due artisti si recarono insieme a Roma per approfondire la loro conoscenza del mondo figurativo degli antichi; ed è su questa conoscenza che basarono l’opera di rinnovamento artistico e culturale di cui furono precursori.
A pensarci bene, la metafora del “nuovo inizio”, della “resurrezione”, presuppone necessariamente una precedente decadenza, una morte anteriore. Ma di quale decadenza si starebbe parlando? Cioè, quale morte sarebbe implicata dal termine “Rinascimento”?
Beh, la risposta classica è “la decadenza medioevale”.
Il Medioevo, età di mezzo tra l’Impero Romano e il Rinascimento, è comunemente descritto, sia dagli storici che dai critici d’arte, come un tempo di oscurità, di impigrimento, di “sonno” culturale. Ma è stato davvero così?
Beh, ricordiamoci che è proprio nel Medioevo, tra il 1267 e il 1337, che è vissuto nientemeno che Giotto, autore di alcuni tra gli affreschi più belli e preziosi del patrimonio artistico del mondo occidentale, come quelli della Basilica di San Francesco ad Assisi, o della Cappella degli Scrovegni a Padova, solo per fare un paio di esempi. Se non li hai mai visti, te li consiglio, davvero: passa da Padova e passa da Assisi perché sono posti stupendi.
Chiediamoci, dopo aver ricordato che Giotto è stato un uomo del Medioevo, se la rinascita è davvero iniziata nel Quattrocento a Firenze, e non prima, e non altrove.
Chiediamoci anche se Giotto non sia stato un precursore di tale rinascita, se non abbia tracciato, con la sua opera, una prima grande discontinuità.
Ricordiamo infine una cosa: sotto il monumento funebre di Giotto, il busto conservato nella navata centrale della Basilica di Santa Maria del Fiore a Firenze, un testo celebrativo in latino recita:
Ille ego sum, per quem pictura extincta revixit.
Che, tradotto in italiano, significa: **
*È ***per mio merito che la pittura, defunta, poté rivivere.
Rivivere. Tornare alla vita. Rinascere.
Teniamolo in mente, dunque: un secolo prima del Rinascimento, Giotto aveva già fatto rinascere la pittura, tagliando i ponti con la trascendenza dell’arte bizantina, cioè praticando una rappresentazione che non idealizzava, ma puntava a restituire la realtà, la natura delle cose.
Teniamo inoltre presente che è già nell’opera di Giotto che troviamo i primi esperimenti di prospettiva: l’effetto di terza dimensione, il volume delle figure, il superamento dei fondi oro (cioè i fondi dorati che erano tipici dei dipinti del Medioevo), l’inclusione degli sfondi urbani, tutti elementi importanti nell’arte rinascimentale.
E ricordiamoci, per ultimo, che è con Giotto che abbiamo la prima irruzione dell’emozione nell’arte.
E, già che ci siamo, non trascuriamo anche un altro fatto, ovvero che il primo storico dell’arte dell’Età Moderna, Giorgio Vasari, era un fiorentino, e che il fatto che fosse fiorentino può aver avuto il suo peso nella ricostruzione dell’evoluzione dell’arte delineata nella sua mastodontica opera Vite de’ più eccellenti pittori, sculturi e architettori (a proposito: oggi diremmo “architetti”!) spesso menzionata semplicemente come Vite, che è un’opera, appunto, che ha condizionato buona parte delle successive idee sull’arte, quindi come si è vista, si è ricostruita l’arte nei secoli successivi.
Attenzione: non voglio negare che Brunelleschi, Donatello, Masaccio, o ancora Michelangelo, Leonardo, Botticelli (solo per citare alcuni dei grandi artisti attivi a Firenze nel Quattrocento e nel Cinquecento) siano stati protagonisti di un grande, grandissimo rinnovamento artistico e culturale, basato, certamente, sul recupero dell’antichità. Ecco, non lo siamo negando. Sto solo ricordando che, quando si divide la storia in periodi e in epoche, è sempre in agguato il rischio della semplificazione.
Quello che voglio fare, in realtà, è anche altro. Voglio mettere una pulce nell’orecchio di chi mi ascolta: voglio suggerire infatti che il Rinascimento, più che una rinascita, una resurrezione, più che un’uscita dalle tenebre, dall’oscurità, potrebbe esser stato nient’altro che il compimento delle premesse del Medioevo; uno sviluppo, un’evoluzione.
Se la nascita di un’arte davvero “nuova” è dunque un concetto che si presta a essere discusso, gli esperti sono molto più unanimi per quanto riguarda la nascita di una nuova figura d’artista, che è il secondo punto così al secondo punto che voglio affrontare in questo episodio. Arriviamo al secondo dei quattro concetti chiave per comprendere il Rinascimento. L’artista, da artigiano che era, passa a essere un operatore intellettuale borghese: diventa artista nel senso contemporaneo del termine, come lo intendiamo ancora oggi.
Soffermiamoci allora, un attimo, su queste due parole: “artigiano” e “artista”.
La prima, “artigiano”, indica chiunque eserciti un’attività per la produzione non seriale (o anche per la riparazione) di beni, tramite il lavoro manuale proprio ed, eventualmente, il lavoro di un numero limitato di lavoranti. Ecco: il falegname è un artigiano, il fabbro è un artigiano, ma lo sono anche l’idraulico, l’elettricista, il pavimentista, e che dir si voglia. Nel Medioevo era considerato artigiano anche chi esercitava un’attività artistica, per esempio i pittori; chi realizzava affreschi nelle chiese era considerato artigiano. Idem chi realizzava crocifissi, pale d’altare, icone, quadri a soggetto religioso. Tutti artigiani. Giotto era considerato un artigiano; prima di lui, il suo maestro, Cimabue, da cui aveva appreso il mestiere nella bottega in cui lavoravano gomito a gomito, era anche lui un artigiano.
Ecco, nel Rinascimento questa concezione cambia. Chi si occupa di pittura, ma anche di scultura o di architettura, passa a essere considerato un artista nel senso contemporaneo del termine, nel senso che oggi diamo alla parola: quello di un creatore consapevole del proprio ruolo culturale, e che fonda il proprio operare, il proprio lavoro, oltre che su un naturale talento e sull’ispirazione, sui principi della matematica, della geometria, dell’ottica e delle scienze naturali. Come scrive Philip Daverio, che abbiamo menzionato prima:
“Si avvia, in sostanza, un processo di emancipazione dell’artista, che passa dalla condizione artigiana a quella borghese, e dal livello di operatore manuale a quello di intellettuale. Si realizza, così, una vera e propria rivoluzione. Una rivoluzione al cui centro, c’è l’essere umano”.
Il che ci porta al terzo concetto-chiave per comprendere il Rinascimento: l’Umanesimo. Se nel Medioevo tanto la produzione artistica quanto la riflessione filosofica ruotavano attorno all’idea di Dio, dunque al divino, nel Rinascimento si torna alla centralità dell’essere umano, centralità sostenuta dallo studio proprio dei testi classici. La nuova mentalità, che valorizza l’Essere Umano come artefice del proprio destino e ne celebra l’azione individuale, influisce sia sullo stile che sui soggetti delle opere.
Per quanto riguarda lo stile, questo è sempre più attento a una rappresentazione realistica e il più possibile dettagliata del corpo umano; una rappresentazione, come dicevamo già prima, non più idealizzante come avveniva, ad esempio, nell’arte bizantina. Il realismo riguarda inoltre non solo il corpo, ma anche il suo animo: nella rappresentazione artistica trovano spazio, finalmente, le emozioni: il dolore, la disperazione, la sorpresa, la gioia.
Per quanto riguarda, invece, i soggetti, l’Umanesimo porta con sé che protagonisti delle raffigurazioni diventino letterati e condottieri. Allo stesso tempo, nei quadri a soggetto religioso, che non smettono certo di essere realizzati, accanto ai santi e alle Madonne, fanno la loro comparsa le figure dei mecenati, ovvero delle persone che sostenevano finanziariamente l’artista, perché potesse dedicarsi al suo lavoro; mecenati rappresentati realisticamente con i loro volti e nei loro abiti. Chi erano questi mecenati? Si trattava (e questa era una novità) di Signori, di mercanti, di borghesi, non più di papi e figure religiose, come prima. Si assiste così, nel Rinascimento, alla nascita non solo di una nuova figura di artista, ma anche di una nuova figura di committente, cioè la persona che ordina il lavoro, detentore di un potere non più religioso, bensì politico ed economico.
Un paio di esempi ci permetteranno di capire meglio le novità introdotte dagli artisti rinascimentali. Troverai tutti questi esempi, tutte queste immagini, nella trascrizione sul sito, che ti consiglio di andare a vedere. Ti ricordo che trovi il link diretto nelle note di questo episodio, se mi stai ascoltando su un’app di podcast. Ti basterà fare il login al nostro sito e avrai accesso alla trascrizione di quest’episodio, e di moltissimi altri.
Dunque, nell’affresco della Trinità di Masaccio, conservato nella chiesa di Santa Maria Novella a Firenze, Domenico Lenzi, il committente, è raffigurato ai lati dello spazio sacro con grande realismo: ha un naso pronunciato e l’orecchio buffamente piegato sotto il cappuccio.
Oppure, un altro esempio: nella Sacra Conversazione ****di Piero della Francesca, realizzato a Urbino e oggi conservato a Milano, alla Pinacoteca di Brera, il volto del committente, Federico da Montefeltro, è raffigurato senza alcuna idealizzazione, e anzi con una minuzia che non risparmia i tratti pronunciati ****e le imperfezioni della pelle. Realismo, qui, è la parola chiave.
Pochi anni più tardi, nella Firenze di Lorenzo dei Medici (Signore della città dal 1469 al 1492: Lorenzo de Medici era un politico, umanista e mecenate, oltre che poeta e scrittore lui stesso) le storie sacre si popoleranno di personaggi dell’aristocrazia commerciale fiorentina.
Una curiosità che riguarda i ritratti: in un primo periodo, la presentazione del personaggio avveniva rigorosamente di profilo, secondo una formula che discendeva dalle medaglie, ed era quindi legata al recupero dell’antichità. L’influsso della pittura fiamminga introdusse, in seguito anche in Italia, un altro tipo di presentazione del volto, cioè di tre quarti, ma fu soltanto verso la metà del secolo che si passò alla rappresentazione frontale. Ti lascio un esempio di questo sempre nella trascrizione.
Passiamo ora al quarto e ultimo concetto chiave per comprendere il Rinascimento: l’invenzione di una nuova prospettiva, detta centrale o lineare. Questa invenzione, la cui paternità è riconosciuta a Filippo Brunelleschi, è la principale manifestazione dell’impegno dell’artista nuovo, dell’artista rinascimentale, a fondare il proprio operare su principi rigorosamente scientifici.
La prospettiva precedentemente introdotta nell’arte da Giotto (no? Lo abbiamo visto prima) era stata una prospettiva intuitiva, basata sull’osservazione e sulla percezione, con linee di fuga che convergevano ma in modo non perfetto. Ecco, se vedi un quadro di Giotto, ti rendi conto che c’è qualcosa di strano, da questo punto di vista. Letteralmente “da questo punto di vista”, da questa prospettiva!
Per la prima volta Brunelleschi elabora invece un vero e proprio metodo, basato su norme geometriche, per rappresentare oggetti tridimensionali su un piano bidimensionale, il che segna un vero e proprio spartiacque tra arte medievale e arte rinascimentale. In sintesi: mentre la prospettiva di Giotto era stata empirica, legata all’esperienza, quella di Brunelleschi è scientifica, e rispecchia la visione umana reale.
Ora che abbiamo compreso i concetti chiave del Rinascimento, continuiamo a conoscerne i protagonisti e le opere, ****che trovi, come dicevo, sempre nella trascrizione del podcast sul sito. Ti consiglio di dare un’occhiata, perché sentire la descrizione delle opere è un conto, ma sentirle mentre le vedi con i tuoi occhi, ti aiuterà molto di più a capire le opere che ora ti descriverò a parole.
Iniziamo dalla pittura. Dei pittori rinascimentali voglio ricordare qui Masaccio, autore, tra le altre sue meraviglie, della Cappella Brancacci. Masaccio traspone in campo pittorico gli ideali classicisti e razionali del Brunelleschi. Per la prima volta l’Essere Umano è raffigurato in pittura come un individuo reale, dotato di sentimenti che sono rivelati dalle espressioni del volto, e fornito di un corpo solido, tridimensionale, che ha volume, che è in grado di proiettare la propria ombra, un corpo costruito in base a un doppio studio, in primo luogo dei modelli antichi e in secondo luogo della natura. Si tratta inoltre di un Essere Umano inserito in uno spazio misurabile, costruito secondo i principi della prospettiva, e in cui vengono rispettate le proporzioni tra tutti gli elementi; uno spazio realistico e dettagliato.
Bene: passando dalla pittura all’architettura, iniziamo dall’osservare che, mentre la pratica architettonica gotica era fondata sulla moltiplicazione degli ornamenti, quella rinascimentale è basata sul rigore geometrico e sulla ripetizione modulare degli elementi. Parlando di architettura rinascimentale non si può non citare il Brunelleschi e la sua Cupola di Santa Maria del Fiore a Firenze. Lo studio dei monumenti antichi, come ad esempio il Pantheon di Roma, suggerì al Brunelleschi una soluzione vincente per il duomo di Firenze: la cupola, che avrebbe dovuto completare l’edificio, la cui costruzione era iniziata nel 1296 e si era fermata alla base ottagonale della cupola stessa, sarebbe stata costruita disponendo i mattoni a spina di pesce, come negli esempi romani, il che avrebbe dato solidità alla parete senza gravarne il peso. Inoltre, Brunelleschi escogita l’espediente della “doppia cupola” per creare un sistema autoportante, cioè che si regge da solo: la cupola interna, più piccola e più robusta, avrebbe avuto il compito di reggere quella esterna. Una soluzione, questa, che avrebbe cambiato per sempre il paesaggio urbano di Firenze. Sono sicuro che anche tu ne hai goduto se sei stato, o se sei stata, a Firenze.
E arrivando, infine, alla scultura, il nome che subito viene alla mente è quello di Donatello, autore del celebre David. Fu sua la mano che portò la scultura a un rinnovamento in senso realistico. L’arte antica offriva infiniti modelli di straordinario realismo, in cui le figure erano lavorate a tutto tondo, cioè a 360 gradi. Nella scultura greco-romana la rappresentazione del movimento aveva già raggiunto risultati molto alti. Bene, la scultura rinascimentale riprende questa via, la via del realismo. Alla rappresentazione realistica e dinamica già propria della scultura classica, Donatello, però, aggiunge la rappresentazione delle emozioni, spesso drammatiche, e quindi muovendosi nella stessa direzione del Brunelleschi.
A proposito di realismo: ti racconto un aneddoto, riportato da Vasari (cioè lo storico dell’arte di cui abbiamo parlato prima) proprio nelle sue Vite, questa opera mastodontica e che riguarda proprio la relazione tra Donatello e Brunelleschi. Pare che Donatello avesse mostrato, tutto orgoglioso, al collega, il crocifisso realizzato per la chiesa di Santa Croce a Firenze, e che il Brunelleschi, invece di fargli i complimenti, lo avesse accusato di “aver messo in croce un contadino”, cioè di aver crocefisso un contadino, che è una critica al realismo estremo con cui Donatello aveva accentuato i caratteri in grado di dare drammaticità al soggetto. In risposta, il Brunelleschi realizzò il crocifisso che è oggi in Santa Maria Novella, sempre a Firenze, e che pare abbia lasciato Donatello senza parole per la perfetta applicazione dei canoni proporzionali. Donatello fu costretto ad ammettere la superiorità del Brunelleschi, al quale pare abbia detto:
“A te è conceduto fare i Cristi et a me i contadini.”
…nell’italiano dell’epoca.
Lo studio dell’antico consentì a Donatello di recuperare tecniche artistiche dimenticate in scultura, come la fusione in bronzo a cera persa. Funzionava così: su un’anima di argilla, l’artista creava un modello in cera, perfettamente rifinito. L’insieme era ricoperto da un secondo strato di argilla fissato all’anima con chiodi di metallo e dotato di un sistema di canali per consentire il deflusso della cera mentre il modello veniva cotto in forno. La cera sciolta lasciava libero uno spazio vuoto nel quale successivamente si gettava la lega di bronzo fusa. Questa tecnica, la cui pratica aveva subito un arresto nel Medioevo, fu riportata al successo proprio da Donatello, che la usò per realizzare alcuni dei suoi capolavori, come il David o la Giuditta e Oloferne. Anche questi te li lascio nella trascrizione.
Per concludere questo excursus, qualche parola sui luoghi del Rinascimento.
Il Rinascimento è associato, nell’immaginario italiano e internazionale, a Firenze, e nello specifico alla corte di Lorenzo dei Medici, noto come Lorenzo il Magnifico, Signore di Firenze e grande mecenate, committente di artisti come Michelangelo, Leonardo, Botticelli. Come è stato osservato da molti, la concentrazione di artisti a Firenze in quei secoli fu qualcosa di straordinario, privo di precedenti storici, paragonabile forse solo a quanto avvenne nell’Atene di Pericle nel V secolo a. C.
Non possiamo però non ricordare che l’associazione tra Firenze e il Rinascimento è anche risultato del fatto che il Vasari, lo storico dell’arte di cui abbiamo parlato prima, da buon fiorentino qual era, coniò una concezione del Rinascimento altamente “firenzocentrica”, cioè in cui Firenze ha il ruolo centrale. Sarebbe una leggerezza dimenticare che, benché l’esperienza fiorentina sia stata unica e sia giunta in anticipo rispetto al resto del territorio italiano ed europeo, questa giunse ben presto a influenzare altri centri artistici italiani: ad esempio, Urbino, dove, alla corte del Signore Federico da Montefeltro, si formò Raffaello e lavorò Piero della Francesca, che proprio qui, a Urbino, scrisse il trattato De prospectiva pingendi, ovvero, “Sulla prospettiva nella pittura”; o ancora, non possiamo non menzionare Mantova, dove, alla corte dei Gonzaga, lavorò il Mantegna, celebre per la sua Camera degli sposi; e ancora ci sarebbero da ricordare Ferrara, Napoli, Padova, Venezia; e naturalmente Roma, dove si incontrarono il genio di Raffaello, quello del Beato Angelico e di Leon Battista Alberti.
Bene, siamo giunti al termine di questo viaggio tra concetti, protagonisti e luoghi del Rinascimento. Abbiamo compreso il significato del termine, e la relazione dell’epoca storico-artistica con quelle che l’hanno preceduta e preparata, cioè la classicità greco-romana e l’età medioevale. Abbiamo messo in discussione alcuni luoghi comuni che circolano sul Rinascimento. Abbiamo capito, soprattutto, perché il Rinascimento ha rappresentato un vero e proprio spartiacque nella Storia della Pittura, della Scultura e dell’Architettura, sia a Firenze che nel resto d’Italia (e d’Europa, potremmo aggiungere).
Mi auguro che la prossima volta che visiterai una città rinascimentale, o ti troverai di fronte a un’opera rinascimentale, le cose che avrai imparato grazie a questo episodio possano aiutarti a “leggere” meglio ciò che ti troverai davanti agli occhi, cioè che possano servirti da lenti e da dizionario.
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